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Il “mio” ‘68. L’utopia olimpica

 
Il “mio” ’68 è stato liquido. Mezzo secolo fa ho vissuto l’anno che doveva cambiare il mondo in gran parte in acqua, a nuotare, nuotare, nuotare, qualche volta fino a 13 chilometri al giorno. Ma non solo. Ho anche studiato e per me era quasi più divertente, perché a scuola potevo anche divergere, sperimentare, forse contestare. Nel nuoto, invece, le regole, la fatica, il sacrificio, il senso del dovere erano radicati dentro la mia vita di atleta. Qualche volta potevo infilarmi in piccole fughe con i miei amici, ma duravano pochissimo. Ho imparato, così, una disciplina che non era imposta dall’alto, ma era una scelta autonoma e consapevole e quindi assai più resiliente alle tentazioni di una vita che si apriva al mondo.

Regole, fatica, sacrificio e disciplina erano il prezzo da pagare per realizzare un sogno che fino a poco prima sembrava impossibile: partecipare alla XIX Olimpiade, che si sarebbe svolta nell’ottobre del 1968 a Città del Messico. Partecipare ai Giochi olimpici, come aveva suggerito De Coubertin, era già una vittoria, ma in quegli anni Trieste, dopo un passato glorioso, era diventata periferica per il nuoto nazionale. D’inverno nuotavo, con i miei compagni di squadra, in una piscina coperta “irregolare” di 33,33 metri e d’estate in acqua di mare della vasca del bagno Ausonia. E poi, forse, non ero troppo amato dalla Federazione Italiana Nuoto di allora. Forse perché avevo barba e capelli lunghi, forse perché leggevo i giornali “sbagliati” invece dei quotidiani sportivi, forse perché mi inventavo una dialettica inusuale nel mondo dello sport. Ma potevo permettermi barba e capelli lunghi perché nuotavo a dorso, con la testa fuori dall’acqua, e poi il mio stile era lungo e leggero perché cercavo di imitare Roland Matthes, il più forte ed elegante dorsista di tutti i tempi. Così, nuotando e faticando, leggendo, studiando e discutendo su tutto, sono arrivato a Città del Messico, una splendida megalopoli inquinata, posta su un altipiano di 2200 metri, dove respirare è faticoso. Ho imparato a conoscere i messicani, con il loro spagnolo cantato, così facile da capire, e il loro senso del tempo, magico, incerto e dilatato, che sembrava inconciliabile con il rigoroso “tic tac” del pensiero occidentale. Ma i mesi che hanno preceduto le mie/nostre gare a 2200 metri di altitudine, in quel lungo ’68, sono stati costellati dalla morte dei nostri profeti disarmati, dall’assassinio di Martin Luther King, che ci aveva regalato un sogno, a quello di Bob Kennedy, che ci prometteva giustizia e il diritto alla ricerca della felicità. Poi c’è stata la primavera di Praga, schiacciata dai carri armati sovietici, fino al massacro degli studenti messicani, quando eravamo già a Città del Messico, nell’agguato della polizia a Plaza de las tres Culturas di Tlatelolco.

Solo quando sono arrivate le gare ho messo da parte gli incubi di una cronaca che diventava storia e mi sono tuffato nel sogno olimpico. L’atletica è iniziata prima del nuoto e così ci siamo infilati nel grande stadio Azteca, dove avevamo sfilato pochi giorni prima nella cerimonia di apertura dei Giochi, per andare a veder i 200 metri di Tommie Smith e John Carlos, perché sapevamo che c’era qualcosa nell’aria. I miei ricordi  in diretta sono diversi dalle immagini che abbiamo visto riprodotte migliaia di volte sui media. Nella mia memoria quel podio era piccolo e lontano. Abbiamo visto a malapena quei pugni chiusi in un guanto nero. Invece ho scoperto solo molto più tardi che il secondo arrivato, l’australiano Peter Norman, che sembrava quasi un intruso tra i due neri, aveva fatto un piccolo gesto importante mettendo sulla sua tuta verde ed oro lo stemma del Progetto Olimpico per i Diritti Umani, contro l’apartheid.
Tutti e tre, nonostante la prestazione olimpica eccezionale, pagarono duramente per il resto della vita quella scelta forte e coraggiosa. Ho visto da vicino, invece, la lotta furibonda a sfondo razziale –che forse i giornalisti non hanno potuto raccontare, perché non avevano accesso al villaggio olimpico- tra bianchi e neri all’interno della delegazione degli Stati Uniti d’America. Atleti a stelle e strisce, grandi e forti, si sono picchiati a sangue. Ma tutto è rimasto coperto dall’ipocrisia della tregua olimpica e perché “the show must go on”. Il giorno dopo abbiamo visto giganti pieni di muscoli -più neri che bianchi- fasciati e pieni di lividi, ma di nuovo concentrati sull’impegno agonistico. Poi è arrivato il nuoto. I miei compagni di squadra si sono esauriti uno dopo l’altro, forse un po’ distratti o forse appannati dalla mancanza di ossigeno, mentre i miei muscoli, lunghi, sottili e leggeri, si sono rivelati più resistenti. Ricordo allenamenti e gare, fatica e paura. Batterie, semifinali e poi, incredibilmente -primo italiano nella storia del nuoto- due finali olimpiche, nei 100 e 200 dorso. Ricordo la lunga attesa della “chiamata”, la gara da costruire nella mia testa, bracciata dopo bracciata: a posto, colpo di pistola e via, roteare le braccia e battere le gambe, virata, che a dorso è sempre un po’ un’incognita, di nuovo bracciate e la certezza di un dolore lancinante in tutto il corpo, ma sai che non devi mollare, che puoi arrivare fino alla fine, anche se nell’ultimo metro la vista ti si annebbia per mancanza di ossigeno e non riesci più a pensare.

Alla fine due volte ultimo, per una frazione di secondo nei 100, impercettibile ad occhio nudo. Forse ho nuotato, a differenza del mio solito, troppo corto e contratto. Forse ho fatto una bracciata in più, annebbiato dall’ipossia, invece di allungarmi verso l’arrivo. Due volte ultimo, ma due volte in finale.
Il ritorno a casa è stato caloroso, con l’accoglienza gioiosa della mia scuola e i compagni di classe che mi hanno portato in trionfo, un po’ per scherzo e po’ per orgoglio, fin sotto il municipio. La polizia –ho saputo più tardi- in un primo momento si era preoccupata per quella “manifestazione non autorizzata”, ma poi avevano capito e tollerato quel corteo improvvisato per una piccola “gloria cittadina”.

Finite le gare, finita l’emozione e la fatica, sbiadita l’abbronzatura messicana, con un vago senso di vuoto e di completezza, bisognava ritornare a scuola a studiare. Ma era il ’68. Mezzo secolo fa eravamo giovani, il mondo era in ebollizione e gli studenti credevano di essere il motore del cambiamento. Era un mondo che ci stava stretto, le regole erano state scritte da altri, senza chiederci mai un parere, la scuola era ingessata, nel metodo e nei programmi, le ragazze dovevano ancora nascondersi dentro grembiuli neri e noi portavamo una (finta) cravatta tenuta su con l’elastico. Intorno a noi vedevamo galoppare il cambiamento, che sembrava possibile e addirittura a portata di mano. E allora bisognava provarci, sperimentare soluzioni innovative, cercare nei risvolti delle materie tradizionali le parti mancanti, che restavano fuori dai programmi. Da qui la curiosità per la letteratura, la storia, la filosofia, da esplorare oltre l’800. Cercavamo nuovi strumenti per studiare e forse cambiare il mondo. Così è arrivata l’occupazione, anche per imitazione, visto che avevano iniziato le ragazze delle magistrali e noi non potevamo essere da meno. Sono andato, forse “protetto” dai recenti risultati olimpici e da una pagella non disprezzabile, assieme a una delegazione studentesca, dal preside della scuola, a comunicargli che la scuola era occupata e che quindi -per cortesia- doveva darci le chiavi. Ma gli ho anche detto di non preoccuparsi perché non avremmo fatto entrare alcun estraneo e avremmo mantenuto tutto in ordine. Il preside, un po’ rassegnato e un po’ sollevato, ci consegnò quasi subito le chiavi e mi disse: “…mi raccomando…”.

E’ iniziata così la nostra “occupazione gentile”. Avevamo preso un impegno, ma dovevamo provare a noi stessi che saremmo stati in grado di governarci con le nostre regole, condivise, che avremmo fatto di più e meglio, inventandoci dei corsi “alternativi”, che faticavamo a riempire di contenuti innovativi. Poi abbiamo scoperto “Lettera a una professoressa”, scritta da uno strano prete, che raccontava una scuola diversa e possibile, dove nessuno doveva restare indietro, e che “non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti eguali fra disuguali”, ma dove si doveva studiare, magari leggendo i giornali, ed impegnarsi. E poi c’erano le assemblee, una conquista democratica, destinate a diventare un rito interminabile. Assemblee che guidavo con un frammento di “carisma olimpico”, che poi ho rifiutato perché era troppo facile ed inquietante. Avevo toccato con mano che la “volontà generale”, teorizzata da Rousseau, si adeguava quasi sempre a quello che era già stato deciso.
L’occupazione, però, era diventata l’occasione per sentire la scuola davvero “nostra”, da pensare e gestire in prima persona, da innovare tra contestazione e senso di responsabilità. Nei corsi “alternativi” abbiamo scoperto il Novecento, il Fascismo, la Resistenza e la Costituzione, fino ad allora marginali nei nostri “programmi”. Non volevamo i partiti dentro l’occupazione, ma lentamente è cresciuta dentro di noi -tendenzialmente libertari- la coscienza antifascista, anche perché i fascisti a Trieste erano duri, cattivi e pericolosi. Dopo aver sperimentato l’ebrezza di una libertà indistinta, dopo aver studiato da soli e aver preparato un “programma” di richieste da fare ai nostri professori, forse un po’ banale, moderato e “riformista”, senza cedimenti al “sei politico”, abbiamo deciso di smobilitare. Ma prima c’è stata una grande pulizia e riordino della scuola e delle aule, mettendo i banchi a semicerchio attorno alla cattedra, che dopo un po’ sono ritornati in fila e squadrati come sempre. Alla fine ho restituito le chiavi della scuola e il “programma” di richieste al preside, che accolse tutto con un certo sollievo e si astenne da qualsiasi punizione nei nostri confronti, forse perché -in fondo- eravamo dei bravi ragazzi. Questo è stato il nostro ‘68, sperimentale, riformista e formativo, alla ricerca di nuove conoscenze e regole da condividere. Ma la speranza di cambiare il mondo senza troppa fatica si è presto esaurita.

La scuola, comunque, è rimasta al centro della mia vita. In quei giorni ho trovato il mio “beruf” (professione/vocazione) e nei 40 anni successivi ho insegnato Storia e Filosofia e ho cercato di dialogare con gli studenti, coniugare il rispetto reciproco alle regole, studiare il passato per capire il presente e modificare il futuro, alla ricerca di un “umanesimo consapevole”.
Il nostro ‘68 si è frantumato la sera del 12 dicembre 1969, con la strage di Piazza Fontana. Una “strage di stato”, che doveva bloccare ogni ipotesi di cambiamento, della quale furono subito accusati gli anarchici, che aprì le porte alla violenza del terrorismo rosso e nero, alla strategia della tensione e agli anni di piombo e che è ancora senza colpevoli, anche se sappiamo che furono i neofascisti con la complicità dei “servizi segreti deviati”.
Ma quello non era più il “mio” ‘68.
Quell’anno “fatale” mi insegnato che lo sport è un esercizio etico per i giovani e che la scuola è il motore dello sviluppo, del progresso e del cambiamento. Adesso ricordo che il “mio” ‘68 è stato “liquido” e formativo. Ho nuotato, studiato, sognato e alla fine –almeno lo spero- non ho tradito le promesse che mi sono fatto mezzo secolo fa.

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