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Strage di Capaci. Gli studenti italiani e quell’eredità anti-mafia sulle proprie spalle

 

Ho molti ricordi di quando ero bambino, il primo ricordo di cronaca risale a 20 anni fa. 7 anni appena compiuti, la bella sigla di quel nuovissimo telegiornale sul 5 che apre con l’immagine di un’autostrada sventrata e un’insegna verde che mai dimenticherò: “Capaci“, c’era scritto. Non capivo chi potesse essere stato, chi fosse quel personaggio
che portavano in ospedale in tutta fretta
, come si potesse ridurre una strada in quelle condizioni e soprattutto non capivo il perché. Chiesi a mia madre, mi rispose solo: “La mafia”. Mi bastò per dare un nome ai contorni orribili della mia fantasia.

Purtroppo o forse per fortuna, non ho ricordi della strage di via d’Amelio ma mi è bastato quel primo ricordo, quella prima immagine indelebile, per cambiarmi la vita. Scoprii solo dopo le risposte alle altre domande: morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, con 500 chilogrammi di tritolo, assassinati perchè credevano in un Paese migliore e non sono scappati davanti alle proprie responsabilità.

Questa l’eredità che un’intera generazione si è caricata sulla proprie spalle, portando quelle idee di legalità e Giustizia avanti, con le proprie gambe. Gambe di ormai due generazioni di studenti che dai luoghi della formazione, da Bolzano a Catania, da Napoli a Venezia, ogni giorno nelle associazioni studentesche e in quelle anti-mafia, si impegnano per la diffusione di una nuova cultura della legalità, quella che tanto manca nel nostro Paese e quella che ha solo nel buon esempio e nell’istruzione pubblica il veicolo fondamentale per potersi imporre. Istruzione pubblica attaccata come non mai nel nostro Paese: prima dai tagli del Governo Berlusconi ad un sistema che era già il più sottofinanziato d’Europa, poi con il vile atto terroristico di Brindisi di qualche giorno fa. Due attacchi con pesi diversi, ovviamente, ma che hanno la stessa matrice di chi ha paura di una rivoluzione culturale, di chi vede l’istruzione di massa come un pericolo, e non come bene pubblico. Invece negli occhi anche Brindisi: a prescindere di chi si stabilirà sia l’artefice, mai la politica del terrore aveva attaccato gli studenti, la cultura, il sapere.

La paura del ricordo degli esempio ed eroi anti-mafia, la paura dell’istruzione, la paura dei giovani, la paura che possa nascere nei luoghi del sapere quella scintilla che isoli definitivamente il sistema che offre i favori della malavita come alternativa ai diritti che dovrebbe garantire uno Stato. La risposta studentesca è stata immediata, con i fazzoletti bianchi ci si è stretti attorno ai comuni, per ricordare Melissa, per star vicino ai nostri coetanei di Brindisi e per difendere lo Stato. Siamo cresciuti con gli orrori del 1992 negli occhi, e abbiamo sentito subito l’esigenza di urlare forte dopo 20 anni che “Qualsiasi cosa farete, non ci fermerete” e “Lo studente paura non ne ha”, i due slogan di queste giornate. Perché abbiamo come nostre armi l’istruzione pubblica e la pensiero critico, perché abbiamo degli occhi le immagini gli orrori della Mafia e perché siamo quelli che hanno sulle spalle proprio le idee di chi ha sacrificato la vita per difendere la verità, la giustizia, lo Stato. E come giovani siamo i primi a sapere che di strada ce ne è da fare ancora tantissima, per quella rivoluzione culturale, per decapitare le mafie, per cambiare in meglio il Paese ma abbiamo la consapevolezza di voler camminare in quella direzione, con la stessa forza, speranza e determinazione. Sempre.

* Coordinatore Nazionale Unione degli Universitari

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