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Non oscuriamo i referendum sardi

 

Ci sono volute le 20 di venerdì, soltanto 36 ore prima dell’apertura dei seggi, perché il fuoco di sbarramento aperto dagli antireferendari contro quattro dei dieci quesiti sui quali i sardi dovranno pronunciarsi il 6 maggio venisse definitivamente sconfitto. Fuoco d’artiglieria pesante aperto su tre fronti diversi e successivi: il Tar – che si definì incompetente sulla materia -, il giudice monocratico del tribunale di Cagliari che respinse il ricorso successivo e infine il collegio di tre giudici di una sezione del tribunale civile che lavorando intensamente decine di ore ha rigettato nella serata di venerdì il nuovo reclamo.

Perché tanta rabbia contro una consultazione popolare che lascia i cittadini liberi di dire sì o no su questioni decisive che riguardano la vita istituzionale, i costi della politica, quelli che vengono considerati e denunciati come “privilegi di casta”? La ragione principale è forse in una vecchia e mai superata concezione dei partiti come sedi di gestione delle clientele, ai quali è assegnata la funzione di coprire posti di potere o sottopotere e da cui deriva nei cittadini non la piena coscienza dei propri diritti, ma una concezione del rapporto con l’istituzione che per forza dev’essere mediato da qualcuno che sieda su una “cadrega” o scranno, o strapuntino, o poltrona che sia.

In Sardegna quest’attacco furibondo è stato tanto più grave perché portato meno di un anno dopo la straordinaria risposta data dagli elettori sardi – il 15 e 16 maggio dell’anno scorso – ad un referendum consultivo nel quale si poneva il problema se ci fosse una qualche disponibilità ad ospitare nell’isola impianti nucleari, in considerazione del fatto che il territorio sardo è asismico. Al voto si recò il 49,61 per cento degli aventi diritto e i no superarono abbondantemente il 90 per cento. Vale a dire, di fronte ad una questione fondamentale per il proprio futuro, i cittadini non si sono tirati indietro. E quel voto fu un preavviso, un formidabile squillar di trombe su quello che sarebbe avvenuto un mese più tardi con i referendum nazionali, i cui esiti clamorosamente netti sono stati rapidamente accantonati e dimenticati.

Cosa prevedono i dieci quesiti che hanno scatenato tanto pandemonio e che – in modo altrettanto grave – sono stati praticamente ignorati dall’informazione nazionale? Sostanzialmente sono questioni che intendono porre le basi di un progetto anticasta che elimini la dispersione di risorse in mille rivoli e rivoletti di potere e sottopotere. Intanto la riduzione del numero dei consiglieri regionali da 80 a50; poi l’eliminazione degli emolumenti a chi siede nelle agenzie ed enti regionali; la cancellazione dei relativi consigli d’amministrazione; l’istituzione di un’assemblea costituente che riscriva lo statuto speciale della regione autonoma della Sardegna; l’elezione diretta del presidente della Regione ricorrendo alle primarie.

Ma la canea si è scatenata sulla trippa vera: la cancellazione delle quattro province aggiuntive create da quasi tutti i partiti politici nel 2001 per sistemare i trombati alle elezioni più importanti, i lacché, i portaborse. Alle tradizionali suddivisioni territoriali di Cagliari, Oristano, Nuoro e Sassari, si aggiunsero per un territorio, sì esteso, ma abitato da soli un milione e 600 mila abitanti, le province di Carbonia-Iglesias, del Medio Campidano, dell’Ogliastra, di Olbia-Tempio. Per avere un’idea orientativa, la provincia d’Ogliastra raccoglie più o meno i residenti in un quartiere romano: circa 55 mila abitanti.

Per correttezza è anche giusto dire qui che non sono solo motivazioni opportunistiche quelle che spingono i sostenitori del  “no” a lasciare le cose come sono: maggiore vicinanza ai cittadini, spesso distantissimi dai vecchi capoluoghi di provincia, un modo più agile di intervenire, una burocrazia più snella. Ma perché, allora, non scontrarsi sul contenuto del referendum, e non sulla sua forma? Perché non impugnare, tutti, la bandiera referendaria per fare ripartire un confronto politico sui problemi veri della gente e non su proclami che vengono cavalcati demagogicamente e irrazionalmente?

In questa fase di grande confusione, di afasia della politica, di “tecnici” usati come paraventi dell’incapacità di progettare nuove linee di sviluppo che ci tolgano la schiavitù dal liberismo sfrenato, dal potere delle banche, dalla tutela a tutti i costi dei più ricchi, ridare la parola ai cittadini preoccupa. In tanti hanno messo le mani avanti annunciando che il voto delle amministrative del 6 e 7 maggio non dovrà essere letto con significato politico. E per quale ragione? E perché non dovrà essere interpretato come importantissimo segnale l’esito di partecipazione al voto e dei risultati dei 10 referendum sardi?

Ancora  una volta gli elettori isolani possono dare in anteprima un segnale. Da sempre considerato un vero e proprio laboratorio politico,la Sardegnaè chiamata ad essere la prima ad esprimersi contro i privilegi delle caste, o in ogni caso a dire come la pensa su un riassetto istituzionale dato dieci anni fa dalla gran parte delle forze politiche che ora vogliono cancellarlo. Sono un po’ meno di un milione e mezzo gli aventi diritto. I referendum, essendo consultivi, saranno validi se sarà superata la soglia del 33 per cento di partecipazione. Poi sarà divertente assistere a come i risultati saranno interpretati.

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