Emfa, la grande incompiuta

1966: quando a Firenze nacque il futuro. Intervista con Fabio Geda

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Firenze, novembre 1966. Una pioggia devastante si abbatté sulla città: in ventiquattr’ore cadde un quarto dell’acqua che di solito cadeva in dodici mesi, provocando lo straripamento dell’Arno, trentacinque vittime e danni inenarrabili a un patrimonio artistico e culturale unico al mondo. Eppure, nessuno si perse d’animo. La città, all’epoca guidata da Piero Bargellini, si rimboccò le maniche, ricevendo l’aiuto insperato e meraviglioso di migliaia e migliaia di ragazze e ragazzi provenienti da ogni angolo d’Italia e d’Europa. Furono ribattezzati “Angeli del fango”, nacque ufficialmente la Meglio gioventù.
Cosa resta, sessant’anni dopo, di quei ragazzi ormai quasi ottantenni? Cosa resta di quella passione politica e civile che oggi rivive nelle strade e nelle piazze invase da un’altra splendida gioventù, in lotta per i propri diritti e per il proprio futuro? Cosa resta di quell’idea di collettività anteposta all’individualismo, di quel sogno comune che si trasforma in speranza, di quella condivisione che riempie il cuore e la mente, di quel principio donmilaniano per cui “il problema degli altri è uguale al mio: sortirne insieme è politica, sortirne da soli è avarizia”? Cosa resta di quel trionfo di mani che si passano libri antichi ripuliti dalla melma, che mettono in sicurezza i negozi, che si prendono cura degli anziani, che aiutano a sgomberare le cantine e che costruiscono un tripudio di solidarietà di cui ancora oggi, a Firenze e non solo, si conserva la memoria?
Sei decenni e ci tornano in mente le note irriverenti di Riccardo Marasco ne “L’alluvione”: “Dante di marmo, poeta divino, / mira sdegnato l’immane casino / “o fiorentini m’avete esiliato… / prendete la merda che dio v’ha mandato!”. E ci torna in mente anche ciò che diceva degli italiani il partigiano Biagi, di cui il prossimo 6 novembre ricorrerà il diciannovesimo anniversario della scomparsa: “Sono contento dell’umanità della mia gente, che si rivela quando le cose vanno male: noi siamo un grande popolo nei momenti difficili”. Era stato così vent’anni prima durante la Resistenza, fu così durante l’alluvione che sconvolse Firenze ed è così ora che vediamo all’opera una nuova generazione partigiana, coraggiosa e appassionata, indomita e per nulla disposta a rinunciare alla propria battaglia per un’altra idea di mondo.
Crediamo, altresì, che abbia ragione Fabio Geda quando in “Cencio”, il suo nuovo romanzo edito da Einaudi, scrive che in quell’occasione nacque la gioventù. Non è che prima non esistesse, ma da allora nulla sarebbe stato più come prima. Quella tragedia costituì, infatti, l’epifania della generazione che avrebbe animato il Sessantotto, che si sarebbe battuta contro gli orrori golpisti e dittatoriali in Cile e in Argentina, che avrebbe chiesto a gran voce il pane ma anche le rose, che avrebbe portato a casa le grandi riforme del decennio successivo e che avrebbe innervato i partiti di massa per almeno quattro decenni, oltre a rivoluzionare la magistratura, il giornalismo e ogni altro ambito della società italiana. Certo, molti hanno deluso, altri si sono persi, qualcuno non c’è più, troppi si sono snaturati, ma ciò che è rimasto ci consente comunque di dire che quell’episodio sia stato un propulsore, un elemento rivoluzionario e un momento dirimente: esiste un prima e un dopo, e in riva all’Arno, in questi giorni in cui prevale il ricordo, si respira la bellezza di una nostalgia che però, per la prima volta dopo tanti anni, forse ha trovato la possibilità di passare il testimone.
Basti pensare a uno dei ragazzi di allora: il quindicenne Pierluigi Bersani, le cui foto mentre fa il volontario a Firenze ci dicono anche cosa dovrebbe essere la sinistra (che peraltro all’epoca era al governo, grazie all’unità fra la DC e il PSI e alla lungimiranza di leader come Moro e Nenni), quanta generosità dovrebbe mettere in campo in questo momento e quale sia la prospettiva da seguire mentre i ventenni di adesso ci chiedono di costruire insieme una società radicalmente diversa da quella che abbiamo lasciato loro in eredità.
1966, sessant’anni dopo. Per chi c’era, per chi non c’era, per chi conosce quella storia, per chi vi si accosta per la prima volta, per chi ancora sogna, per chi ha smesso di farlo, per chi è rimasto un “angelo del fango” nel cuore e persino per chi ha smesso di lottare. Perché, in fondo, si può odiare tutto ma non la vità, non la gioventù, non la memoria e, più che mai, non il futuro.
Non dimenticare e spingersi oltre: se c’è una lezione che dobbiamo imparare da quella generazione con la pala e i guanti è che come tutto si può distruggere, tutto si può anche ricostruire, compresa quest’Italia contemporanea che ci sembra così priva di prospettive e invece, forse, ha finalmente trovato in se stessa la forza per reagire.
Intervista con Fabio Geda, autore di “Cencio” (Einaudi editore):

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