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Uganda: il figlio del presidente pronto per la successione

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Yoweri Museveni, 81 anni, occupa il terzo posto nell’Olimpo dei presidenti africani che la storia sembra aver saldato con la fiamma ossidrica sui loro troni di leader.

Lo superano solo Teodoro Obiang Nguema (da 47 anni al potere in Guinea Equatoriale) e Paul Biya, da 44 alla guida del Camerun.

Museveni è stato rieletto per la settima volta consecutiva presidente dell’Uganda lo scorso 15 gennaio. La prima volta risale al 1986 in veste di capo di un movimento ribelle dopo anni di lotta armata.

Accantonate velocemente le reboanti promesse di cambiamenti radicali, il presidente si è dedicato metodicamente allo studio di come succedere a sé stesso.

Al macero, dunque, gli ostacoli costituzionali relativi ai limiti di età e di mandati presidenziali, e via libera alla soglia di vittoria elettorale fissata al cinquanta per cento più uno. La strada è così tutta in discesa da 40 anni e per quanto riguarda il futuro marcia trionfalmente verso la successione dinastica Muhoozi Kainerugaba, capo delle forze armate, ma innanzitutto figlio primogenito dell’anziano presidente.

Il cinquantaduenne comandante in capo degli eserciti dell’Uganda usa disinvoltamente il tweet per complimentarsi con la premier Giorgia Meloni (promettendole 100 mucche in regalo) ma anche per minacciare di invadere il Kenya: una gradassa intimidazione che nel 2022 costrinse il padre a rimuoverlo temporaneamente dal prestigioso incarico per evitare un pericoloso incidente diplomatico.

L’altissimo ufficiale è imprevedibile e non disdegna il ricorso alla violenza: una unità militare sottoposta al suo comando è stata denunciata alla Corte Penale internazionale per rapimenti e torture riservate agli oppositori. Un carattere instabile e bizzosamente micidiale che ricorda alcuni atteggiamenti di quello che lui sogna essere in futuro il suo collega Donald Trump.

A preoccupare le nazioni confinanti (e non solo) più che le condizioni psichiche di Muhoozi è il futuro di questa delicatissima area dell’Africa orientale. Le buone capacità militari delle sue forze armate hanno fatto dell’Uganda un ago della bilancia nella stabilità dei paesi limitrofi, garantendole inoltre una credibilità politica internazionale. L’esercito di Kampala ricopre un ruolo di primissimo piano nella sicurezza regionale giocando spesso un ruolo di pacificazione. Ha il contingente più numeroso impegnato in Somalia nella missione dell’Unione Africana; sostiene il litigioso e traballante governo di Salva Kiir in Sud Sudan; i suoi soldati operano anche nell’area orientale della Repubblica Democratica del Congo, ufficialmente per combattere le milizie ribelli ugandesi di matrice islamista che dalle basi congolesi sferrano attacchi oltre frontiera. Verosimilmente la presenza ugandese nella Rdc si spiega con il controllo dei traffici economici transfrontalieri ed il commercio illegale di materiali preziosi trafugati dalle terre rare presenti nel sottosuolo. La presenza in questi tre scenari (Somalia, Sud Sudan, Rdc) fondamentali per i fragili equilibri regionali. A preoccupare il mondo occidentale sono anche i rapporti sempre più stretti tra Kampala e Mosca: nel 2024 si sono registrati 3,5 miliardi di dollari di scambi commerciali (rispetto ai 14 milioni del 2021). Caffè dall’Uganda e droni dalla Russia le principali esportazioni. Gli Emirati Arabi sono i principali importatori d’oro mentre Pechino è il primo creditore.

Questa complessa situazione estera si coniuga con la fragile politica interna. Certo, il Pil da 5 anni è attestato intorno al 6% medio di crescita ma rischia il fallimento la politica di accoglienza (con 2 milioni di rifugiati che vivono nel paese) per il taglio degli aiuti Usaid: risultato sistema sanitario allo sbando e crescita di xenofobia.

Museveni ha vinto le elezioni di gennaio con gli stessi metodi usati nelle precedenti consultazioni: arresti, rapimenti, repressione, intimidazioni contro gli oppositori politici, blocco della rete internet a pochi giorni dal voto che non ha consentito il monitoraggio delle operazioni da parte degli osservatori stranieri. Museveni ha ottenuto il 71,65% dei consensi ma cominciano a sentirsi distintamente gli scricchiolii di un sistema di potere che fatica a reggere l’onda d’urto delle proteste della Generazione Z.

Un risultato paradossale: in Uganda c’è una tra le più giovani generazioni del mondo con una età media di meno di 17 anni, protagonista da anni di mobilitazioni di piazza per chiedere lavoro, diritti, democrazia. Il pesante clima elettorale è stato evidenziato anche da un rapporto delle Nazioni Unite. Inoltre, l’affluenza alle urne è stata bassa. Lo ha ammesso pensosamente lo stesso Museveni nel suo discorso di investitura: “Circa 10 milioni di elettori non ha votato. Molti sono membri del nostro partito, dobbiamo capire perché”. Ma la domanda giusta è: scontata la vittoria in questo clima incandescente, che succederà in tempi non lontani?

 

Fonte rivista CONFRONTI n.3 marzo


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