La legge non è uguale per tutti. Neanche per Google

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Tot capita tot sententiae, ammonisce un famoso detto latino. Tradotto in volgare, il diritto e le leggi sono variamente interpretabili.

Colpisce, al riguardo, una sentenza del tribunale amministrativo del Lazio dello scorso 28 ottobre, che ha annullato una delibera dell’autorità per le garanzie nelle comunicazioni (541/20/CONS) del 2020 volta a sanzionare la società Google Ireland Limited (si legga bene la presunta nazionalità e si guardino le differenti tassazioni in vigore nei diversi paesi) per la violazione di un articolo del cosiddetto decreto Dignità del 2018. In quest’ultimo testo fu introdotto il divieto di fare pubblicità a giochi e scommesse con vincite di danaro, e ancor più al gioco d’azzardo.

In particolare, lo specifico servizio Google Ads -teso a promuovere i siti Web– ha indirizzato i consumatori verso determinati siti in violazione della normativa. Tanti peccati in uno: violazione della concorrenza, incoraggiamento di aree di consumo non commendevoli, mancata vigilanza su materie sensibili. Peraltro, la fresca multa comminata dall’Antitrust ad Amazon e Apple sembra seguire una logica opposta. Caos sotto il cielo.

In verità, pure l’Agcom utilizzò simile infrazione, di per sé già grave, per colpire la casa madre Alphabet sui nervi scoperti. Ovvero gli interrogativi su dove stava effettivamente la sede delle attività e sulle funzioni reali di gruppi che si comportano da super-nazioni. Sul primo aspetto, la sentenza accoglie il ricorso, ritenendo inapplicabile il principio del paese di destinazione di cui parla il Regolamento dell’unione europea 2019/1150. Sul secondo, si mantiene una vecchia linea tesa a considerare gli oligarchi della rete un mero hosting provider, un banale trasportatore di messaggi.

Strana la decisione del TAR, peraltro attento a tali argomenti con orientamenti spesso condivisibili.

Il dispositivo appare in controtendenza rispetto alle tendenze del diritto plasmate a Bruxelles e alle stesse direttive appena recepite in Italia (servizi media audiovisivi e diritto d’autore). Due Regolamenti europei sono, inoltre, alle viste: Digital Services Act (DSA) e Digital Markets Act (DMA). Il filo conduttore in tali articolati è proprio la responsabilizzazione delle proprietà che gestiscono le reti. Non sono semplici veicoli neutrali o passivi, in quanto condizionano di fatto l’utenza.

Il pericolo è che la sentenza faccia giurisprudenza e metta un freno alla costruzione del nuovo assetto dell’era digitale.

Per questo non va sottovalutato ciò che accade nelle aule dei tribunali, in un quadro dove le scarse certezze politiche ed imprenditoriali lasciano vaste zone di ambiguità.

Certamente, non si possono e non si devono addossare ai giudici responsabilità che non competono loro, bensì a governi e parlamenti.

Non bastano le 143 citazioni della parola digitale nel Piano di ripresa e resilienza (PNRR) per disegnare un ambiente crossmediale regolato ed evoluto.

Siamo dentro una transizione culturale, non solo tecnologica e gli approcci contraddittori non giovano.

Tra l’altro, se si osserva con un grandangolo i provvedimenti sanzionatori di questi mesi, si evince che i rei si riducono in maggioranza a un pugno di emittenti locali televisive o a qualche radio. Roba minima, per citare Jannacci.

La legge, si sa, non è uguale per tutti. Tuttavia, c’è sempre un limite. Attenzione. Attorno alla vicenda degli Over The Top si gioca una partita storica. Se non si afferma con precisione il doppio obiettivo della localizzazione dei gruppi ai fini delle responsabilità e della tassazione, nonché della competenza sui contenuti veicolati, si torna al peggior Far West.

Mentre le tecniche corrono velocissime e l’intelligenza artificiale si insinua nel tessuto nervoso degli assetti sociali, non è accettabile alcuna inerzia.

Serve un rinnovato Testo unico legislativo, che corregga e superi quello ormai logoro del 2005. Quando al governo c’erano Berlusconi e Gasparri, con il baricentro nella televisione commerciale.

La conclamata frontiera digitale ha bisogno di una visione, sorretta da basi adeguate e da un piglio riformatore.


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