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Sandro Cardulli, il direttore allegro 

 
Di Sandro Cardulli ho mille ricordi. Mi legano a lui affetto, stima, gratitudine. L’ho conosciuto che avevo poco più di vent’anni, gli chiesi di poter collaborare con il suo giornale on-line e, come se fosse la cosa più normale del mondo, mi diede fiducia. Con Sandro ho anche discusso, talvolta litigato e una volta presi persino la decisione, assurda a ripensarci adesso, di non scrivere più per lui perché mi aveva mandato fuori di testa il rifiuto di un articolo dedicato alla scomparsa di Renato Zangheri. Avevo in parte ragione e in parte torto, ma di sicuro sbagliai a comportarmi così e solo adesso mi rendo conto di quanto sia stato cretino. Eppure, come se fosse la cosa più naturale, due anni dopo, a margine di una manifestazione della CGIL, mi chiese di tornare. Si era inventato un altro giornale e mi volle di nuovo con sé: accettai e avverto il bisogno di chiedergli scusa per quella prolungata e stupida  assenza, dettata da un ancor più stupido orgoglio e dallo scontro fra due caratteri tutt’altro che semplici.
Mi piace ricordare un episodio, forse il più bello della nostra lunga amicizia, quando mi ospitò a Lido di Camaiore, a casa sua, a margine di un’iniziativa di Civati, e mi insegnò molti dei rudimenti del mestiere ma, soprattutto, mi portò a cena in un favoloso ristorante in cui mangiammo a più non posso, dall’antipasto al dolce, e poi parlammo per ore, lui immerso nei ricordi e io con lo sguardo proteso verso il futuro. Avevo ventiquattro anni e con Sandro discutevamo del passato e del presente, del renzismo che non piaceva a entrambi, del futuro della sinistra e fantasticavamo di una radio da mettere su insieme: un sogno ricorrente che, purtroppo, non si è mai realizzato.
Sandro era entusiasta di confrontarsi con i giovani. Quando si trovava davanti a un giovane appassionato di memoria, si lanciava e non c’era modo di fermarlo: dalla Pisa di quand’era ragazzo e teneva a battesimo personaggi come D’Alema, Mussi e Bodei all’esperienza all’Unità, fino al sindacato, ai rapporti politici, alle battaglie nell’FNSI, ai confronti serrati con Epifani, di cui era profondamente amico, ai retroscena sugli anni in cui Cofferati si occupava dei Chimici e chiudeva contratti che, sosteneva Sandro, “se li avessi portati ai poligrafici, mi avrebbero linciato”. Ma ribadisco: tutto ciò è secondario, almeno per me, se confrontato con quell’interminabile giro in macchina, prima e dopo la cena, in una notte toscana di metà luglio, sotto un cielo colmo di stelle, con Sandro che mi diceva di voler contribuire a uno dei miei romanzi, mescolando il mio entusiasmo al suo infinito vissuto. Quel giorno, oltretutto, eravamo caduti entrambi in errore, commettendo una gaffe che a ripensarci ora fa quasi ridere ma lì per lì fu drammatica. La mattina si diffuse la notizia del ricovero di Ciampi in ospedale e poche ore dopo giunse la notizia, fortunatamente errata, della morte del presidente. Eravamo a Livorno, la sua città, e al PolitiCamp civatiano, fra commozione e lacrime, partì addirittura la Marsigliese, in memoria dei trascorsi azionisti di un uomo che vedeva giustamente in quell’inno un simbolo di libertà. Scrissi un pezzo colmo d’emozione e lo spedii ad Articolo 21, ricevendo un giusto rimprovero per non aver controllato le fonti. E Sandro, comprendendo che ci ero rimasto male, mi giustificò: quella volta ci era cascato in pieno anche lui.
È stato il mio direttore, un vero amico, un punto di riferimento e uno dei pochi che ha  sempre cercato di darmi una mano, anche cercando di presentarmi e farmi conoscere a qualcuno che potesse offrirmi un contratto degno di questo nome.
L’ultima volta che l’avevo sentito era alla vigilia delle Europee del 2019: sapeva che avremmo votato diversamente ma questo non incrinò minimamente i nostri rapporti.
Gli avrei voluto telefonare tante volte in questi mesi, avrei voluto invitarlo all’Emiciclo ma ho sempre rimandato. Oggi mi resta il rimpianto della telefonata che non gli ho fatto, delle parole che non gli ho detto, dei tanti articoli che gli avrei voluto ancora far leggere, dei consigli che non potrò più chiedergli, della stima e della gratitudine che non potrò più manifestargli.
Mi aveva chiesto di occuparmi di giovani, avendo molto apprezzato il mio libro sui giovani protagonisti del Novecento. Voleva conoscere da vicino quelli del nuovo secolo, ribadendo ciò che mi aveva detto quella notte d’estate di sei anni fa: “Come la pensano quelli della mia età lo so già, come la pensate tu e la tua generazione no. Per questo mi interessa che scriviate”. Voleva altri ragazzi, altre opinioni, altri pensieri nuovi, voleva dare una mano e spesso ci è anche riuscito. Ed era anche un uomo straordinariamente allegro, divertente, con la battuta sempre pronta e la risposta adeguata a ogni provocazione.
Ciao Sandro, non ti dimenticherò.

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