Non è facile in questi giorni di scrivere su quanto sta accadendo in Iran, soprattutto per chi come me deve tener conto di due realtà cosi diverse e spesso in contrasto tra di loro. La mia metà iraniana non riesce a capire l’altra metà, quella italiana. Le contraddizioni non sono poche. La mia metà iraniana deve fare i conti con un regime che in 47 anni di potere non ha fatto altro che uccidere e soffocare ogni forma di dissenso. Di un regime che 47 anni fa è salito al potere non solo con l’appoggio e la partecipazione di chi si opponeva anche all’ora a una dittatura di stampo diverso, ma anche di un Occidente che senza conoscere la vera natura della rivoluzione khomeinista, ha speso non poche parole, ma anche molti libri a giustificare quanto avveniva nell’Iran nel 1979. Anche allora che lavoravo in un piccolo giornale italiano di sinistra dovetti combattere non poco per far capire che non bisognava vedere quanto accadeva in Iran nell’ottica di un mondo che all’epoca era divisa tra i due campi dell’imperialismo e antiimperialismo. Non era facile spiegare che la realtà sul terreno era molto più complessa. Oggi mi trovo esattamente come 47 anni fa impegnato a ricordare che vedere la realtà iraniana nell’ottica di trumpismo e anti trumpismo non fa altro che prendere un altro abbaglio.
Cerchiamo non di comprendere il punto di vista di molti iraniani che nelle ultime ore sono scese nelle strade, sia in Iran e che all’estero, per gioire la morte di Ali Khamenei, la Guida Suprema della Repubblica Islamica. Mentre dall’altra parte della piazza non pochi italiani manifestano contro questa guerra, senza spendere una parola per le vittime della repressione in Iran. Per gli iraniani, queste manifestazioni contro la guerra sono viste come sostegno a un uomo che poco più di mese fa ha ordinato di sparare sui manifestanti pacifici che in 210 città iraniane erano in strada per manifestare contro il caro vita, chiedendo la fine del regime islamista. Oltre 30.000 di loro, tra i quali almeno 231alunni minorenni delle scuole elementari, medie e superiori hanno perso la vita, uccisi dall’apparato repressivo guidato da Ali Khamenei. I dati di minorenni uccisi durante la rivolta dello scorso gennaio, con tanto di nomi, cognomi e l’età sono stati diffusi dal sindacato illegale degli insegnanti. Gli iraniani non riescono a capire perché questi morti, un numero superiore di gran lunga alle vittime dell’attuale guerra, dove secondo la Mezzaluna Rossa della stessa Repubblica Islamica, sono qualche centinaio, non ha indignato coloro che in queste ore manifestano contro l’azione militare congiunta degli Stati Uniti e d’Israele, senza una parola per commemorare le vittime della repressione.
Gli iraniani non sono stupidi o sprovveduti. Non credono che l’aviazione americana e i missili israeliani abbiamo preso il volo per portare la democrazia in Iran. Sanno benissimo che il loro intervento militare ha altri scopi e obiettivi. Sono però convinti che questi attacchi possono aggravare la crisi che il regime islamista sta attraversando, favorendo il processo che potrebbe porre fine a 47 anni di dittatura religiosa. Gli iraniani, almeno gran parte degli oppositori dell’attuale regime, non hanno dubbi che la rivoluzione non è importabile e deve essere fatto in loco e da loro, ma non per questo non serve un aiuto concreto, e non sulle ereti sociali, da parte di quel mondo che si autodefinisce democratica e pretende di onorare i diritti umani e la libertà di scelta dei popoli.
La mia l’altra metà, quella italiana, cerca di mettere in guardia i miei connazionali iraniani, che facilmente l’entusiasmo per la morte di Ali Khamenei ed altri dirigenti civili e militari della Repubblica Islamica, se non gestita con lucidità, potrebbe si porre fine a questo regime, ma imporre da americani, israeliani o qualunque altro potere straniero, una nuova dittatura, questa volta senza il turbante ma con le stellette. Cosa non poco probabile, visto che le forze laiche e democratiche sono presenti nella società iraniana, ma non attualmente in condizione di rappresentare un’alternativa valida e soprattutto unitaria. In questo contesto l’Europa potrebbe avere un ruolo e battere un colpo, se ancora capace di farlo, per impedire che Trump o Netanyahu promuovano un loro candidato alle guida di un paese dall’importanza strategica non secondaria.
