Congo. Uccisione Attanasio, Iacovacci e Milambo: il quadro della “scena del crimine” è complesso

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Sulle indagini relative al massacro di Kibumba è meglio oggi esercitare il pessimismo della ragione per rimandare a tempi migliori la eventuale celebrazione dell’ottimismo della volontà.
Il quadro della “scena del crimine” è complesso. Nel Nord Kivu (regione orientale della Repubblica Democratica del Congo) l’esercito governativo non ha il monopolio del controllo territoriale. I 12 mila caschi blu ed i 5 mila civili impiegati nella Monusco (la più grande e costosa missione di stabilizzazione politica promossa dall’Onu) non sono mai stati in grado di fronteggiare la situazione nei 21 anni trascorsi dalla sua operatività: da tempo questa esperienza è bollata come fallimentare. Lo stato centrale è assente e quando capita che sia casualmente presente viene percepito dalla popolazione locale come un implacabile strumento di vessazione nell’imposizione di impossibili tasse e balzelli, alimentando ovviamente la corruzione.
A questi si aggiungono i conflitti politici, etnici e tribali, quelli per la terra ed il controllo delle risorse minerarie che hanno partorito almeno 160 gruppi armati che si moltiplicano per partenogenesi.
Papa Francesco ha “bastonato” metodicamente la classe politica congolese non risparmiando critiche al vetriolo all’ex presidente Kabila, accusato tra l’altro di farsi beffe della democrazia per restare indebitamente al potere. E la Chiesa cattolica in questa immensa nazione rappresenta sempre più spesso l’unica opposizione politica credibile grazie alla sistematica denuncia dei massacri e delle violazioni dei diritti umani.
Insomma c’è da far tremare i polsi anche agli ottimisti più volenterosi.
Le indagini sul triplice omicidio dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista Mustapha Milanbo risultano da subito difficili. In una nazione dove non sono ancora noti i dati definitivi dell’ultima e contestata consultazione elettorale del 2018, il ministro dell’Interno ha immediatamente additato come autori dell’attacco il Fronte Democratico di Liberazione del Ruanda. “L’agguato era specificamente mirato contro l’ambasciatore italiano” ha scritto in un tweet, poi cancellato. Insomma i ribelli (nonché criminali) ruandesi tornano a far comodo, come coperchi buoni per ogni pentola. Il rischio della facile speculazione politica è dietro l’angolo. C’è l’ipotesi investigativa che l’ambasciatore ed il carabiniere sino stati uccisi dal “fuoco amico” nel corso della sparatoria che ha contrapposto gli aggressori da una parte e rangers e soldati dall’altra.
C’è il rischio di imboccare un tunnel investigativo lungo, tortuoso e buio che si interseca con la diplomazia e le ragioni di stato. L’Italia ancora attende risposte sugli omicidi di Giulio Regeni in Egitto e di Mario Paciolla in Colombia. Inchieste bloccate nella palude di complicità e silenzi, difficoltà a squarciare il velo di omertà, reticenze, convenienze. E che restano all’attenzione dell’opinione pubblica grazie all’instancabile ed eroico impegno dei genitori dello studioso e del collaboratore delle Nazioni Unite.
Il peso politico dell’assassinio dell’ambasciatore e del carabiniere è tale che le nostre istituzioni non possono mollare la presa. Tante le domande da rivolgere anche al Programma Alimentare Mondiale (organismo Onu) relative al trasferimento senza scorta su una strada ritenuta sicura. Ma su quelle strade la sicurezza non esiste: può soffiare una calma relativa ma tutto può cambiare all’improvviso per il passaggio di un gruppo, uno scontro armato, etc. Certamente sono stati rispettati protocolli previsti per queste missioni ma resta il fatto che il diplomatico, il carabiniere e Rocco Leone, vicedirettore Pam, erano obiettivi facili che andavano maggiormente tutelati.
Verità e giustizia restano le richieste per tutti i nostri civili caduti in missione di pace nei paesi stranieri.

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