Noi giornalisti e la conoscenza delle mafie

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“…Un inventario di follia, una combinazione fra il delirio e la logica più implacabile, fra la paranoia ed una straordinaria razionalità… esercizio d’intelligenza, un esibizione permanente di potere” dove “puoi scoprire tutto da un silenzio, da un monosillabo”.
Così Attilio Bolzoni, in un suo libro uscito quasi dieci anni fa e poi trasformato in un fortunato monologo teatrale, interpretava le “parole della mafia”.
E su questa falsariga si è dipanata questa corposa serie di analisi e testimonianze che ci hanno offerto uno spaccato minuzioso dei diversi linguaggi delle mafie di casa nostra, e anche delle parole delle loro diaspore.

Linguaggi mai fini a se stessi, ma neanche, semplicisticamente, legati ad effetti immediati. Spesso, lo abbiamo visto, le “parole d’onore” diventano addirittura brand e come tali li ritroviamo, magari, in altri contesti.
Abbiamo letto come, ad esempio, anche l’accusa di “comunista” lanciata all’avversario politico, abbia una sua genesi mafiosa, in bocca di Luciano Liggio. Ma persino il cinema e la musica sono stati (e sono ancora) medium di diffusione di un modello di umanità condiviso negli ambienti criminali. Modelli e linguaggi, abbiamo appreso, serviti anche a mettere radici fuori d’Italia, riproponendo nei diversi paesi i codici della madre patria.
Qualcuno ha definito Bolzoni un filologo. E in effetti, ad un mondo fatto di “immagini scontate, spot e slogan” e infarcito di “insopportabile retorica”, Bolzoni contrappone l’approfondimento: quello che serve è andare oltre le mezze verità. Tempo fa, intervistandolo per Articolo21, alla domanda “come si comunica la mafia nel modo giusto”, ci spiegava: “Non è facile e non sempre ci si riesce”. In prima linea contano sempre di più i fatti, le informazioni corrette e blindate: per raccontare, ci spiegava, “lo puoi fare in modo freddo o con l’emozione”, ma deve essere documentato e “a prova di bomba, blindato”.

Questa lunga carrellata di approfondimenti raccolti in questo blog, in cui la mafia, le mafie sono state dissezionate dal lato cruciale del linguaggio in tutte le sue declinazioni, ha dimostrato come, per contrastarle sul suo stesso terreno, più della velocità dello scoop, serve la conoscenza, innanzitutto storica, ma anche l’analisi filologica in grado di differenziarne le stratificazioni, ed epistemologica, per comprendere i reali fini dei termini utilizzati, siano le parole o i gesti, i contesti in cui vengono espresse, i soggetti a cui sono rivolti e quelli che devono capire.
Questi contributi compongono, in effetti, una vera e proprio ermeneutica del messaggio mafioso e consegnano un mandato pesante a tutti noi, soprattutto a noi giornalisti e, in generale, all’informazione. A partire da questa dettagliata esposizione, la nostra categoria non può prescindere dal considerare il proprio ruolo rispetto a quelle azioni e a quegli intenti comunicativi, cioè quanto rischiamo di trasformarci in utili strumenti di altrui strategie. E questo, naturalmente, non può comportare l’oblio rispetto a quei fatti, anzi: comporta la necessità di studiare e lavorare di più per decrittarli e riportarli al pubblico spiegandone il “senso”.
Dobbiamo capirlo noi, individualmente, per evitare di essere disarmati rispetto alla realtà e, quindi di essere facilmente strumentalizzati. Ma devono accettarlo direttori ed editori: non si può pensare di ridurre spazi di approfondimento e tagliare sulla qualità del lavoro giornalistico che sta alla base delle informazioni diffuse. Altrimenti, finiremmo per confermare quanti predicano l’abolizione dell’intermediazione giornalistica, pronti a prendere per buono l’ultimo post del figlio di boss di turno.

Diceva Giovanni Falcone che la mafia non è invincibile. Tuttavia, da allora, appare molto più innestata in tutti i livelli della nostra società. Da fatto umano sembra essersi trasformata in cultura dominante: la lingua delle mafie, lo abbiamo detto, oggi s’incontra facilmente in altri contesti, in politica come nella finanza e altrove. Ma solo chi conosce la prima è in grado di cogliere questo filo rosso di raccordo. E non possiamo permetterci l’errore di credere alla casualità della scelta di aggettivi e sostantivi: in ambienti contigui c’è contiguità di intenti.
Ebbene, questa lunga serie di contributi dedicati alla comunicazione delle mafie, questi testi e, ove possibile, questi autori dovrebbero essere coinvolti in un grande progetto d’istruzione, per le scuole e per gli ordini regionali dei giornalisti: Articolo 21 si farà carico di portare questa proposta alle istituzioni dello Stato e a quelle di categoria di giornalisti ed editori. Perché l’oscurità può essere diradata solo con la luce della ragione e non con i fumi della retorica.  Questo è un salto di qualità che l’informazione in Italia e non solo non può eludere se non vuol diventare inutile o facile strumento delle mafie, come lo è, a volte, di politica e finanza.

Da mafie


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