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Aung San Suu Kyi. Una leadership politica nonviolenta senza eguali nel mondo

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Per questo ultimo lunedì di giugno, per la rubrica “Dalla parte di Lei” proponiamo il profilo di una donna del Myamar Aung San Suu Kyi. Nel mondo, tra l’indifferenza generale, discriminazioni violenze e odio, soffiano venti di guerra, ovunque. Sono almeno 56 i conflitti: numeri che ci dicono quanto alta sia l’instabilità che, come valutano varie fonti, pare sia la più alta dopo la seconda guerra mondiale.

La libertà i diritti umani sono violati spesso anche in Paesi dove la guerra non c’è.

Sono a rischio gli organismi internazionali che sono stati garanzia per la pace dopo le due guerre mondiali. La nostra Costituzione all’articolo 11 recita:” L’Italia ripudia la guerra … …”.

È la scelta dei nostri costituenti: un impegno solenne per la costruzione di un mondo dove prevalgano la solidarietà e la cooperazione, la giustizia e il rispetto tra le genti differenti ma uguali nei diritti e doveri, anche nei confronti dell’ambiente naturale e di altre specie animale.

Costruire la pace rispettando l’autonomia e l’autodeterminazione dei popoli, fuori da logiche di potenza e di rapina di risorse naturali.

In questi mesi, in occasione delle celebrazioni per l’80mo anniversario del voto alle donne e del Referendum che sancì la nascita della Repubblica italiana, ci siamo soffermate sulle 21 madri costituenti e sul loro impegno per la realizzazione di una società fondata su giustizia e libertà. Ma in alcuni paesi del mondo ci sono donne coraggiose e intrepide che stanno ancora lottando per veder riconosciuti questi diritti.

Aung San Suu Kyi è stata per decenni una icona parlante della lotta per la libertà e la giustizia per il suo popolo. Il suo volto e la sua vicenda personale hanno assunto rilevanza internazionale facendo conoscere al mondo il suo impegno nella lotta per la democrazia in Myanmar, repressa brutalmente nel sangue dai militari della giunta al potere nel paese. La sua resistenza passiva, ispirata alla pratica nonviolenta di Martin Luther King e del Mahatma Gandhi, le ha valso nel 1991 il Premio Nobel per la Pace.

Aung San Suu Kyi ha dato molto di sé e ha speso la sua vita, rinunciando anche agli affetti familiari più cari, dando avvio alle campagne per la democrazia in Myanmar. Anche quando il suo partito si è imposto alle elezioni del 1990, i militari hanno tuttavia mantenuto saldamente il controllo del paese, impedendole persino di recarsi a Stoccolma per ritirare il Nobel per la pace che le era stato assegnato.

Il Myanmar è attualmente governato da una pesante dittatura militare e la stessa Aung San Suu Kyi, dopo aver subito anni di carcere, è costretta agli arresti domiciliari.

Aung San Suu Kyi, 78 anni, figlia di un eroe nazionale, il generale Aung San, assassinato nel 1947, sei mesi prima dell’indipendenza del Paese dalla Gran Bretagna, di recente è stata oggetto di forti contestazioni.

In una lettera aperta al Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel 2016, un gruppo di intellettuali occidentali ha criticato soprattutto il suo silenzio e il suo mancato intervento per fermare la sanguinosa repressione nei confronti dei Rohingya, una minoranza religiosa di fede musulmana che vive in Myanmar paese a maggioranza buddista.

A livello di opinione pubblica ha destato scalpore, in particolare, una lettera aperta indirizzata nel 2017 ad Aung San Suu Kyi, dall’arcivescovo anglicano emerito Desmond Tutu, Premio Nobel per la pace nel 1984. Egli le rimprovera il silenzio sulla questione Rohingya, sollecitandola a intervenire per ristabilire giustizia e libertà. Tutu, figura carismatica con Mandela nella lunga lotta contro l’apartheid in Sudafrica e, con Mandela, impegnato nella transizione pacifica del potere e nella riconciliazione tra bianchi e neri, usa parole molto forti: un Paese che non protegge il suo popolo non è un Paese libero. Scrive Tutu:

Mia cara Aung San Suu Kyi, sono ormai anziano, decrepito e formalmente in pensione, ma rompo il mio impegno a restare in silenzio sugli affari pubblici spinto da una profonda tristezza per il dramma dei Rohingya, la minoranza musulmana nel tuo paese. Nel mio cuore sei un’amata sorella minore. Ho tenuto per anni sulla mia scrivania una tua foto, per ricordarmi delle ingiustizie e dei sacrifici che hai sopportato per via del tuo amore e del tuo impegno verso la gente del Myanmar. Tu simboleggiavi la rettitudine. Nel 2010 abbiamo gioito per la tua liberazione dagli arresti domiciliari e nel 2012 abbiamo festeggiato la tua elezione a leader dell’opposizione. La tua comparsa nella vita pubblica ha alleviato le nostre preoccupazioni per la violenza perpetrata ai danni dei Rohingya, ma quello che alcuni hanno definito ‘pulizia etnica’ e altri ‘un lento genocidio’ non si è fermato. Le immagini della sofferenza dei Rohingya ci colmano di dolore e angoscia. Sappiamo che tu sai che gli esseri umani possono apparire diversi e pregare in modo diverso ma nessuno è superiore e nessuno è inferiore. […] Sappiamo che sotto sotto siamo tutti uguali, membri di un’unica famiglia, la famiglia umana. […] Sappiamo che non esistono differenze naturali tra buddisti e musulmani. Non importa se siamo ebrei o indù, cristiani o atei: siamo nati per amare senza pregiudizi. La discriminazione non è una cosa naturale; viene insegnata. Mia cara sorella, […] un paese che non è in pace con se stesso, che non riconosce e non protegge la dignità e il valore di tutta la sua gente non è un paese libero.

Nel novembre del 2017, durante  il suo viaggio in Myanmar, Papa Francesco lancia un accorato appello, auspicando che «Il futuro del paese deve essere la pace, una pace fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni gruppo etnico e della sua identità».

Francesco non nomina esplicitamente la minoranza musulmana (i Rohingya) ma il suo appello è chiaro e Aung San Suu Kyi non lo può ignorare. E il giorno seguente, nella capitale Naypydaw, nella seconda tappa della visita di Francesco, Aung San Suu Kyi accoglie la sollecitazione di Francesco:

Continuiamo a camminare insieme con fiducia … Il nostro governo ha l’obiettivo di far emergere la bellezza della nostra diversità e di rafforzarla, proteggendo i diritti, incoraggiando la tolleranza e garantendo la sicurezza a tutti.

Papa Francesco, amico dei Rohingya, difende Aung San Suu Kyi dalle critiche di coloro che cercano di incrinarne l’autorevolezza :

Nel Myanmar la situazione è difficile. È una nazione politicamente in crescita che vive una fase di transizione. Le possibilità devono valutarsi in questa ottica. Se il comportamento di Aung San Suu Kyi è stato uno sbaglio io non saprei dirlo. L’obiettivo è la costruzione del paese, e queste cose vanno avanti gradualmente: due passi avanti e uno indietro.

Sceglie di non cedere alla tentazione di giudicare e noi ne seguiamo l’esempio.

AC  MGG

 

Aung San Suu Kyi. Una leadership politica nonviolenta senza eguali nel mondo

di Fiorella Carollo

La Birmania è caratterizzata da uno stato di conflitto che data dal 1962 da quando le numerose minoranze etniche combattono i governi militari che si sono succeduti nel paese. È il più lungo conflitto esistente oggi nel mondo.

Il ruolo di Aung San Suu Kyi

La situazione ha preso una piega diversa dopo il 2010, quando la giunta militare ha aperto il paese alla democratizzazione in seguito alla forte pressione internazionale che la figura di Aung San Suu Kyi aveva creato negli ultimi vent’anni. Figlia di un eroe nazionale dell’indipendenza birmana, il padre era un militare che negoziò l’indipendenza del paese dall’Inghilterra, di cui la Birmania era colonia da più di cento anni. Avviò un processo di riconciliazione con alcune delle più importanti etnie che popolano la Birmania con il famoso trattato di Panglong, prima ancora di formare il governo, ma non fece in tempo a farlo perché venne assassinato, lui e i suoi compagni, nel luglio del 1947 da un oppositore politico. Ciò nonostante il governo democratico venne formato e governò 14 anni. Nel 1962, il generale Ne Win con un colpo di Stato pose fine all’esperimento democratico, e allora sono iniziate le dittature militari con vari colpi di Stato di cui l’ultimo data 1 febbraio 2021.

Aung San Suu Kyi aveva solo due anni alla morte del padre, la madre poi divenne ambasciatrice in India. La figlia la seguì, compì i suoi studi in India e poi, come tradizione per i rampolli delle famiglie benestanti asiatiche, andò a studiare a Cambridge e ricoprì un incarico per l’ONU a New York. Nel frattempo conobbe Aris uno studioso di Tibet, che poi divenne suo marito, con cui ebbe due figli e si stabilì a Oxford. Mentre lui insegnava all’università lei allevava i due figli, fece una vita lontano dalla politica, anche se l’accordo prematrimoniale con il marito era che qualora il suo paese l’avesse richiesto, lui non le avrebbe impedito di ritornare. Ed è esattamente quello che accadrà. Nel 1988 ritorna in patria per accudire alla madre malata, senza sapere che non potrà più fare ritorno alla sua casa, alla sua famiglia alla sua vita. Infatti, proprio nell’estate del 1988, gli studenti universitari insorgono e le chiedono di unirsi alle forze che nel paese volevano la democrazia. Lei accetta con uno storico discorso, tenutosi il 26 agosto nella principale pagoda di Yangon. La rivolta finì nel sangue con 3000 persone uccise.

Da lì prende l’avvio il suo impegno politico, fonda con amici d’infanzia ed ex-generali la Lega Nazionale per la democrazia, ma già l’anno successivo viene condannata agli arresti domiciliari in cui rimarrà per vent’anni, alternando tre arresti e tre rilasci.

Tra queste due date, c’è un fatto importante: nel 1991 riceve il premio Nobel per la pace che non potrà andare a ritirare, lo faranno al suo posto i suoi figli, perché lei era confinata in isolamento nella sua casa dai militari che ne temevano l’influenza. In questi vent’anni di isolamento, non viene mai meno al suo desiderio di lottare per una Birmania democratica. Si tiene in contatto con il popolo bimano con i “discorsi del sabato” dalle inferriate del suo giardino, spesso su argomenti che le persone stesse le proponevano. Il suo esempio è stato di grande ispirazione non solo ai birmani ma anche a tutte quelle persone nel mondo che lottavano per i loro diritti. È stata per i birmani quello che Gandhi è stato per gli indiani e Mandela per i sudafricani. Aung San Suu Kyi, negli anni Novanta, attira l’attenzione delle grandi agenzie internazionali umanitarie che iniziano una campagna per il suo rilascio, esattamente come era avvenuto con Nelson Mandela. Liberata nel 2011, eletta nel 2012 in parlamento, nel 2016 ricopre la carica di Consigliera di Stato.

La crisi nel Rakhine

Ma una grande trappola politica l’attende nella regione del Rakhine. In questa regione al confine con il Bangladesh, da 200 anni è presente una comunità di indiani musulmani, i Rohingya, che i birmani chiamano bengali, una comunità portata dagli inglesi quando colonizzarono il paese dalla vicina India, allora non ancora Bangladesh. Gli indiani si stabilirono nella regione ma non è stato mai riconosciuto loro lo status di minoranza etnica e quindi non hanno avuto mai diritti civili né politici.

Negli anni ci sono stati tumulti ma la situazione precipita nel 2016 e arriva ad essere esplosiva: la comunità musulmana si organizza con una milizia armata per rispondere al clima ostile creato dai monaci buddisti nazionalisti che incitano i birmani contro di loro. Questa “degenerazione” dei monaci buddisti dallo spirito del buddismo stesso, è il frutto della calcolata politica della giunta militare che dopo le grandi manifestazioni del 1988, ha favorito i monasteri che dimostrano ossequio ai militari e marginalizzato e punito invece quei monasteri che appoggiano il movimento democratico.

Nel 2016, in questo contesto, la leader birmana, nella sua nuova veste di Consigliera di Stato, cerca di pacificare la regione ricorrendo all’aiuto internazionale, esattamente come il padre, lei sa che il futuro del Myanmar non può essere che un futuro confederato. Istituisce la Commissione con a capo l’ex presidente delle Nazioni Unite Kofi Annan per valutare una road map che porti, nelle intenzioni di Aung San Suu Kyi, al riconoscimento della cittadinanza per la minoranza musulmana. Quello che invece accade è che, non solo la giunta dei militari che governa con lei mette in discussione la Commissione, ma gli stessi birmani della regione affermano che gli stranieri non possono capire i problemi dei birmani.

Sull’altro fronte, nemmeno i Rohingya, a questo punto, hanno alcuna fiducia nella Commissione. Il fronte armato dei Rohingya, appena costituitosi, decide di attirare l’attenzione della comunità internazionale con le armi e innesca una rivolta: poche ore prima dell’annuncio di Kofi Annan sui risultati della Commissione, sferra un attacco. I militari, con Min Aung Hlaing allora a capo dell’esercito, oggi presidente autoproclamato del paese, ne approfittano non solo per rispondere agli attacchi ma per dare avvio a una vera e propria pulizia etnica mettendo la leader birmana con le spalle al muro. Infatti, secondo la loro costituzione la Consigliera di Stato non ha alcun potere di interferire nelle decisioni militari.

Ora la regione è completamente in fiamme e in balia degli eserciti. Esattamente quello che Aung San Suu Kyi aveva cercato in tutti i modi di evitare. Una grave sconfitta per tutti, non solo per lei. L’aver fatto appello alla comunità internazionale nel tentativo di trovare una soluzione, non solo era stato vano, in più era diventato un boomerang: ora le veniva chiesto di condannare i militari cosa che non poteva fare. Lei che più di ogni altro, se non l’unica, aveva cercato attivamente una soluzione per questo popolo, veniva messa sul banco degli imputati.

L’accusa di genocidio dei Rohingya e il rapporto con i militari

Nel dicembre del 2019 all’udienza all’Aja davanti alla Corte di Giustizia Internazionale la Consigliera di Stato prese le difese del suo paese contro l’accusa di genocidio, ammise vi fu persecuzione e crimini contro l’umanità e che si sarebbe personalmente impegnata in un percorso per dare alla giustizia i responsabili. Si scatenò in Europa e altrove una campagna contro di lei, orchestrata da chi aveva interesse a farlo, una propaganda visto che i fatti, di cui sopra, vennero opportunamente trascurati. Amnesty International le tolse l’incarico di Ambasciatrice di Pace a cui fecero seguito tutte le altre istituzioni internazionali.

Aung San Suu Kyi non ha potuto portare a termine la sua promessa di fare giustizia, ma l’ha mantenuta il governo della rivoluzione. Ha raccolto i documenti, li ha presentati alla Corte Penale Internazionale che ha emesso un mandato di arresto per l’allora capo dell’esercito Min Aung Hlaing, oggi presidente del Myanmar.

Isolata, senza più l’appoggio della comunità internazionale, i generali capiscono che possono finalmente liberarsi di lei una volta per tutte: con l’ennesimo colpo di Stato l’arrestano con accuse false. Il 1 febbraio del 2021 segna un ultimo importante spartiacque, la fine di quel breve esperimento di democrazia, da una parte e l’inizio della resistenza e del movimento di disobbedienza civile, dall’altra. Aung San Suu Kyi, all’età di 76 anni, viene imprigionata, assieme al capo del suo partito, a tutta la dirigenza e ai parlamentari eletti.

La leader che ha provato a unire gli opposti

Questa donna, birmana di nascita e occidentale per educazione, ha una visione e un’esperienza del mondo singolare. Il suo stile di leadership, votato alla nonviolenza, ostinatamente alla ricerca di un dialogo con interlocutori cinici e crudeli, nella convinzione che nel lungo tempo sarebbe riuscita a portare la democrazia nel suo paese, è unico nel panorama politico internazionale. Unico e incompreso.

La sua eredità rimane viva in quelle generazioni di birmani che per dieci anni hanno conosciuto la democrazia e il linguaggio dei diritti civili e non hanno accettato di rinunciarvi. Dopo il colpo di Stato hanno lasciato la sicurezza delle loro case, hanno formato l’esercito della resistenza che oggi dopo cinque anni occupa il 60% del paese. A nemmeno tre mesi dal colpo di Stato, hanno formato il governo di unità nazionale (NUG) con diciassette ministeri e subito dopo l’esercito della rivoluzione il People’s Defence Force (PDF). A poche ore dal colpo di Stato i dipendenti nelle scuole, negli ospedali, negli uffici amministrativi hanno lasciato il loro posto di lavoro e si sono rifiutati di lavorare per un governo che non era più quello democratico da loro eletto, ma un governo militare. Queste e questi “disobbedienti” hanno formato il Movimento di Disobbedienza Civile (CDM) tuttora attivo, unico nel mondo per il suo genere, nominato nel 2022 al Nobel per la pace e oggi spina dorsale della resistenza birmana.


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