Magnifica humanitas, la lettera enciclica di Leone XIV “Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”, non è dedicata solo alle IA, bensì pure e soprattutto alla declinazione sociale e culturale dell’innovazione tecnologica. Certamente, il cuore del testo ruota attorno alla disamina della rivoluzione in corso, ma il Papa di Roma ci consegna una straordinaria legittimazione della categoria del bene comune. Non dimentichiamo che, troppe volte invano, fu il compianto Stefano Rodotà ad evocare il senso di un concetto che indica un universo che può appartenere solo alla collettività e dal cui godimento nessuno può essere escluso. Ora riprendere e aggiornare quel filo di discorso diviene una vera e propria strategia, una visione importante. Guai a ricadere nella pur nobile ma superata polarità dialettica tra apocalittici e integrati. Oggi il quadro che si è determinato nel mondo dei Poteri palesi o segreti che tira le fila del nuovo Capitalismo e suona le campane a morto della democrazia liberale impone la delineazione di una vera Alternativa. Nel senso pieno e forte del termine.
Il bizzarro e pericoloso Peter Thiel, per anni anonimo ideologo di una religione pagana e blasfema, divenuto uno dei capi della setta
ora dominante, ha lanciato una sfida ontologica prima ancora che politica. L’Anticristo, uno dei motivi di una destra che è uno spettro
inquietante che si aggira in un mondo o, meglio, nelle parti che finora abbiamo pensato fossero il tutto e non una sineddoche. Le Big Tech sono le protagoniste della parabola autoritaria in atto, che non si ferma alla conquista tecnologica. Siamo al cospetto di una radicale discontinuità, di una rottura epistemologica. Parliamo dell’ordine simbolico e dell’ordine securetario, della guerra come il vero spazio della ricerca e dell’innovazione. Parliamo dei nostri dati, dei nostri profili, dei nostri corpi utilizzati come supporti delle IA e non il contrario.
In tutto questo, come rientra il tema logoratissimo e sfiancato da un uso semantico eccedente della Rai? Rientra, eccome. Perché la ragione di un fornitore di media di servizio pubblico va rinnovata e riscritta. A proposito, non dimentichiamo che la Convenzione con lo Stato scade nel prossimo aprile 2027. Tramontate le ragioni originarie legate alla finitezza delle frequenze e alla necessità di evitare che si formasse un oligopolio privato e calata via via la forza dirompente della televisione generalista a baricentro commerciale di rito berlusconiano, già l’avvento fortunato delle piattaforme ha contribuito a mutare le consuetudini della fruizione, aprendo la strada alla personalizzazione del consumo: la filosofia odierna che attiene al mercato e ai tratti esistenziali della vita quotidiana. Vi è una sterminata letteratura al riguardo. Qui, però, si vuole sottolineare che la funzione pubblica diviene persino di maggiore importanza oggi rispetto ai lunghi ieri che hanno trascinato un’azienda che fu di avanguardia in un poco dignitoso viale del tramonto. La chiave della ripresa del cosiddetto servizio pubblico sta nella sfida da rilanciare: no alla lenta e inesorabile decrescita dell’impresa, magari in vista della vendita a pezzi dell’antico patrimonio (le privatizzazioni iniziano così); sì all’idea di un bene comune capace di agire il conflitto dei e nei saperi nell’età delle Intelligenze artificiali. Capace di contrastare il predominio delle Big Tech, di riordinare il discorso. Le inedite frontiere della conoscenza comportano un nuovo statuto di indipendenza del servizio pubblico, tra le cui missioni diventa cruciale quella di garantire che qualunque informazione sia per
quanto possibile verificata e non discriminatoria. Solo un soggetto di proprietà pubblica potrà assicurare la tutela del bene comune. Purtroppo, in Italia abbiamo una destra priva di visione e capace solo di occupare il tradizionale oggetto del desiderio: non riflettere
sulle mediamorfosi e sulle ri-mediazioni, ma andare nei talk, da mattina a notte. La legge del dicembre 2015 (n.220) è contraria all’articolato dell’European Media Freedom Act (EMFA) e dallo scorso 8 agosto siamo in potenziale infrazione comunitaria. La pessima proposta di riforma della maggioranza giace da mesi presso la competente Commissione del Senato. Le opposizioni hanno depositato un
corpo di emendamenti unitario, che potrebbe essere un testo compiuto da depositare alla Camera dei deputati. Non c’è tempo, scriveva il famoso matematico. La Commissione parlamentare di vigilanza è preda dell’ostruzionismo di maggioranza ed è bloccata. Perché non
pensare ad un’occupazione simbolica della sede che in altre ere storiche fu dell’Inquisizione? Urgono iniziative di lotta adeguate, da connettere all’iniziativa generale che si propone. La Rai ha un futuro se entra da soggetto maturo nell’età dei movimenti freddi digitali e se partecipa allo scontro planetario su chi è sovrano e di chi. La vicenda di RaiWay è un momento di verifica: luoghi adatti per una rete di Data center. In Europa qualche soffio di novità forse si respira: il piano per la sovranità: tech soveireignty act. Tuttavia, solo dalla capacità di leggere la moderna struttura di classe dell’infosfera può uscire un progetto politico serio. Da portare nelle sedi di confronto dell’alleanza progressista. Quello odierno è un capitolo di una riflessione di assai maggiore ampiezza, pur avendo la piccola ambizione di fornire qualche criterio di interpretazione. Una domanda: come mai il documento migliore sulle IA è frutto di un pregevolissimo impegno della Santa Sede, a fronte delle ambiguità e delle incertezze dei laici?
