Ci mancherà Enzo Bianchi (scomparso oggi all’età di ottantatré anni), la sua umanità, la sua dolcezza. Ci mancherà il suo stupore rivolto verso il mondo, la sua capacità di non arrendersi mai, il suo coraggio nell’affrontare qualunque lotta, compresa quella contro il suo passato, dopo l’estromissione dalla Comunità di Bose di cui per mezzo secolo era stato fondatore e anima. Ci mancherà il suo spirito rivoluzionario, la sua predicazione profonda, la sua cultura, la sua capacità di interloquire anche con mondi assai diverso dal suo, il suo essere un uomo del dialogo e del confronto in questo mondo caratterizzato dall’odio e dalla barbarie e, più che mai, la sua fragilità nell’ora dell’addio, segno di quella già menzionata umanità che ha resistito a tutto.
Ora che il suo percorso terreno si è concluso, avvertiamo una sensazione di vuoto: l’assenza che sempre si prova quando se ne va un protagonista del nostro tempo, il senso di smarrimento che ci pervade in questa stagione crepuscolare, il dolore per una perdita immensa e, quel che è peggio, il fondato sospetto che non ce ne sarà un altro, come non c’è stato un altro don Zeno di Nomadelfia, un altro don Primo Mazzolari, un altro don Lorenzo Milani né temiamo che ci saranno altri esempi di questo tipo, salvo rare eccezioni, in quanto la realtà contemporanea non induce a coltivare alcun ottimismo.
Addio, dunque, a uno degli ultimi sognatori concreti del nostro tempo, cultore di un’utopia chiamata libertà per la quale si è battuto fino all’ultimo, in nome di un’idea di Dio, del Vangelo e della comunità di cui, purtroppo, si è smarrito il seme.
