Giornalismo sotto attacco in Italia

Oltre stereotipi e pregiudizi: l’imprenditoria straniera che ridisegna l’Italia

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Come una corrente carsica che attraversa la terra silenziosamente per poi riaffiorare con forza inattesa, l’imprenditoria straniera in Italia scorre sotto la superficie degli stereotipi e delle narrazioni semplificate, fino a emergere oggi come uno dei motori più vitali e trasformativi del sistema economico nazionale. Non è un fenomeno effimero né marginale: è, piuttosto, una trama in espansione che ridefinisce i contorni stessi dell’identità produttiva del Paese.

Il Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025, realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con la CNA e presentato a Roma, restituisce con chiarezza la portata di questa trasformazione. In meno di quindici anni, le imprese guidate da cittadini di origine straniera sono aumentate di quasi il 50%, raggiungendo nel 2024 quota 666.767 unità. Una crescita che si staglia in controluce rispetto alla contrazione delle imprese autoctone (-7,9% nello stesso periodo), configurando quello che gli analisti definiscono un vero e proprio “dinamismo anticiclico”.

Non si tratta soltanto di numeri. È la qualità di questa crescita a segnare una discontinuità rispetto al passato. L’imprenditoria immigrata, un tempo percepita come fragile e confinata in nicchie “etniche”, mostra oggi una crescente solidità strutturale. Le società di capitale, ad esempio, sono aumentate del 223,2% dal 2011 e rappresentano oltre un quinto del totale: un indicatore eloquente di maturazione e radicamento. Parallelamente, si allunga l’orizzonte temporale delle attività: più di un terzo delle imprese supera ormai i dieci anni di vita, segno di una stabilità che contraddice l’idea di una presenza transitoria.

A questa evoluzione si accompagna una progressiva integrazione nelle filiere produttive nazionali; le imprese a conduzione straniera non sono più semplici terminali periferici, ma nodi attivi nelle catene di fornitura: tra il 2019 e il 2022, il 18% delle aziende manifatturiere italiane ha acquistato beni o servizi da queste realtà, generando un interscambio dal valore superiore ai tre miliardi di euro. Ancora più significativo è il profilo qualitativo di tali prestazioni: accanto ai manufatti, si registra una presenza crescente nei servizi avanzati, con una quota non trascurabile di forniture “strategiche”.

Anche sul piano settoriale, il panorama si fa più articolato. Se commercio ed edilizia restano ambiti di forte concentrazione per alcune comunità, emerge una tendenza sempre più marcata alla diversificazione. Dopo la pandemia, si assiste a un’espansione nei servizi immobiliari, finanziari e assicurativi, nelle attività scientifiche e tecniche e in altri comparti ad alto valore aggiunto. È un movimento che riflette non solo l’adattamento alle dinamiche di mercato, ma anche l’emergere di nuove competenze e nuove generazioni imprenditoriali. Tra queste, spicca il protagonismo crescente delle donne, elemento destinato a incidere profondamente sulle traiettorie future del fenomeno.

Eppure, nonostante questa vitalità, il potenziale dell’imprenditoria immigrata resta ancora in parte inesplorato. Solo il 12,9% degli occupati stranieri è impegnato in attività indipendenti, contro il 20,9% degli italiani: un divario che suggerisce ampi margini di sviluppo. Analogamente, la capacità di generare occupazione, pur in linea con la media europea, potrebbe essere ulteriormente rafforzata attraverso politiche mirate.

È qui che il discorso si fa inevitabilmente politico e strategico. Valorizzare questa energia imprenditoriale significa investire non solo in crescita economica, ma anche in coesione sociale e innovazione culturale. Le imprese immigrate, infatti, non sono semplicemente attori economici: sono ponti tra mercati, laboratori di ibridazione, spazi in cui si ridefiniscono linguaggi, pratiche e visioni.

In controluce, l’immagine che emerge è quella di un’Italia che cambia, forse più rapidamente di quanto il dibattito pubblico riesca a cogliere. Un’Italia in cui l’imprenditoria straniera non rappresenta un’eccezione, ma una componente strutturale e sempre più strategica. Come una corrente che, dopo aver scavato a lungo nel sottosuolo, trova finalmente il proprio alveo in superficie, contribuendo a ridisegnare il paesaggio economico e sociale del Paese.


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