Potere spirituale e potere temporale: è scontro irriducibile

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Io penso, dunque…non esisto. Rovesciando paradossalmente l’assunto cartesiano, l’autonomia di pensiero e la fedeltà ai propri principi si tinge di sangue in un percorso storico che da Socrate passando per Thomas More approda fino ai nostri giorni, indossando la toga di magistrati come Falcone e Borsellino in lotta con i nuovi poteri. Vittime della brama di dominio di uomini lontani dalla coerenza se non ai propri egoistici interessi, queste emblematiche figure di eroi senza sconti, cancellate solo materialmente dalla morte, imperiture nello spirito, attraggono per il loro incorruttibile profilo, per audacia immolatrice, suggerendo uno scomodo, inquietante, possibile riscatto in chi avverte i sobbalzi della coscienza di fronte alle ingiustizie e ai soprusi della vita.

A questo conflitto storico ma soprattutto interiore è dedicato “Assassinio nella cattedrale” dramma teatrale poetico di T.S. Eliot, cattolico convinto e conservatore, autore di poemi nodali come “La terra desolata”, anima inquieta travagliata dall’eterno dissidio tra la bellezza del mito e lo squallore delle taverne del suo tempo, tra il bene e il male, empatiche scissioni di una crisi esistenziale a fronte della prima guerra mondiale. “Vanità e anarchia” sono le parole che Eliot, poeta dalle inafferrabili sfaccettature, adopera per definire lo sterile presente, a cospetto del fertile passato. Contro questa posizione si scaglierà il drammaturgo Elias Canetti definendo l’autore del testo del celebre musical “Cats”“…un libertino da nulla, un galoppino di Hegel, uno stupratore di Dante.” Al di là delle critiche e dei furori dei suoi contemporanei Eliot si colloca in quella faconda scia di letterati dissidenti, traumatizzati dallo sfacelo morale del loro tempo, che hanno dato voce allo shock di una generazione delusa e amareggiata. In questa direzione si muove  “Assassinio nella cattedrale”, rappresentato per la prima volta nella cattedrale di Canterbury nel 1935, dove il tema religioso cristiano viene strutturato come una tragedia. Tradizionalmente considerata una critica al nazismo e ispirata all’assassinio dell’arcivescovo di Canterbury, Thomas Becket, l’opera si basa sugli scritti di Edward Grim, testimone oculare dell’eccidio avvenuto nel 1170. In dissidio con il re Enrico II d’Inghilterra per avere fatto scomunicare dal papa tre vescovi, l’arcivescovo ai suoi emissari nega la loro reintegrazione, non avendone il potere, ed è quindi accusato ingiustamente di tradimento. Mantenendosi saldo ai suoi principi l’arcivescovo va incontro serenamente a una morte annunciata, lasciando aperto il varco tra ciò che è giusto e ciò che non lo è.

Questa lacerazione che emerge nell’essenziale messa in scena, impreziosita dallo scenario naturale del palazzo Gioeni, diretta da Guglielmo Ferro e interpretata da un Moni Ovadia in bilico tra umanità e spirito integerrimo, è affidata all’interpretazione manichea di due poli rappresentanti del conflitto: i monaci, gli emissari del re. Ai bordi del dilemma si pongono le donne del popolo, attente ai loro bisogni, pavide e timorose del ritorno del loro arcivescovo dopo 7 anni di allontanamento dalla sua chiesa. Alla loro corale, muliebre grazia vibrante è affidata l’apertura dello spettacolo che presto si rivelerà un gioco al massacro. Supportato da un cast in ruolo e da Marianella Bargilli nel doppio ruolo di corifea e quarto tentatore, Moni Ovadia, poliedrico artista rappresentativo della cultura Yiddish, incarna qui con qualche esitazione il cristiano Thomas Becket, alle prese con un’altalena di sentimenti forti come l’orgoglio e la rabbia in alternanza a un pio sentimento di affezione ai suoi fedeli e alle sue idee. Fanno da sponda a questa incerta oscillazione i due gruppi contrapposti del dramma, qui asciugato nel testo, nei personaggi, nell’impianto scenografico, mentre i costumi dell’epoca del sacro e del popolo fanno pendent con il moderno profano dei sicari, sicché il male si faccia presente. Così nelle atmosfere lugubri della medievale cattedrale di Canterbury, che potrebbe essere qualsiasi luogo in qualsiasi tempo, si profilano ombre assassine per suggellare con il coltello un atto di “giustizia”, veicolo di sofferenza e martirio per l’arcivescovo integerrimo accusato proditoriamente, che non si piega, non accetta di scappare né di serrare le porte, come suggeriscono i fedeli monaci, per salvarsi, né di scendere a patti con il re. Sul delitto impunito cala la tela, mentre il pianto delle donne sul corpo esanime tramuta il quadro profano in una Pietà dagli incerti confini.

ASSASSINIO NELLA CATTEDRALE

di Thomas Stearns Eliot

Regia di Guglielmo Ferro

Con Moni Ovadia – Marianella Bargilli – Agostino Zumbo – Alice Ferlito – Viola Lucio – Rosario Minardi – Pietro Barbaro – Giampaolo Romania – Giovanni Arezzo – Plinio Milazzo – Giuseppe Parisi 

Scene Salvo Manciagli

Luci Salvo Manciagli e Santi Rapisarda 

Produzione Teatro ABC Catania-Teatro Olimpico di Vicenza

Corte del Palazzo Ardizzone Gioeni di Catania

Potere spirituale e potere temporale: è scontro irriducibile


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