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Lo scandalo del sangue infetto

 

La notizia per cominciare. Il tribunale di Firenze ha condannato il ministero della Salute a risarcire con 700 mila euro una ragazza di Arezzo che per una trasfusione di sangue infetto ha contratto l’epatite C. Ottima decisione, se non che il caso in questione risale al 1997, 15 anni fa. Una sentenza simile è stata emessa dal tribunale civile di Ancona; anche in questo caso condannato il ministero della Salute perché un paziente in seguito a trasfusioni di sangue infetto ha contratto i virus dell’HIV e dell’epatite C. Perché venisse riconosciuto il buon diritto di questo signore sono trascorsi ben 29 anni, nel frattempo è morto. Secondo il magistrato, il ministero era a conoscenza già prima del 1983 delle modalità di trasmissione di determinati virus attraverso il sangue; ciononostante non dispose concrete misure di vigilanza e controllo idonee a prevenire malattie virali conseguenti a pratiche trasfusionali.

Anni e anni per vedersi riconoscere un diritto: quello della salute, che per sciatteria o peggio, è stata così pesantemente pregiudicata. Al momento sono più di 4000 le persone decedute per essere state infettate con sangue o suoi derivati immessi in commercio senza i doverosi controlli. Altre decine di migliaia vivono con una terribile spada di Damocle proprio perché, loro malgrado, vittime di malattie che accorciano la vita, producono sofferenze e le relegano ai margini della società. La cronaca quotidiana ci abitua a ogni sorta di crimine, ma questo del sangue infetto è uno dei più odiosi; ancor più odioso il fatto che le persone infettate debbano attendere anni e anni per vedersi finalmente riconosciuto il loro diritto C’è solo una parola: vergogna.

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