Giornalismo sotto attacco in Italia

“Per i palestinesi, un accordo di pace significa riconoscimento di dignità e diritti”. Intervista con l’ambasciatrice palestinese in Italia Mona Abuamara

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Mona Abuamara è una donna colta e alla mano. Ambasciatrice palestinese in Italia e attenta osservatrice delle vicende internazionali, dialoga a tutto campo con Articolo 21, analizzando il fermento giovanile a favore di Gaza e della causa del suo popolo, l’ottusità e l’acquiescenza di troppi governi occidentali nei confronti di Israele, la reintroduzione, da parte della Knesset, di una pena di morte su base etnica e l’evoluzione della crisi in Medio Oriente, con i rischi connessi alle decisioni di Trump e Netanyahu a proposito dell’Iran. Ne emerge un quadro sconfortante, ma non per questo l’ambasciatrice Abuamara è disposta a rinunciare a un orizzonte di pace e fratellanza fra i popoli.
La tragedia di Gaza ha catturato la nostra attenzione per mesi, anche grazie alla Global Sumud Flotilla. Qual è la sua opinione su questa iniziativa e sulla copertura mediatica che ha ricevuto?
La tragedia di Gaza ha creato un vuoto morale che cittadini comuni, parlamentari, medici, avvocati e attivisti, rifiutando di normalizzare l’assedio, la fame e la distruzione di un intero popolo, hanno cercato di colmare. È così che è nata questa iniziativa.
La Global Sumud Flotilla è un’iniziativa non violenta e un atto morale. Il suo significato va oltre gli aiuti che trasporta, perché sfida l’idea che Gaza possa restare isolata dal mondo mentre la sua popolazione viene bombardata, sfollata e privata dei beni essenziali per la vita.
Per quanto riguarda la copertura mediatica, ogni attenzione che rompe il silenzio è preziosa. Tuttavia, quando si tratta di solidarietà con la Palestina, troppo spesso i media trattano queste iniziative come provocazioni o inconvenienti diplomatici, invece di porre la domanda essenziale: perché dei civili devono rischiare così tanto semplicemente per affermare che i palestinesi meritano cibo, medicine, libertà di movimento e vita? Il vero scandalo non è la flottiglia, ma la realtà che la rende necessaria.
Quale impressione ha avuto delle strade e delle piazze italiane piene di giovani uomini, donne e altri che manifestavano solidarietà al popolo palestinese?
Mi ha profondamente colpito. Vedere le strade e le piazze italiane riempirsi di giovani, lavoratori, famiglie, studenti, artisti e persone di coscienza è stato estremamente significativo. Hanno ricordato a tutti i palestinesi, e soprattutto alla popolazione che affronta il genocidio a Gaza, che non sono soli.
Hanno detto al mondo che la solidarietà è ancora viva, che la verità ha ancora dei difensori e che il tentativo di isolare la Palestina è fallito.
Il popolo italiano ha riconosciuto nella Palestina una questione umana e morale. Questo dà speranza.
Qual è la situazione attuale a Gaza e in Cisgiordania? Quali effetti ha avuto la tregua annunciata da Israele? In che misura è stata rispettata?
La situazione resta catastrofica. A Gaza, il quadro di cessate il fuoco iniziato nell’ottobre 2025 ha portato pochissimi miglioramenti nell’accesso agli aiuti. I monitor umanitari hanno avvertito che la situazione rimane estremamente fragile, con malnutrizione acuta, infrastrutture devastate, sfollamenti di massa e bisogni essenziali ancora insoddisfatti.
Ancor più importante, il cessate il fuoco non ha portato pace, sicurezza o dignità ai palestinesi. Più di 700 palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano dall’inizio del cessate il fuoco.
In Cisgiordania, la situazione è peggiorata drasticamente. Il terrorismo dei coloni, sostenuto dallo Stato, si sta diffondendo come un incendio.
La risposta onesta è quindi che il cessate il fuoco non ha posto fine alla sofferenza palestinese. Non ha posto fine all’assedio, né agli attacchi militari, né al terrorismo dei coloni, né alle strutture dell’occupazione.
La Relatrice ONU Francesca Albanese ha presentato rapporti devastanti: ha avuto modo di leggerli? Qual è la sua opinione?
Sì. I rapporti di Francesca Albanese sono devastanti perché la realtà che documentano è devastante. Il suo recente rapporto al Consiglio dei Diritti Umani esamina la tortura contro i palestinesi e conclude che non si tratta di episodi isolati, ma di un fenomeno strutturale. Il testo afferma che la tortura è una caratteristica strutturale del genocidio in corso e del più ampio sistema di apartheid coloniale, descrivendo le carceri israeliane come un “laboratorio di crudeltà calcolata”.
Il lavoro della Relatrice è stato rigoroso, coraggioso e moralmente chiaro. Lei ha fatto ciò che molti attori potenti hanno rifiutato di fare: chiamare gli schemi di disumanizzazione, le misure punitive e l’impunità con il loro nome. Lei insiste sul fatto che secondo il diritto internazionale la vita dei palestinesi ha lo stesso valore delle altre. Questo dovrebbe essere il minimo indispensabile. Eppure, nel mondo di oggi, anche un principio così semplice richiede coraggio.
L’Occidente ha spesso dato l’impressione di essere disinteressato, quasi indifferente, alla difficile situazione del popolo palestinese. Il Cancelliere Merz ha persino dichiarato che Israele sta facendo “il lavoro sporco” anche per noi. Come lo spiega? Perché la solidarietà delle classi dirigenti è finora apparsa inversamente proporzionale a quella dei popoli?
I palestinesi sono stati a lungo trattati non come un popolo titolare di diritti, ma come un problema da gestire. Troppi decisori vedono la Palestina attraverso il prisma delle alleanze, degli interessi militari, dei costi politici interni e delle responsabilità storiche ereditate. In questa logica, la sofferenza palestinese diventa rumore di fondo.
Ma le persone comuni non reagiscono allo stesso modo. Vedono bambini sotto le macerie, famiglie affamate, ospedali distrutti, civili sfollati, giornalisti uccisi, e non hanno bisogno di una dottrina strategica per capire che qualcosa di profondamente sbagliato sta accadendo.
Esiste quindi un divario, e parte del mio lavoro consiste nel cercare di colmarlo.
La Knesset ha recentemente votato a favore della reintroduzione della pena di morte per chi commette atti terroristici contro cittadini israeliani. Ci troviamo quindi di fronte a una pena di morte su base etnica, sostenuta non a caso dal ministro dell’estrema destra Itamar Ben-Gvir. Quali conseguenze potrebbe avere questa scelta?
Se attuata, questa legge rappresenterebbe un’escalation estremamente grave. In primo luogo, approfondirebbe il già consolidato ordine giuridico a due livelli imposto dall’occupazione. In secondo luogo, normalizzerebbe l’uccisione di Stato come strumento di dominio etno-politico.
Non è una misura pensata per produrre giustizia. È una misura pensata per giustificare, istituzionalizzare e legalizzare la vendetta e la supremazia; a ulteriore conferma che i palestinesi non sono sottoposti allo Stato di diritto, ma a una logica di forza.
Qual è la sua valutazione della situazione generale in Medio Oriente? Trump ha minacciato di riportare l’Iran “all’età della pietra”. Cosa potrebbe accadere se il conflitto si estendesse?
La regione sta attraversando una fase estremamente pericolosa. Il rischio maggiore è che l’impunità in un contesto alimenti l’escalation in un altro.
Un conflitto regionale più ampio sarebbe catastrofico: moltiplicherebbe le sofferenze civili, destabilizzerebbe gli Stati, aumenterebbe la polarizzazione, interromperebbe le rotte commerciali ed energetiche e creerebbe nuovi cicli di trasferimenti forzati.
Soprattutto, rafforzerebbe l’idea che questa regione possa essere governata dalla violenza soverchiante piuttosto che dal diritto internazionale e dalla diplomazia.
Per questo la questione palestinese non può essere separata da quella della pace regionale, se non globale. La Palestina non è una questione marginale: è centrale. Finché occupazione, apartheid, pulizia etnica e genocidio saranno tollerati, l’intera regione resterà esposta ad una continua instabilità.
Quale ruolo, sia umanitario sia geopolitico, può svolgere l’Italia in Medio Oriente e in Palestina in particolare?
L’Italia può svolgere un ruolo importante sia sul piano umanitario sia, soprattutto, su quello politico. I due percorsi devono procedere in parallelo se vogliamo porre fine al conflitto e non limitarci a gestirlo.
L’Italia ha già compiuto passi significativi e molto apprezzati sul piano umanitario. Tuttavia, sul piano politico, ci aspettiamo un’azione più incisiva dell’Italia e della comunità internazionale, per garantire sia un accesso umanitario senza ostacoli sia la fine del genocidio e dell’assedio; per fermare la pulizia etnica, il terrorismo dei coloni e l’espansione degli insediamenti; per insistere che Israele risponda delle sue violazioni del diritto internazionale; e per riconoscere lo Stato di Palestina non come gesto simbolico, ma come affermazione giuridica e politica del diritto del popolo palestinese alla libertà, alla sovranità e all’uguaglianza.
L’Italia gode di una credibilità particolare nel Mediterraneo, in Europa e nella diplomazia multilaterale, e noi contiamo su di essa.
Lei ricorderà sicuramente i tentativi di pace del passato: gli Accordi di Oslo, l’incontro di Camp David tra Barak e Arafat nel 2000 e altri momenti in cui, anche dopo l’assassinio di Rabin, si è cercato di avvicinare popoli e governi. Come possiamo ancora sperare nella pace dopo l’infinito orrore a cui abbiamo assistito? Crede nella visione di due popoli, due Stati, o, almeno, nel sogno di una coesistenza pacifica tra israeliani e palestinesi all’interno di un unico Stato bi-nazionale? Si tratta di una speranza concreta o di un’utopia?
La lezione di Oslo non è che la pace sia impossibile, ma che una pace senza giustizia è un’illusione.
Per i palestinesi, un accordo di pace non ha mai significato la semplice assenza di violenza. Ha sempre significato libertà dall’occupazione, dall’apartheid, dall’assedio, dal terrorismo dei coloni e dal controllo militare; e riconoscimento di pari dignità e diritti. Nessun quadro politico potrà essere sostenibile se Israele non riconoscerà le basi non negoziabili dell’uguaglianza, della libertà, della responsabilità e della fine del proprio dominio. Senza questi principi, le formule restano vuote.
Gli insediamenti, le politiche di annessione, la frammentazione del territorio palestinese e la distruzione sistematica delle condizioni necessarie a uno Stato sovrano palestinese hanno gravemente compromesso la soluzione dei due Stati. Oggi, tale soluzione è tanto praticabile quanto lo è la volontà della comunità internazionale di attuarla.
La domanda reale è quindi: la comunità internazionale è finalmente pronta a fronteggiare le strutture che hanno reso impossibile la pace, oppure no?

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