Giornalismo sotto attacco in Italia

La valle più inquinata d’Italia è alle porte di Roma e la bonifica è ferma allo 0,2%

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La campagna “Ecogiustizia subito” di Legambiente ha fatto tappa nel Lazio, in provincia di Frosinone, dove da vent’anni esiste uno dei siti più inquinati d’Italia, riconosciuto come tale, ma la bonifica è stata attuata per un miserrimo 0,2% a fronte di una contaminazione che ha intaccato suoli e falde acquifere. La superfice interessata supera i settemila ettari (7.235), coinvolge 19 Comuni e prova l’effetto perverso di una industrializzazione selvaggia dentro una provincia rurale e fragile. Il Sin Valle del sacco si chiama così perché segue il corso del fiume che un giorno di 21 anni fa era così avvelenato che morirono le mucche. Sì, proprio come nei film. Sono quattro i filoni giudiziari aperti in questi anni. Ce ne è abbastanza per chiedere Ecogiustizia e infatti alla giornata di mobilitazione hanno aderito tantissimi cittadini oltre ad ACLI, AGESCI, ARCI, Azione Cattolica Italiana, Legambiente e Libera. Flash mob davanti all’ex stabilimento Winchester ad Anagni, poi assemblea pubblica a Colleferro con la firma del Patto di comunità. Sono stati esposti cartelli per denunciare i ritardi sulle bonifiche e sventolate bandiere della pace e pale eoliche di cartone davanti all’ex impianto su cui è in fase di valutazione un progetto di riconversione

per la produzione di nitro gelatina per polveri di lancio.
L’inquinamento della valle del Sacco è qualcosa che viene da molto lontano ma il punto è che si sta facendo pochissimo o nulla per superare la gravissima forma di inquinamento accertata.
Nel rapporto Ecogiustizia si ricorda la genesi di questa storia. “Nel 1912 viene inaugurata, a Colleferro, la Bombrini Parodi Delfino (BPD), industria bellica. Nel secondo dopoguerra con la Cassa del Mezzogiorno l’area subisce un’incontrollata industrializzazione nei settori chimico, farmaceutico e bellico. Le prime denunce sullo smaltimento illecito di rifiuti risalgono agli anni ’90, ma è nel 2005 che la situazione diventa evidente: l’avvelenamento di 25 mucche e la presenza di beta-esaclorocicloesano (β-HCH) nel latte portano alla dichiarazione dello stato di emergenza e all’istituzione del SIN. Le attività agricole vengono sospese e le analisi rivelano una contaminazione diffusa che dall’acqua arriva all’intera catena alimentare, con gravi rischi per la salute umana. Nel 2009 ad Anagni una nube di carbon black ricopre la città e vengono rilevati elevati livelli di diossina. I cittadini si mobilitano e, solo nel 2020, riescono a bloccare il progetto di un inceneritore di car fluff. Ad affliggere la Valle anche lo smaltimento illecito di rifiuti da parte delle ecomafie, come con le irregolarità nell’inceneritore di Colleferro”.
Nel 2016 il SIN viene riperimetrato, con 19 comuni tra le province di Roma e Frosinone, per un totale di 7.200 ettari lungo circa 60 chilometri del fiume Sacco e lo stanziamento, nel 2019, di 53,6 milioni di euro per la bonifica.
Nel frattempo, si prospetta l’ampliamento dello stabilimento dell’ex Winchester per la produzione di nitrogelatina a supporto dell’industria bellica, mentre la comunità locale continua a non poter utilizzare il fiume Sacco per coltivare o allevare.
Le associazioni hanno annunciato l’impegno ad “attivare un costante monitoraggio civico per verificare la concreta attuazione degli impegni assunti dalle istituzioni sui tempi e i processi di bonifica, sul completamento delle fasi di caratterizzazione ambientale; sulle procedure di appalto e i controlli sui lavori da svolgere; sui piani di recupero, riconversione e riqualificazione delle aree da bonificare. Per quanto riguarda il tema delle contaminazioni di suolo e falde (che dipende anche dalla gestione impropria di sostanze chimiche tossiche e pericolose), è fondamentale che a livello europeo ci sia una revisione più trasparente ed efficace del Regolamento REACH (2006), unico strumento capace di controllare e limitare l’uso delle sostanze chimiche nocive per ambiente e salute”.  
“Nonostante il trambusto amministrativo che il SIN Bacino del Fiume Sacco ha subìto nel corso di questi anni – dichiarano le associazioni – l’area non solo non è stata bonificata ma anzi, periodicamente, si verificano nuove emergenze ambientali che riguardano il fiume compromettendone ancor di più lo stato. La crisi che ha colpito la Valle del Sacco ha inoltre indebolito il tessuto sociale del territorio e in questi anni l’inquinamento prodotto ha avuto anche effetti sulla salute delle persone. Peraltro, nella città capoluogo della Ciociaria, così come la vicina Ceccano, anche a causa di una configurazione geomorfologica sfavorevole, si registrano tra le più elevate concentrazioni di polveri sottili nell’aria, aggravando così la situazione di precarietà della qualità ambientale complessiva dell’intera area. Per questo con la nostra campagna Ecogiustizia Subito chiediamo che nella Valle del Sacco si volti al più presto pagina, facendo ripartire le bonifiche, ascoltando i territori, le comunità locali, le associazioni e i comitati nati in questa area e abbandonando la strada dell’industria bellica per svoltare verso produzioni utili alla transizione ecologica della Regione e del Paese”.
 I dati dello studio Sentieri dell’Istituto Superiore di Sanità rilevano un’elevata incidenza di malattie e mortalità dovute all’esposizione dei lavoratori dell’area industriale e per via alimentare, di pesticidi organo-clorurati, da parte di chi risiedeva lungo il fiume. Nel 2013 il SIN venne declassato a Sito di Interesse Regionale (SIR) con un Decreto del Ministero dell’ambiente; a seguito della sentenza del TAR del Lazio n. 7586/2014 del 17.07.2014, è ritornato ad essere inserito nell’anagrafe dei SIN, anche se sono stati esclusi i comuni più gravati dalle contaminazioni. Nel 2017 sono state approvate le Linee guida sulle procedure per la bonifica del sito; mentre nel 2019 è stato approvato l’Accordo di Programma per la “realizzazione degli interventi di MIS e bonifica del SIN”, con un finanziamento di 53,6 mln di euro; nel 2021 tale accordo viene modificato, alcuni interventi vengono rimodulati e vengono aggiunti ulteriori fondi.
Il sito che desta maggiore preoccupazione è quello di via Le Lame, nell’area industriale di Frosinone, non lontano dalle sponde del fiume Sacco. Si tratta di una collina composta da 650.000 metri cubi di rifiuti di ogni tipo conferiti senza alcun trattamento e che occupa un’area di 37.500 metri quadrati. Ancora a distanza di diversi anni dalla chiusura, l’Arpa ha rilevato nel sito pericolosi livelli di arsenico, piombo, nickel e altre sostanze tossiche, mentre gli insufficienti interventi di messa in sicurezza non hanno impedito che il percolato raggiungesse la falda acquifera sottostante contaminandola con l’apporto di metalli pesanti tanto da rendere le acque sotterranee inutilizzabili per l’uso irriguo.
 
Le inchieste e i procedimenti giudiziari
Sono quattro i filoni avviati in questi anni: il “Caffaro” (disastro ambientale principale) processo in cui vengono contestati disastro ambientale colposo, avvelenamento di sostanze alimentari e omessa bonifica. Il procedimento si concluse nel luglio 2020 con la condanna a 2 anni (pena sospesa) dell’ex direttore della Caffaro, mentre per gli altri imputati ci furono assoluzioni o prescrizioni; al 2026 i reati risultano prescritti, ma resta confermata la responsabilità civile utile all’avvio delle azioni risarcitorie promosse da Legambiente. Il secondo filone è quello cosiddetto “Marangoni Tyre”, con un’inchiesta risalente al 2013 in cui viene contestato anche il disastro ambientale e che al 2026 non risulta definito in sede di processo di primo grado. Poi c’è “Marangoni Tyre” (Polvere nera – Anagni) relativo alle emissioni di polveri nere provenienti dallo stabilimento di Anagni e all’ipotesi di conseguenti patologie riscontrate tra popolazione e lavoratori, nel quale il rinvio a giudizio per disastro ambientale e omicidio colposo è avvenuto solo a fine 2020, con il processo ancora in fase istruttoria. Infine quello delle Schiume Chimiche” (Inquinamento fluviale 2018-2020), avviato dopo gli sversamenti di tensioattivi che tra il 2018 e il 2020 hanno provocato la formazione di grandi cumuli di schiuma bianca lungo il fiume Sacco, in corso presso il Tribunale di Frosinone.
(Foto di Legambiente)

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