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L’orrore siamo noi. Dylan Dog e il diavolo nascosto nel tempo presente

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Ci sono personaggi che invecchiano insieme ai loro lettori e altri che, attraversando il tempo, finiscono per raccontare il tempo stesso. Quarant’anni dopo la sua prima apparizione, l’Indagatore dell’Incubo arriva sul palcoscenico del Teatro Eliseo di Roma, restituendoci una domanda che non ha perso urgenza: quanto siamo disposti a conoscere davvero di noi stessi, prima di riconoscere il mostro che ci abita? Dylan Dog Horror Show, nato dalla collaborazione e scrittura di Tiziano Sclavi e Nicola Russo e affidato alla regia di Valter Malosti, non è semplicemente la trasposizione teatrale di un fumetto diventato fenomeno culturale. È un attraversamento di linguaggi e immaginari, un dispositivo scenico nel quale teatro, musica dal vivo, immagini, corpi e dimensione onirica concorrono a costruire un universo instabile, sospeso tra realtà e allucinazione. Un mondo che non chiede soltanto di essere guardato, ma attraversato.

La vicenda prende avvio dall’arrivo di Veronika nello studio di Craven Road; un nuovo caso per Dylan, che presto si rivela un viaggio nel passato, tra figure familiari, fantasmi e personaggi che appartengono alla sua storia. Ma l’indagine esterna diventa progressivamente un’indagine interiore; il detective non cerca soltanto il colpevole ma è costretto a fare i conti con le proprie rimozioni, con ciò che ha perduto e con le identità che convivono, spesso conflittualmente, dentro ciascuno di noi.

È qui che lo spettacolo incontra una delle grandi questioni della contemporaneità: viviamo in una società che ha trasformato l’esposizione di sé in una pratica permanente, ma che sembra avere sempre meno strumenti per conoscersi. Raccontiamo tutto, mostriamo tutto, produciamo continuamente immagini di noi stessi, eppure diventiamo sempre più estranei alla nostra interiorità. Il dialogo con sé è forse il più difficile dei dialoghi, perché non concede algoritmi, filtri o capri espiatori.

E il diavolo? Goethe, nel Faust, gli affida una delle definizioni più vertiginose del Male: «Sono una parte di quella forza che eternamente vuole il male ed eternamente opera il bene». Mefistofele non è soltanto un antagonista, ma una presenza ambigua, una contraddizione che attraversa l’esistenza umana. In Dylan Dog il demonio assume proprio questa natura: non sempre è riconoscibile, non sempre arriva dall’esterno. Talvolta coincide con le nostre paure, con la violenza normalizzata, con la capacità di non vedere il dolore altrui. Il Male, insomma, non ha bisogno di sembrare soprannaturale per essere terrificante e, da giornalista e da femminista, non posso non leggere questa dimensione anche attraverso la questione del potere. L’orrore contemporaneo ha spesso il volto ordinario della sopraffazione, della disumanizzazione, della violenza esercitata sui corpi e sulle soggettività. Le donne, le loro libertà, il loro diritto all’autodeterminazione continuano a essere terreno di conflitto. E non basta che il mostro abbia un aspetto riconoscibile per riuscire a fermarlo: occorre interrogare le strutture culturali che lo rendono possibile. È una delle ragioni per cui l’universo di Sclavi, con la sua umanità irregolare, le sue fragilità e le sue inquietudini, continua a parlarci.

C’è poi il tempo. Quello che passa, quello che ritorna, quello che ci restituisce persone e versioni di noi che credevamo sepolte. «Fermati, dunque! Sei così bello!», esclama Faust rivolgendosi all’attimo, nella celebre scommessa con Mefistofele. Ma il tempo, diversamente dai nostri desideri, non si lascia trattenere. Il teatro, invece, possiede il privilegio quasi magico di sospenderlo: per la durata di una rappresentazione, i morti possono tornare, i ricordi prendere corpo, i fantasmi sedersi accanto a noi. Come ha osservato lo stesso Nicola Russo, il palcoscenico è il luogo in cui possiamo plasmare il tempo e interloquire con i morti. Una definizione che sembra contenere l’intera poetica di questo lavoro. Da cinefila, riconosco nell’impianto visivo e nella costruzione delle atmosfere una parentela con quel cinema che ha saputo fare dell’inconscio una materia narrativa. Viene naturale pensare a David Lynch, alle sue geografie perturbanti, ma anche a Federico Fellini, che considerava il visionario «l’unico vero realista». Perché l’immaginazione non è una fuga dalla realtà: è spesso il modo più radicale per raggiungerla. E l’orrore, quando funziona, non serve a distoglierci dal mondo, ma a restituircelo senza le rassicuranti sovrastrutture con cui cerchiamo di addomesticarlo.

La dimensione musicale, le presenze sceniche, la contaminazione tra performance e immagine amplificano questa esperienza, trasformando l’Eliseo in uno spazio che prolunga il racconto ben oltre il palcoscenico. Anche il foyer, con il suo percorso immersivo nell’universo iconografico di Dylan, diventa parte di questo attraversamento: non una semplice anticamera dello spettacolo, ma una soglia narrativa.

E poi c’è Nicola. Con lui condivido un pezzo di adolescenza, il liceo, gli anni in cui i sogni non avevano ancora imparato a misurarsi con le possibilità e i compromessi dell’età adulta. Ritrovarne oggi la scrittura dentro un progetto così ambizioso significa anche misurare la distanza percorsa e, insieme, riconoscere ciò che è rimasto. L’amicizia non è una categoria critica e non sostituisce il giudizio; semmai rende più interessante osservare come certi sogni, attraversando il tempo, non si sfilaccino ma anzi trovino, finalmente, una forma. 

Forse è proprio questo il lascito più interessante di Dylan Dog Horror Show, spettacolo al confine tra fumetto, teatro e visione: ricordarci che non esiste un’indagine definitiva, né una guarigione dalla paura che ci metta al riparo dalla vita. Possiamo soltanto continuare a cercare, dubitare, interrogarci. E conservare quell’ironia che impedisce all’orrore di avere l’ultima parola.

Perché, se il diavolo è il grande illusionista che ci promette di sottrarci al tempo, Dylan Dog ci ricorda che l’unico modo per non esserne prigionieri è attraversarlo. Senza smettere di cercare.


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