Emfa, la grande incompiuta

Il neotribalismo tra moda politica e rete: omologazione o identità?

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Il neotribalismo è un fenomeno che si impone a partire dall’ultima parte del secolo scorso. È un concetto sociologico che descrive la tendenza dell’essere umano contemporaneo a raggrupparsi in “tribù” postmoderne basate su passioni, stili di vita e interessi comuni, in aperta opposizione all’individualismo e all’universalismo della società globale. Nella società globale massificata, il neotribalismo rappresenta una risposta alla perdita di identità tradizionale (famiglia, classe sociale, partito politico, religione). Le persone non si definiscono più solo in base al proprio luogo di nascita o al proprio lavoro, ma attraverso l’appartenenza a micro-comunità fluide.    

Qualsiasi oggetto o fenomeno è legato ad altri, determinato da essi, e pertanto sottoposto al cambiamento e all’alea. In un modo o nell’altro, nulla è permanente. Questo significa che ciò che ora è non necessariamente è stato, e non sarà per sempre. Allo stesso modo, le categorie elaborate in un dato momento non sono eterne, e devono essere sottomesse a revisione se si vuole cogliere l’evoluzione che ha avuto luogo, e di cui empiricamente è molto difficile negare o rifiutare gli effetti. Il relativismo in questione consiste nel mettere in relazione i diversi elementi della vita, e nel prendere atto del flusso vitale che è costitutivamente incessante. In tal modo ogni tipo di dogmatismo diventa effimero. Bisogna promuovere una sensibilità teorica che preferisce l’umiltà delle cose alla presunzione dei concetti. È nei periodi di cambiamento delle civiltà che bisogna essere Selbstdenker, ovvero dei pensatori liberi.

Una delle espressioni più note, convincenti e longeve che descrivono ancora oggi la società della rete è “villaggio globale”. 

Il villaggio è stato la prima forma stabile di insediamento umano, immediatamente successiva al nomadismo preistorico. Una realtà sociale ancestrale, chiusa, sostanzialmente autoritaria per la presenza di figure steretipate di riferimento come lo sciamano, popolata da totem intoccabili, fondata su un pensiero magico-rituale, attraversata da una cultura orale e mitica, fortemente condizionata dalla presenza del gruppo che monitorava costantemente la vita dell’individuo all’interno della comunità e, soprattutto, caratterizzata da forme di convivenza tribale. L’esistenza del soggetto all’interno di questa comunità chiusa si svolgeva nei limiti di una continua dinamica corale, animata dal consensus sociale che scandiva e determinava la vita dell’individuo all’interno della società: un’incessante e ininterrotta esposizione e spettacolarizzazione dell’esistenza era una caratteristica del villaggio tribale. Il gruppo assisteva e interveniva prepotentemente in ogni aspetto e in ogni momento del percorso soggettivo. Il tribalismo e il primitivismo del villaggio si manifestava in atteggiamenti riconducibili ad alcuni archetipi fondamentali dell’umano, primo fra tutti la ricerca e la persecuzione del capro espiatorio. La violenza collettiva che si riversava e veniva incanalata nel sacrificio rituale della vittima prescelta rappresentava, nelle claustrofobiche dinamiche del gruppo, una forma di catarsi simbolica fondamentale per la stabilità emotiva e sociale del villaggio, per il controllo e il mantenimento dei ruoli. Ora, assumendo come valida la relazione tra villaggio e condizione tribale e andando oltre le intenzioni di McLuhan prendendo alla lettera il sostantivo villaggio per porre l’accento critico sul significato antropologico, culturale e sociale del termine, Arsena trova una chiave di interpretazione per la nostra contemporaneità digitale: si può partire dall’ipotesi villaggio globale/villaggio tribale per spiegare questa nuova, inaspettata riproposizione di un tribalismo e un primivitismo che si evince dal ricorso, pressoché quotidiano, a un glossario e una terminologia dalle antiche origini tribali come i discorsi d’odio che altro non sono che parole trasformate in clave e pietre che vengono lanciate nelle dinamiche di un “linciaggio” che, ancorché mediatico e informatico, richiama l’esperienza del sacrificio rituale del capro espiatorio, intorno al quale si manifestano e si consumano forme di isteria e di violenza collettiva e cieca, soprattutto nella realtà della Rete. 

Per cui le nuove tribù, come sottolineato dagli autori, rigettano concetti profondi, parole complesse, simboli su cui riflettere. Sono uscite dai circoli privati, da piccole comunità autoreferenziali e hanno “conquistato” il web ma, soprattutto, hanno avvolto la politica: il leader politico, da sintesi pubblica di comuni posizioni sociali e ideali, si è trasformato in corpo tribale, un soggetto desoggettivizzato da seguire sulla base di messaggi chiari e banali, poco importa se autentici e rispondenti al vero. L’importante è essere contro, anche contro categorie astratte come gli scienziati che progettano vaccini o fantasmi che attraversano i mari. 

La globalizzazione assume dunque la forma di tribalizzazione che disgrega la societas moderna e ne fa un universo attraversato da una miriade di conflitti sempre più radicali tra mondi eterogenei difficilmente dominabili in assenza di un parametro comune, universale, che consenta di individuare un punto di incontro tra soggetti incontrovertibili, refrattari a ogni mediazione. 

Il libro

Elio Franzini, Federico Vercellone, Tribalismi. Perché la società si sta frammentando, Neri Pozza, Vicenza, 2026.


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