Emfa, la grande incompiuta

La giustizia che sdogana il plotone nero: 18 archiviazioni per i saluti fascisti a Ramelli

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La notizia è di quelle che fanno rumore per il silenzio con cui cercano di archiviare la storia. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, Rossana Mongiardo, accogliendo la richiesta avanzata dal pm Alessandro Gobbis, ha disposto l’archiviazione per diciotto militanti di estrema destra indagati per manifestazione fascista, propaganda e istigazione a delinquere. I fatti risalgono al 29 aprile 2023, giorno della tradizionale e blindata commemorazione di Sergio Ramelli, il militante del Fronte della Gioventù ucciso nel 1975. In quella occasione, lungo le strade di Milano, circa duemila persone hanno sfilato in un imponente corteo in cui i partecipanti, intruppati in file da cinque e muniti di fiaccole, hanno risposto alla chiamata del “presente” sollevando il braccio nel classico saluto nazi-fascista.
Derubricare tutto questo a semplice gesto memoriale o a libera espressione di dolore privato significa calpestare la realtà dei fatti e la natura stessa di quegli assembramenti. Quel corteo non era una riunione intima di dolenti, ma una mobilitazione di massa organizzata e promossa dai circuiti più radicali e strutturati del neofascismo. Tra le sigle e le realtà presenti e attive in quell’area, da CasaPound a Lealtà Azione, passando per la Rete dei Patrioti e altre formazioni della galassia nera, l’apparato d’ordine e la liturgia richiamavano apertamente i codici e i simboli di regimi responsabili di atrocità e stermini. Parlare di pietas per un assembramento paramilitare in cui sventolano bandiere e si ostentano i riti del totalitarismo significa offrire una patente di agibilità politica a organizzazioni che fanno dell’eversione ideologica il proprio marchio di fabbrica.

Questa decisione giudiziaria si inserisce nel solco tracciato dalla contestata sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione del 2024, che ha imposto la prova del “pericolo concreto” per applicare la legge Scelba. Ma pretendere che un plotone inquadrato, militarmente disposto e ideologicamente armato debba dimostrare la sussistenza di un pericolo eversivo immediato per essere sanzionato penalmente non è soltanto un paletto irrealistico: è una foglia di fico che arriva colpevolmente troppo tardi. Aspettare il pericolo concreto e armato significa confondere la prevenzione con l’autopsia, pretendendo che la democrazia sia già sotto assalto materiale prima di poter considerare reato l’apologia del fascismo. Se lo Stato si riduce a misurare l’agibilità democratica con il bilancino dell’imminenza del caos, significa che ha abdicato al suo compito costituzionale di disinnescare l’odio prima che si traduca in violenza strutturata.
Dietro questo cortocircuito delle aule giudiziarie c’è una responsabilità politica netta, che non ammette sconti né edulcorazioni linguistiche. Chi governa oggi non si limita a osservare con distacco: persegue da anni una strategia di logoramento e smantellamento dei presidi normativi antifascisti, a partire da quella legge Mancino che la destra politica punta a depotenziare o cancellare. Non serve inventare dietrologie, basta riavvolgere il nastro delle dichiarazioni pubbliche dei leader della maggioranza. È Matteo Salvini, storico leader della Lega, a ripetere ciclicamente che “alle idee non si risponde con le manette”, facendo dell’attacco alla legge Mancino un cavallo di battaglia per depenalizzare i gesti nostalgici. E non è un mistero che figure istituzionali di primo piano di Fratelli d’Italia, come Ignazio La Russa, abbiano offerto sponde e giustificazioni ricorrenti ai saluti fascisti durante le commemorazioni. La politica non subisce questa giurisprudenza, piuttosto la ispira, la attende e ne raccoglie i frutti per sdoganare nei fatti ciò che la Costituzione vieta.

Il contagio di questa normalizzazione, del resto, non resta confinato nei recinti blindati dei raduni milanesi, ma dilaga nel tessuto sociale del Paese con la forza di un’epidemia quotidiana. Lo tocchiamo con mano nei licei romani, dove gli studenti replicano i saluti fascisti e gli slogan camerateschi durante le occupazioni o nelle foto ricordo di fine anno scolastico protetti dall’omertà degli ambienti scolastici. Lo vediamo negli episodi recentissimi registrati in provincia, come a Biella, dove gruppi di giovanissimi minorenni si sono esibiti in pieno giorno in piazza Duomo nel saluto romano, brandendo i volantini dell’estrema destra in una recita grottesca ma intrisa di un odio profondo e organizzato. Quando il fascismo torna a occupare le piazze, le scuole e i centri urbani con la certezza matematica della tolleranza istituzionale, significa che gli anticorpi della Repubblica sono stati disattivati. Se continuiamo a considerare tutto questo una goliardia tollerabile, a crollare non saranno soltanto le norme penali, ma l’idea stessa di una democrazia nata dalla Resistenza.

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