Emfa, la grande incompiuta

Anche Gesù è stato un dissidente. Ravasi: Se Cristo tenesse oggi in piazza il discorso delle Beatitudini, arriverebbe la polizia a chiedergli i documenti

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“Se Cristo tenesse oggi in piazza il discorso delle Beatitudini, arriverebbe la polizia a chiedergli i documenti”. Viene riferita così la frase pronunciata dal cardinale Gianfranco Ravasi e per valutarla appieno occorre però un’aggiunta: che cosa disse Gesù in questo discorso delle Beatitudini? E cosa sono, poi, le Beatitudini? Cominciamo dalla prima risposta, con la quale è facile arrivare anche alla seconda.

Ecco allora il discorso:

Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

“Beati i poveri in spirito,

perché di essi è il regno dei cieli.

Beati quelli che sono nel pianto,

perché saranno consolati.

Beati i miti,

perché avranno in eredità la terra.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,

perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi,

perché troveranno misericordia.

Beati i puri di cuore,

perché vedranno Dio.

Beati gli operatori di pace,

perché saranno chiamati figli di Dio.

Beati i perseguitati per la giustizia,

perché di essi è il regno dei cieli.

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.

 

Questo discorso, di poco successivo alla morte di Giovanni Battista, inaugura la predicazione di Gesù: ha inizio l’annuncio del regno di Dio, che non è regolato dalla logica di questo mondo, ma da principi che vi si oppongono e che Gesù enuncia come “beatitudini”. E’ sulla base di questo, ritengo, che Pasolini spiegò un’altra frase celebre, “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, in modo diverso da quello più diffuso. Non è un’esortazione a servire l’uno e l’altro, quasi come tanti Arlecchini; Pasolini definisce quella “e” (“e a Dio…”) non una congiunzione ma una disgiunzione: i due ordini sono contrapposti, incompatibili.

Dunque si potrebbe desumere che Gesù, annunciando l’imminenza del regno di Dio, si sia sbagliato. Non è andata così, no? Il regno di Dio non è giunto e non si vede giungere. La tesi dell’errore è legittima, ma a me sembra evidente che l’annuncio non riguardava un evento miracoloso, un regno che veniva calato dall’alto dei cieli sulla terra. Piuttosto riguardava le Beatitudini, cioè quelle scelte che, messe dagli uomini in pratica avrebbero portato, realizzato il regno di Dio sulla terra. Dunque il regno di Dio è adesso, ora, qui, in questo momento, in ciò che decidiamo di fare.

Si capisce allora che la frase del cardinale Gianfranco Ravasi non è una provocazione: un ordine regolato da principi che si oppongono alla “logica di questo mondo” non piace al potere, ai poteri. Dunque la provocazione è nelle Beatitudini, non nella constatazione del cardinale Ravasi. Ma ciò che colpisce è che il potere, i poteri, oggi si appellano sempre più di sovente  al cristianesimo, come fonte di legittimazione. Non è la prima volta. Poteri del passato lo hanno fatto in modo anche più plateale: basterà ricordare l’imperatore Costantino che convocava concilii, a volte li presiedeva lui stesso. Poi la storia è andata come è andata, e la fase “teocratica” ha cercato di sovrapporre, non sottoporre, il potere ecclesiale, papale, a quello imperiale.

Il famoso meme di Trump vestito da papa indica un desiderio di sottomissione o “appropriazione” del potere spirituale da parte del potere mondano. Ma le Beatitudini restano quel che sono; è il mondo, il potere, i poteri, che oggi se ne distanziano in modo più marcato ( questo andrebbe valutato) ma al contempo, e questa è la novità rispetto al passato, ne invocano un avallo, una legittimazione o addirittura, come detto, un appropriazione.  Lo vediamo in Putin, con la sua cinghia di trasmissione vestita da patriarca di Mosca (e di tutte le Russie, si badi bene) o in Trump, e le sue preghiere insieme a pastori di movimenti evangelicali e ora anche ad un gruppetto di vescovi cattolici (uno dei quali si è scusato pubblicamente con una lettera pubblicata sul sito della sua diocesi).  Non si tratta di novità assolute, la teopolitica dei teocon ne é un esempio noto e precedente, ma oggi si può parlare di accentuazione, diffusione. Il caso del Brasile è stato ampiamente discusso in questi giorni.

Ritengo però che vada registrato un elemento di novità che potrebbe diventare rilevante. Nelle elezioni di medio termine ormai in corso, ha votato per mail anche papa Leone, – un fatto davvero storico il suo voto- viene data come possibile l’elezione in Texas del candidato democratico, James Talarico. Se così fosse sarebbe una novità assoluta e forse un “nuovo inizio”. Talarico è un ex seminarista presbiteriano che sembra impostare, presentare una teopolitica opposta a quella che conosciamo. Lui fa dell’attenzione ai poveri, dell’attenzione all’altro, e al diverso, insomma della fratellanza il fondamento laico di una sua politica religiosamente ispirata. Capovolge cioè le categorie dei teocon. Non è stato possibile “identificarlo” alla polizia, o forse all’ICE, anche perché non è un “clandestino”, ma se venisse eletto, come appare possibile, nonostante che il Texas sia da decenni terra dei Repubblicani, non dei Democratici, potrebbe avviare un filone nuovo, con un rapporto diverso con le Beatitudini. Chissà.

 

 

 


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