Giornalismo sotto attacco in Italia

Da Francesco a Leone, l’orizzonte indomito della pace

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Non ha scelto l’austera residenza a Santa Marta, ha fatto riaprire l’appartamento riservato al pontefice, indossa la mozzetta nei momenti importanti e tiene ai simboli assai più del predecessore, ma per il resto quello di papa Leone XIV si sta confermando un pontificato in piena sintonia con quello di Francesco. E aspettiamo anche a dire che non possieda la stessa profezia visionaria, la stessa lungimiranza nell’analizzare il contesto mondiale e la stessa passione civile nel prendersi cura degli orrori del mondo, perché sì, Bergoglio difficilmente si sarebbe recato in visita nel Principato di Monaco, difficilmente avrebbe ricevuto determinati personaggi e sulla guerra fra Russia e Ucraina aveva un’opinione più netta e condivisibile, ma proprio come Leone rivendicava il ripudio delle armi, delle guerre, della violenza, della brutalità e della ferocia nei confronti dei migranti. Non a caso, poco prima di andarsene, scrisse una lettera all’episcopato americano per condannare “l’avvio di un programma di deportazioni di massa”, affermando: “La coscienza rettamente formata non può non compiere un giudizio critico ed esprimere il suo dissenso… l’atto di deportare persone che hanno abbandonato la propria terra per ragioni di povertà estrema, insicurezza, sfruttamento, persecuzione o grave deterioramento dell’ambiente, lede la dignità di molti uomini e donne, e di intere famiglie”. Era, quello di Francesco, un Dio ‘dAvvento, il Dio degli slum e delle periferie, il Dio di Bangui, in Repubblica Centrafricana, dove nel 2015 aprì il Giubileo della Misericordia, e il Dio dei migranti, come testimoniò recandosi a Lampedusa l’8 luglio 2013 per chiedere scusa alle persone che erano annegate nel Mediterraneo, tre mesi prima che si consumasse la strage del 3 ottobre nella quale persero la vita oltre trecento persone. Ebbene, anche papa Leone il prossimo 4 luglio, anziché andare a rendere omaggio al trumpismo, sarà a Lampedusa per manifestare la propria vicinanza alla periferia spirituale e materiale d’Europa: una data simbolica, ancora più significativa se si tiene conto che siamo al cospetto di un pontefice americano, da sempre contrario alla Dottrina Trump e vicinissimo a Francesco nella difesa dei diritti e della dignità umana.
E così, mentre Leone XIV si trova in Africa per una missione improntata alla carità e alla testimonianza del Vangelo e della parola di Dio fra gli ultimi, ad Assisi si è svolta l’ennesima Marcia per la Pace, nel tentativo di risvegliare la coscienza dei potenti: gli stessi potenti sferzati da Leone, sfidati sul proprio terreno ed esortati a non essere mercanti di morte ma costruttori di ponti e cantori di un’altra idea di mondo; gli stessi potenti che non potranno fare ancora a lungo orecchie da mercante al cospetto di un mite agostiniano che magari non usa i toni perentori del predecessore ma non per questo si rivela meno efficace nella condanna dello stupro della Terra e della distruzione delle risorse del Creato per annientare il prossimo. Un Papa nella tempesta, proprio come Francesco, di cui, a un anno dalla scomparsa, rimangono i messaggi e le intuizioni, a cominciare dalla denuncia di una “Terza guerra mondiale a pezzi” che purtroppo si sta saldando, trasformandosi in un conflitto planetario dalle conseguenze imponderabili.
Di Leone, fin da quando si è affacciato su una piazza San Pietro gremita e festante, abbiamo ammirato il coraggio e la fermezza, il suo invito a una “pace disarmata e disarmante”, il suo prendere per mano una comunità di fedeli disorientata e divisa, il suo rivendicare l’esperienza di Francesco e la sua insistenza sulla sinodalità, ossia sul senso di comunità, sulla condivisione e su quel “todos, todos, todos” che era stato la cifra di Bergoglio e continua a essere la fonte d’ispirazione di una Chiesa moderna e in grado di rinnovarsi nella continuità.
Ci manca Francesco, con il suo stile affabile e la sua vicinanza a chi soffre, piange, spera e vede nella predicazione del Vangelo una forma di riscatto, ma Leone non l’ha fatto rimpiangere. Del resto, non ha scelto a caso il nome del papa della “Rerum novarum”, cioè dell’apertura ai temi sociali, del rifiuto dell’arrocco di Pio XII dopo la breccia di porta Pia e della presa d’atto che dimensione spirituale e dimensione temporale potessero coesistere ed esaltarsi a vicenda, attraverso una sana partecipazione dei cattolici alla vita pubblica. Un riformista nel senso più nobile del termine, quindi, più politico e diplomatico rispetto al movimentista venuto “dalla fine del mondo” ma non per questo meno attento alle richieste di chi, in un pianeta sconvolto dall’orrore, sta smarrendo finanche se stesso.
Il Dio d’Avvento annunciato da Francesco vive, insomma, nell’orizzonte indomito e ostinato della pace, riprendendo la predicazione di don Primo Mazzolari e attualizzandola. Una Chiesa senza nemici, con le mani tese e le porte spalancate; una Chiesa che cammina nel mondo e non si stanca di rinnovare un messaggio di speranza; una Chiesa per i poveri, gli ultimi e gli oppressi: la Chiesa di Francesco e Leone, accomunati da un senso di fraternità che sfida i mercanti d’armi, i governanti ciechi e chiunque assecondi la volontà di potenza dei moderni tiranni. Le nuove generazioni sono con loro e continueranno a marciare con la bandiera arcobaleno e un senso di gioia profonda nel cuore: non è poco, nell’era della società liquida e dell’egoismo trionfante. I ventenni si sono fatti collettività e si sono messi in cammino, la politica li ascolti.


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