Il giornalismo di Pier Paolo Pasolini a Pordenonelegge

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C’è una cosa su cui i relatori dell’incontro “Il corpo oltre la lotta. Il giornalismo di Pier Paolo Pasolini” ospitato ieri a Casarsa della Delizia nell’ambito della XXI edizione di Pordenonelegge erano tutti d’accordo: nel considerare Pasolini un grande giornalista e nel ritenere che sia proprio questa la sua eredità più preziosa. Un’attività, quella giornalistica, che non conosce sospensioni (a differenza di quella poetica) e spazia su vari settori, dalla politica alla società alla letteratura, toccando anche temi autobiografici, ha evidenziato Luciano De Giusti, docente di Storia del Cinema all’Università di Trieste, che ha anche messo in luce la straordinaria qualità della scrittura di Pasolini e il fatto che il suo giornalismo fosse espressione della sua vocazione pedagogica: «Pasolini — ha detto De Giusti — è per vocazione un maestro e ha utilizzato il giornalismo per rendere concreta questa sua vocazione, questa sua passione per la realtà.» Per Filippo La Porta, critico letterario e saggista, «il pedagogismo di Pier Paolo Pasolini è una forma di amore»: a questo proposito ha raccontato di aver visto un film di Carmelo Bene assieme a Pasolini e Ninetto Davoli e ricorda come Pasolini rispondesse con pazienza amorevole a tutti i commenti negativi o perplessi di Davoli, spiegandogli ogni passaggio di un’opera certo non semplice. La Porta ha messo in luce tre aspetti della produzione giornalistica del poeta di Casarsa: l’aver fatto saltare il mito anglosassone della falsa oggettività, praticando una straordinaria trasparenza emotiva; l’aver inventato un nuovo genere letterario: i suoi articoli sono poemetti in prosa, che hanno una struttura e un ritmo inconfondibili e dove utilizza una lingua metaforica che arriva al cuore di tutti; l’accogliere sempre per intero la contraddizione, lui che era una contraddizione vivente. Infine Marco Damilano, direttore dell’Espresso, lo ha definito un intellettuale, un polemista, ma anche uno straordinario cronista. Uno che raccontava i fatti, ma non si limitava a riportarli, né li ingabbiava, piegandoli alle sue esigenze narrative o ai propri schemi, come spesso fanno i giornalisti anche oggi, senza alcuno sforzo di lettura, di comprensione, di interpretazione. Per spiegare in maniera efficace il ruolo del cronista Damilano ha fatto riferimento al filosofo Emmanuel Mounier, il padre del personalismo comunitario, il quale sosteneva: «L’avvenimento sarà il tuo maestro interiore.» Così è stato per l’autore di “Scritti corsari”: come giornalisti impariamo da lui a non essere specchio di ciò che accade senza che ciò che accade c’insegni qualcosa.


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