A Monfalcone si è aperto il vuoto. Venti metri. Un uomo al lavoro che non torna a casa. Nel cantiere resta il rumore del ferro. A casa resta un silenzio che non si colma. Le morti sul lavoro non fanno abbastanza rumore.
Succedono dentro un turno qualunque, in una giornata che sembrava uguale alle altre. Un casco, una struttura, un’altezza da cui si guarda giù senza pensare che possa diventare l’ultima cosa vista. Poi il vuoto prende il posto dell’aria. Nei cantieri navali si costruiscono navi immense, città galleggianti. Si misura tutto: tonnellate, metri, tempi di consegna. Si calcola ogni carico, ogni saldatura. Eppure c’è qualcosa che continua a sfuggire: la fragilità di chi lavora sospeso tra l’acciaio e il cielo. Dopo, arrivano le procedure. Le indagini. Le parole tecniche. “Dinamica da accertare”. “Verifiche in corso”. Espressioni che cercano ordine dove ordine non c’è. Ma prima di tutto questo c’è un corpo. C’è un nome. C’è una famiglia che aspetta una porta che non si aprirà. Ogni morte sul lavoro incrina il patto più semplice: uscire per lavorare e tornare. Non è una pretesa eroica. È il minimo. È la normalità che dovrebbe essere garantita. Monfalcone non è un punto su una mappa. È una comunità che vive di cantiere, di turni, di sirene che segnano l’inizio e la fine della giornata. Quando uno cade, non cade solo lui. Si incrina qualcosa che riguarda tutti. Le morti sul lavoro non fanno abbastanza rumore.
E forse il silenzio che lasciano è la parte più insopportabile.
