La sconfitta del desiderio

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“Titane”, di Julia Ducournau, Fra, 2021. Con Agathe Rousselle, Vincent Lindon.

Alexia si finge Adrien, per nascondersi perchè uccide. Uccide per un trauma infantile, un incidente, che le segna il corpo, il cervello, la mente, il pensiero, i sentimenti. Fugge, fugge sempre, da un mondo che non le può appartenere, non le è mai appartenuto. Cronenberg ispira Ducournau, che insegue lo spettatore, “impressionandolo” sullo schermo, perchè conta solo l’occhio “impressionato” di chi guarda, per la regista francese. Ciò che ci lega alla protagonista è la mutazione del suo corpo, il suo ventre in gravidanza che si gonfia e si spacca, il liquido nero dell’acciaio che ha dentro e che vomita. Niente ci viene risparmiato perchè ci arrivi quel senso di solitudine cui Alexia-Adrien è condannata, per sempre, senza speranza. Per sopravvivere si inventa un padre, che finalmente la ama, ma da cui non può essere amata come donna. Non c’è scampo, mette al mondo un figlio, anch’esso segnato da una schiena di metallo, simbolo di un destino che non si cancella, che si riproduce anche, inevitabilmente, freudianamente. Lo spazio è ristretto per Alexia-Adrien, il tempo non esiste più. L’immagine è l’unico indizio che ci rimane per conoscere chi ci sta accanto. La catarsi si compie, il sentimento nasce, finalmente, si riproduce, si moltiplica, ma muore. C’è anche tanto Beineix e tanto Ferreri in questo film che ci condanna a fare i conti con la natura, tutta, che è Corpo, Psiche ed Eros, senza soluzione di continuità. Adrien balla e rivela Alexia, a sè stessa e agli altri, ma ciò che ci rimane impresso è il suo sguardo desiderante offeso da una vita che non torna indietro, non può tornare indietro. La Ducurneau è entrata nei meandri della mente, ce li ha fatti visitare, anche soltanto attraverso quei capelli che non ci sono più e che tanto ci commuovono perchè specchio di una vita sprecata, andata a male, che vorremmo serena e che per questo è inaccettabile per i nostri occhi, privilegiati osservatori del fragile e precario destino dell’uomo.


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