Giornalismo sotto attacco in Italia

La crudeltà del terremoto dice la verità sul Venezuela e sui sentimenti del mondo

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In una realtà internazionale in cui campeggiano la grandiosità delle capacità belliche, il fulmineo dispiegamento miliardario d’illimitate tecnologie al servizio delle distruzioni di massa in guerre e intimidazioni varie, colpisce più che mai l’inadeguatezza della concreta solidarietà giunta finora al Venezuela straziato da un feroce terremoto proprio in un momento di massima precarietà. Basta scorrere gli informativi dall’ America all’ Europa per rendersi conto che con gli aiuti, scarseggia anche la commozione. A dimostrazione che il ripetersi sempre più frequente di tragedie (deliberate o impreviste che siano), produce un effetto inflattivo sul sentimento popolare. E quando non lo ottunde, lo diluisce. Sono ormai abbondantemente trascorse le 72 ore ritenute comunemente il limite massimo per recuperare ancora con vita le persone sepolte sotto le molte dozzine di edifici abbattuti dal duplice sismo. Senza che s’avverta neppure l’avvio di una mobilitazione multilaterale capace di adeguare i soccorsi alla spaventosa dimensione della catastrofe.

Il generale Antonio Rivero, già responsabile nazionale della Protezione Civile, denuncia lo smantellamento del sistema di controllo del territorio, che avrebbe impedito di avvertire con possibile anticipo il prodursi del cataclisma. E posto in allarme autorità, popolazione e corpi di pronto intervento. Delcy Rodriguez, la Presidente ad interim già vice di Nicolas Maduro, che con il beneplacido di Donald Trump lo sostituisce fin dal momento del suo sequestro e incarceramento negli Stati Uniti, tenta di arginare il caos operativo. Fa continui appelli all’unità d’intenti, come del resto un po’ tutti, a questo punto, dal recluso ex capo di stato alla leader dell’opposizione in esilio,  Maria Corina Machado. Lo stesso Rivero è sceso in strada a dare personalmente aiuto, chiedendo però al governo di unificare con la massima urgenza la direzione dei soccorsi, per sfruttare al massimo i pochi disponibili. Nella maggior parte dei casi i soccorritori, la gran parte volontari, frugano a mani nude tra le macerie in cerca di superstiti. I mezzi meccanici pesanti per spostarle sono infatti pressochè inesistenti. I pronto-soccorsi degli ospedali tamponano come possono l’emergenza.

Il deterioro dei servizi venezuelani, del resto, viene di lontano. Perfino nel miglior periodo del chavismo, un quarto di secolo addietro, è mancata un’azione meditata e pianificata. Il problema della casa -nello specifico- è stato affrontato con interventi discutibili, tanto dal punto di vista urbanistico quanto da quello della qualità e solidità delle edificazioni. Molte delle quali sono finite infatti travolte dal terremoto. Con i successori l’interventismo personalista del Comandante Hugo Raphael Chavez è spesso divenuto evidente corruzione e le inefficienze hanno minato l’esito delle riforme anche quando ampliavano i diritti della maggior parte dei cittadini. La sanità, ormai collassata del tutto con il terremoto, resisteva solo grazie ai medici cubani che il regime dell’Habana noleggia in mezzo mondo (Italia compresa), per alleggerire il suo organico deficit di bilancio. In queste ore sopravvive solo per l’abnegazione di quanti continuano a lavorarci sebbene scarseggi di tutto.

Nell’ultimo decennio, la stagnazione e successivamente la crisi economica hanno spinto all’emigrazione 8 milioni di persone, soprattutto giovani. Le università sudamericane (Bogotà, Buenos Aires e Santiago, in particolare) e quelle della Spagna rigurgitano di studenti venezuelani. Così come le banche spagnole e in minor misura quelle di Londra e New York sono state invece beneficiate dall’arrivo di cospicui capitali di origine venezuelana, emigrati ovviamente a loro volta in cerca di minor rischio e massimo profitto. Il loro arrivo a Madrid, più o meno in coincidenza con l’epidemia del Covid, fece impennare i prezzi del mercato immobiliare. Non è il momento opportuno per far di conto, ma certo nessuno può prevedere in quale misura (certamente non irrilevante) questo terremoto complicherà ulteriormente l’economia del Venezuela. Quindi le conseguenze politiche, rese a dir poco quanto mai fluide fin dalla decisione del presidente Trump di intervenire tanto clamorosamente sulle vicende venezuelane e latinoamericane (poiché Maduro docet).

Decine di migliaia di famiglie resistono intanto accampate all’aperto tra Caracas, La Guaira, Moron e gli altri centri della costa settentrionale del paese scossa dal duplice sismo. Mentre attorno a loro continuano le ricerche e le scosse di assestamento. Ma neppure l’emergenza, che ormai è anche igienica e alimentare oltre che sanitaria, basta a risolvere le tensioni politiche che incombono sulla quotidianità ferita a morte. Poiché le questioni s’intersecano, ostacolandosi. E’ urgentissimo contenere il caos. Viene questionato, tuttavia, il decreto con cui la presidente Rodriguez ha dichiarato lo stato di emergenza. Mancherebbe giuridicamente di legalità. Un esempio per tutti: l’informazione nel paese agisce da tempo in un contesto ostile, con limiti e minacce; prima a causa dell’autoritarismo di Maduro; poi delle restrizioni occulte imposte da Trump. Adesso appare non più possibile nascondere il problema. Non solo giornalisti ed editori, esponenti della cultura, anche la gente comune, sempre più numerosa, sempre più disperata, nota e denuncia la necessità di permettere ai giornalisti libero accesso alle zone colpite, affinchè possano rendere conto di quanto accade, aggiornare l’opinione pubblica sull’immane tragedia..


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