Giornalismo sotto attacco in Italia

Atreju e l’odio messo in scena

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L’odio online viene raccontato sempre più spesso come un fenomeno astratto, figlio della rete, degli algoritmi, della velocità della comunicazione. Una sorta di malattia del tempo che colpisce tutti e che nasce ovunque allo stesso modo. È una narrazione comoda, perché evita una domanda più scomoda: da dove viene quell’odio, quale cultura lo ha prodotto, quale linguaggio lo ha reso praticabile ben prima dei social. L’odio non è nato con Internet, Internet lo ha solo reso più efficiente. La sua genealogia, in Italia, è politica e affonda le radici in una tradizione che ha fatto della delegittimazione dell’avversario, dello scherno e della riduzione a macchietta uno strumento ordinario di lotta. Atreju 2025 è stato interessante proprio perché questo cortocircuito lo ha reso visibile, non per dichiarazione ma per accumulo di fatti.
Il primo è arrivato dal palco, durante una contestazione di studenti di medicina, quando la ministra Anna Maria Bernini ha risposto con un “poveri comunisti”, accompagnato dagli applausi. Non è una battuta, né un incidente di percorso. È una formula politica collaudata, che non risponde al merito della protesta e non nega formalmente il diritto a contestare, ma sposta tutto sul piano dell’inadeguatezza, del ridicolo, dell’inutilità. È una forma di aggressività che non ha bisogno di alzare la voce e che funziona proprio perché abbassa l’altro, lo priva di statuto politico e lo consegna alla risata collettiva. È uno dei meccanismi da cui nasce l’odio contemporaneo, non l’insulto frontale ma la svalutazione pubblica certificata dal consenso.
Poche ore dopo, lo stesso registro riappare in forma di scherzo. Gioventù Nazionale mette in scena un finto sciopero, con striscioni, megafono e rivendicazioni volutamente grottesche. Non è una satira del potere, ma della protesta. Non prende in giro chi governa, ma chi sciopera. Il bersaglio non è un avversario politico preciso, è il conflitto sociale in quanto tale. Lo sciopero viene trasformato in gag, la rivendicazione in caricatura, la lotta in folklore. È un passaggio decisivo, perché qui l’ostilità non è esplicita ma lavora in profondità. Se rendi ridicolo il diritto di scioperare, non hai bisogno di attaccarlo apertamente, lo hai già svuotato di senso.
Questo stesso meccanismo diventa stabile e visibile con il bullometro, il pannello che assegna voti alle presunte frasi d’odio della sinistra trasformando il conflitto politico in esposizione permanente. Non si risponde alle parole, le si mette in vetrina, non si discute ma si classifica. È la versione museale della delegittimazione e dentro quella bacheca finisce anche Adelmo Cervi. Qui il cortocircuito smette di essere solo comunicativo e diventa storico. I Cervi non sono un’opinione, sono una delle storie fondative dell’antifascismo italiano, sette fratelli fucilati nel 1943. Inserire quel nome in una pagella dello scherno significa trattare anche quella storia come materiale neutro, manipolabile, riducibile a gioco. Non è una provocazione qualsiasi, è una rimozione.
Lo stesso vale per il pantheon allestito ad Atreju. Tra i nomi compare Pasolini, che però non è un’icona pacificata né un riferimento neutro. Pasolini è stato una vittima dell’odio politico, colpito, insultato, perseguitato soprattutto da ambienti della destra neofascista. Metterlo in un pantheon identitario senza quella storia significa svuotarlo del conflitto che lo ha attraversato. Accanto a lui compare Amedeo Guillet, celebrato come simbolo di avventura, ma Guillet è anche una figura legata al colonialismo italiano e all’apparato militare fascista. Raccontarlo come modello senza portarsi dietro quel contesto è un’altra forma di rimozione. In entrambi i casi il meccanismo è lo stesso: prendere simboli complessi, strapparli dalla loro storia e renderli innocui, spendibili, decorativi.
Presi uno per uno, questi episodi possono sembrare marginali o perfino “goliardici”. Rimessi insieme raccontano invece un paradosso evidente. Si parla di odio online come se fosse un problema della rete mentre si utilizzano registri che appartengono alla sua genealogia politica. La derisione del dissenso, la ridicolizzazione del conflitto sociale, la svalutazione della memoria, l’uso strumentale dei simboli non sono effetti collaterali, sono il terreno su cui l’odio cresce da sempre. La rete lo amplifica ma non lo inventa. Atreju 2025, mentre diceva di voler parlare di odio, ha mostrato quanto sia difficile farlo senza fare i conti con la sua storia e senza rimettere le cose, finalmente, al loro posto.

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