Gianni Minà, un partigiano della verità

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Se n’è andato a 84 anni Gianni Minà.  Chi scrive di tv racconta che il programma più imitato tra i talk show è quello di David Letterman. All’estero forse, in Italia no, il più copiato è un programma di Rai2, in onda dal 1981, per tre stagioni, alla domenica pomeriggio: Blitz condotto da Minà. Tanti conduttori dovrebbero essergli grati per aver aperto la strada a un nuovo format sempre attuale. Con Blitz è riuscito a coniugare informazione e intrattenimento, realizzando una trasmissione che rimarrà nella storia della tv. Alcune delle sue interviste sono rimaste uniche come quella mitica puntata realizzata in diretta da Cinecittà, sul set dell’ultimo film di Sergio Leone: C’era una volta in America, con il regista e l’amico Bob (De Niro).                                                                                                                                      Conobbi Gianni più di trent’anni fa alla Rai di Torino, la città in cui era nato, la trasmissione era Tortuga, ne ero diventato il responsabile perché il suo ideatore, Roberto Costa, un altro grande giornalista e amico che non c’è più, era diventato il capo della redazione del Tglombardo. Gianni era tra i giornalisti che si alternavano alla conduzione del programma. A ridosso dell’elezioni politiche del 1994 mi chiamò per dirmi che gli avevano proposto di candidarsi a Palermo per La Rete, partito fondato da Leoluca Orlando, Nando Dalla Chiesa e Claudio Fava, con Antonino Caponnetto (per anni a capo del Pool Antimafia di Falcone e Borsellino), gli risposiche per il momento lo avrei tenuto in conduzione, solo nel caso avesse deciso di candidarsi lo avrei sostituito comunicandolo ufficialmente alla Rai. Qualcuno ci denunciò, partì un’interrogazione parlamentare, la Rai mi accusò di aver tentato di tirargli la volata elettorale. Il tutto finì in una bolla di sapone. Per fortuna Gianni Minà non fu eletto così continuò in quel mestiere che sapeva fare benissimo: il giornalista. La sua storia televisiva la conosciamo tutti. Il suo giornalismo sapeva di libertà e verità, per questo ha pagato un prezzo enorme. I suoi reportage vincevano premi in tutti i più importanti festival internazionali di cinema, Robert Redford lo volle al suo fianco per la produzione del film I diari della motocicletta, dedicato al giovane Che Guevara e al suo amico scrittore argentino Alberto Granado.                                                            Sempre dalla parte del più debole, per questo accettò di diventare il direttore (con la stretta collaborazione della moglie Loredana Macchietti) e l’editore della rivista Latinoamerica, dedicata a tutti i sud del mondo, proposta che gli fecero i fondatori Bruna Gobbi e Enzo Santarelli, due straordinari intellettuali, ormai ottantenni e malati che, guardando la tv e capendo l’impegno, non solo professionale, di Minà, di lui potevano fidarsi. Grazie a Gianni, la rivista continuò avivere senza essere snaturata dalla sua vocazione“progressista”. Era nata nel 1981 nella sede dell’Anpi di Roma. Tra le firme, sempre prestigiose, quelle di Eduardo Galeano e il Premio Nobel Gabriel Garcia Marquez. Minà, con un articolo a firma di Fabrizio Gatti,propose la candidatura di Lampedusa e ai suoi abitanti al Premio Nobel per la Pace: “Lampedusa è il primo posto, reale e simbolico, fra noi spettatori e questi uomini, donne e bambini che si aggrappano agli scogli per chiederci aiuto. Durante questo tragico decennio, Lampedusa e i suoi 6.000 abitanti non hanno mai perso la ragione e il senso comune che non fa differenza fra cittadini e clandestini”.         L’allontanamento dalla tv è stato il prezzo che Gianni Minà ha pagato per rimanere un partigiano della verità.


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