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L’Etiopia è in guerra. Una situazione disastrosa. Intervista a Enzo Nucci

 

L’Etiopia è in fiamme: una guerra devastante sta mietendo vittime e spargendo sangue. La contrapposizione interna porta con sé un ulteriore problema: quello del vecchio e nuovo colonialismo

L’Etiopia è in fiamme. Una guerra devastante sta mietendo vittime e spargendo sangue. L’attuale conflitto vede in contrapposizione il governo federale e il Fronte di liberazione del Tigrè (Tplf), il partito che domina quella Regione.

Questa contrapposizione interna porta con sé un problema più ampio, atavico: quello del colonialismo e del post-colonialismo.

L’attuale conflitto preoccupa gli osservatori internazionali per le sue atrocità e perché potrebbe allargarsi anche ai Paesi limitrofi. Gli scontri armati tra gli schieramenti sono iniziati la prima settimana di novembre e si sono via via intensificati.

Enzo Nucci è l’inviato Rai in quelle zone, un conoscitore profondo delle dinamiche africane. Gli abbiamo chiesto qual è la sua idea su questo nuovo focolaio di guerra e se, secondo lui, il colonialismo può essere, ancora oggi, motivo di dissidi interni in molte aree africane.

Un Rapporto, disponibile sul sito del Servizio di informazione umanitaria Reliefweb, ricorda che tra il 2013 e il 2018 si è assistito a un incremento costante nel numero di conflitti e a episodi di violenza nei confronti delle popolazioni civili in Africa.

Si tratta, in buona parte, di guerre geograficamente circoscritte; tuttavia, il peso dei conflitti regionali che oppongono attori statali a movimenti e gruppi armati trans-nazionali assume un’incidenza sempre maggiore e in diverse aree del sub-continente, dal Sahel al Corno d’Africa.

«Le situazioni si sommano, si sovrappongono, i retaggi del passato e le situazioni si mescolano e rendono l’Africa, ancora oggi, un luogo in continua mutazione, un’area di interesse per gli africani in primis e per tanti altri Paesi, che in quelle zone investono, edificano, estraggono», ricorda Enzo Nucci.

«Questi interscambi d’interesse delineano anche la dimensione dei disordini di oggi. L’offensiva a cui stiamo assistendo in Etiopia, ho il sentore che fosse premeditata da tempo. Ricordo che la preparazione tecnica e militare dell’esercito etiope è molto forte. Lo scontro tra le parti nasce essenzialmente dal disconoscimento politico reciproco. Un mancato riconoscimento che è culminato negli scontri militari. I Tigrini sono appena 6 milioni e mezzo e rappresentano dunque il 6% dell’intera popolazione etiope. Eppure sono sempre stati molto forti politicamente. La loro rappresentatività politica e istituzionale, di fatto, ha sempre superato di gran lunga la loro forza numerica. In Etiopia – prosegue Nucci – sono decine le etnie che compongono il tessuto umano e sociale del Paese. Eppure la minoranza etnica dei Tigrini ha sempre dominato la scena politica nazionale.

Quando è arrivata la nomina come primo ministro di Abiy Ahmed, appartenente al gruppo etnico dominante degli Oromo – e al quale è stato assegnato recentemente il Premio Nobel per la Pace (nel 2019, ndr), forse prematuramente come già capitato in passato (Birmania, Aung San Suu Kyi) –, l’allarme nella Regione del Tigri è stato immediato; e si è poi acuito quando è stata determinata la loro esclusione dalle decisioni politiche. Non era mai accaduto prima che i Tigrini perdessero il controllo politico. In mezzo, poi, ci sono stati il rinvio delle elezioni nazionali a causa Covid e le elezioni nel Tigri non riconosciute dal governo ufficiale.

Oggi l’area del Tigri è completamente isolata. La scintilla degli scontri è stata motivata per via dell’attacco a due basi militari governative e lanciato dal partito delle milizie regionali. Anche se non vi sono fonti certe sulla notizia.

Questo è un conflitto pericolosissimo – prosegue Nucci – che rischia l’implosione. Parliamo di un paese con 110 milioni di abitanti, un’area che in questi ultimi anni era in forte espansione economica, con molti interessi in ballo, come la diga per le acque del Nilo.

Se il conflitto prendesse un maggior respiro, ossia si espandesse, il primo paese ad essere colpito sarebbe certamente il Sudan che ha grossi interessi per la costruzione della diga insieme all’Egitto. L’Etiopia, poi, schiera in Somalia 3000 soldati per fermare l’offensiva degli shabaab. L’eventuale richiamo in patria dei militari potrebbe creare ulteriori ptoblemi alla stabilità dell’esecutivo di Magadiscio. Mentre il Kenya, teme che possano riversarsi nel proprio territorio i terrosristi islamisti dal paese confinante.

Oggi l’Etiopia vive anche su influsso del neocolonialismo. L’area è di interesse geopolitico per la sua posizione di controllo del Mar Rosso ed è una zona strategica per la nuova Via della Seta. Dunque, una zona interessante per la Cina, per la Turchia e il Qatar, per l’Arabia saudita e gli Emirati arabi. Molti oggi invocano l’intervento di questi interlocutori terzi per fermare il conflitto. Un conflitto che se dovese allargarsi, degenerare, sarebbe a proposito della diga, un “Vajont” dalle dimensioni inimmaginabili.

Tra neo-colonialismo e vecchio colonialismo l’Africa è da sempre luogo di interesse e di mire espansionistiche.

Il colonialismo, come quello italiano in Etiopia ha certamente favorito molte divisioni etniche, ancora visibili e purtroppo oggi in conflitto. Quel vecchio divide et impera è un portato difficile da scardinare», ha concluso Nucci.

Eppure, regna ancora in molti ambienti e nel sentire comune una fantasia, quella della presunta «diversità» del nostro colonialismo; della sua umanità e tolleranza. Un luogo comune che ha consentito di rimuovere i sensi di colpa e oscurare la necessità di un’indagine rigorosa su quanto davvero accaduto in quegli anni.

La guerra chimica scatenata dal fascismo in Etiopia rimane, ad esempio, uno dei capitoli più oscuri e controversi del nostro recente passato.

La tesi è contenuta i uno dei libri più importanti, dirompenti e capaci di far aprire gli occhi alla popolazione italiana «brava gente»: I gas di Mussolini di Angelo Del Boca ri-pubblicato dagli Editori Riuniti nel 2007.

Una falsa percezione, quella degli italiani brava gente, smontata dallo storico e giornalista. Libro che vede la prefazione di Nicola Labanca ed è ancora disponibile per l’acquisto online.

Si tratta di uno dei volumi storici più documentati e capace di svelare le trame e le violenze allora ordite dai militari fascisti italiani. Una ricostruzione rigorosamente scientifica e «una sorta di deterrente contro le facili riabilitazioni del regime mussoliniano».

Nel volume sono contenute le riflessioni di Rochat, di Pedriali e Gentili che documentano le strategie dei comandi italiani riguardo all’uso di armi chimiche e il testo dei telegrammi inviati da Mussolini a Badoglio e Graziani, dai quali emerge il quadro di una campagna militare progettata come una vera e propria guerra di sterminio.

Oggi il tema del colonialismo italiano (non solo italiano ovviamente, ma ognuno è chiamato a fare i conti in casa propria) e così le ripercussioni che questo ha prodotto, sono stati ormai ampiamente affrontati, eppure, e neanche tanto sullo sfondo, persiste ancora una sorta di rimozione, di non accettazione delle malvagità italiane attuate negli anni del colonialismo, una rimozione che passa ancora oggi nelle televisivisioni italiane di prima serata nelle quali si tessono le lodi per «ciò che di buono Mussolini ha fatto», e ancora attraverso le affermazioni negazioniste, le banalizzazioni, i luoghi comuni.

Per questo motivo la rivista italiana di cultura, scienza, politica e filosofia Micromega diretta da Paolo Flores D’Arcais ha deciso di dedicare il nuovo numero, disponibile dal 5 novembre scorso, a un focus sui crimini coloniali dell’Italia in Africa e alla necessità che essi trovino posto nella memoria nazionale: «Se infatti le stragi nazifasciste sono ormai parte di “una memoria storica provata”, non si può dire che i crimini compiuti durante il periodo di occupazione italiana di Eritrea, Somalia, Libia ed Etiopia siano parte della memoria collettiva della nazione», ricorda il mensile. È Valeria Deplano, storica e ricercatrice dell’Università di Cagliari a illustrare le ragioni di tale assenza.

«Tenere memoria degli episodi di violenza in cui gli italiani non sono vittime ma carnefici significa mettere in discussione il modo in cui l’Italia repubblicana si è presentata e rappresentata fin dagli anni Quaranta», afferma Deplano.

Una propaganda, quella fascista, che ha sempre prodotto risultati sin dalla notte dei tempi e che Deplano ben racconta nel suo libro Per una nazione coloniale. Il progetto imperiale fascista nei periodici coloniali: «In concomitanza con il rilancio della politica coloniale da parte del regime fascista, dalla prima metà degli anni Venti in Italia aumentò il numero delle testate periodiche che si ponevano l’obiettivo specifico di accrescere le conoscenze coloniali dei propri lettori – ricorda–. Pur raggiungendo un pubblico che il regime giudicò sempre insufficiente, questo genere di pubblicazioni, nate in diversi casi per iniziativa privata ma più spesso edite da enti di cultura semi-pubblici o da strutture ministeriali, contribuirono alla creazione del discorso ufficiale del fascismo attorno all’espansionismo africano.

Sulle pagine delle riviste gli elementi di – spesso pretesa – scientificità si intrecciavano con quelli più marcatamente propagandistici, fornendo idee, immagini, argomenti e interpretazioni che poi sarebbero stati ripresi e rimodellati nel discorso pubblico più ampio. Basandosi su fonti archivistiche e sulle stesse riviste».

Giuliano Leoni e Andrea Tappi, sempre su Micromega, che consigliamo di consultare, ripercorrono le fasi che hanno caratterizzato i manuali di storia in uso nelle scuole italiane in materia di colonialismo, dalle omissioni e reticenze di un tempo alla maggiore complessità interpretativa di oggi (che resta però sempre unilaterale).

Fonte: Riforma.it

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