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Di cosa parla il film che ha premiato a Venezia l’attore Pierfrancesco Favino

 

Padrenostro, presentato il 4 settembre 2010 alla 77° Mostra di Venezia, racconta un episodio accaduto a Roma tanti anni fa al padre del regista Claudio Noce, figlio dell’ex vicequestore Alfredo Noce (ai tempi responsabile dei Servizi di sicurezza per il Lazio, il nucleo regionale dell’antiterrorismo), che il 14 dicembre del 1976 subì un attentato da parte dei Nuclei Armati Proletari.

Nel libro Vorrei che il futuro fosse oggi di Valerio Lucarelli (ed. L’Ancora, 2010), si legge che l’obiettivo dei NAP era quello di fare avere simbolicamente le chiavi della vettura di Noce ai militanti in carcere nei cui confronti era in corso in quei giorni il processo di Napoli, perché «avrebbe inferto», secondo uno dei fondatori dei NAP Gentile Schiavone, «un colpo mortale al nucleo anti- terrorismo».

Originariamente il 13 dicembre 1976, davanti all’abitazione romana di Noce in via Bennicelli, avrebbero dovuto attenderlo tre nappisti nascosti dentro un furgone, ma a causa della assenza di uno di loro l’azione viene rimandata.

Il giorno dopo i nappisti decisero di agire ugualmente in tre; uno di loro rimase alla guida per la fuga e gli altri due scesero dal furgone non appena Noce salì a bordo della macchina della scorta e cominciarono a sparare, ma Noce riuscì a dileguarsi e nel corso del conflitto a fuoco trovarono la morte l’agente della scorta Prisco Palumbo e il nappista Martino Zichittella.

I due membri del commando, il terzo che non si era presentato e Gentile Schiavone verranno condannati all’ergastolo.

Prisco Palumbo, nato a Nocera Inferiore (SA) il 1° Settembre 1952, era entrato in Polizia nel 1971 e dopo aver frequentato la Scuola Allievi di Trieste aveva prestato servizio presso la questura di Caserta prima di essere trasferito a Roma. Il 12 maggio 2004 è stato insignito della medaglia d’oro al Merito Civile “alla memoria”.

Due anni dopo Alfonso Noce, trasferito al Ministero dell’Interno presso l’Ispettorato generale per l’azione contro il terrorismo, verrà coinvolto da un’indagine per i compensi dati a un informatore, detto “il cardinale”, fermato a un posto di blocco durante il sequestro Moro, con una valigetta piena di contante.

Noce riferirà alla Commissione Parlamentare che fu lui a pagarlo prendendo i soldi dal suo collega questore Santillo, affermando che “complessivamente ha avuto 50-60 milioni” perché gli era capitato “di dover svolgere indagini sulla base di informazioni ricevute da questo informatore, il cardinale, che poi sono risultate utili perché attraverso indagini, pedinamenti e intercettazioni telefoniche, portarono all’individuazione della tipografia di via Foà dove risultò che erano stati stampati volantini che riguardavano il sequestro Moro.” (tratto da Cambio Quotidiano Social, articolo del 16 marzo 2018 a firma Vito Barresi dal titolo: “Alfonso Noce il questore crotonese che sfiorò la prigione di Moro pedinando un misterioso “Cardinale”).

Ma chi erano i NAP?

I NAP furono un’organizzazione armata nata prevalentemente nelle carceri nella prima metà degli anni Settanta quando i detenuti del cosiddetto “proletariato illegale” entrarono in contatto con i molti detenuti politici di quegli anni, e fu il toscano Luca Mantini (Firenze, 18 ottobre 1949), militante di Lotta Continua arrestato a seguito degli scontri durante un comizio del MSI, a fondare nel carcere Le Murate di Firenze il Collettivo George Jackson, che univa i detenuti politici con quelli comuni, ispirandosi, come i neri USA, al libro I dannati della terra di Frantz Fanon.

Dopo alcuni assalti contro diverse sedi del MSI, il 25 luglio 1974 i NAP sequestrano a scopo di autofinanziamento Antonio Gargiulo, figlio di un noto medico napoletano, e quello stesso giorno, nell’ambito di una campagna di “rivolta contro le carceri”, fanno esplodere in contemporanea alcuni ordigni davanti ai penitenziari di Roma, Milano e Napoli, accompagnati da proclami provenienti da altoparlanti posizionati nei pressi dei tre Istituti.

Il 18 dicembre 1974 sequestrano, sempre a Napoli, l’industriale Giuseppe Moccia e l’anno dopo, il 6 maggio 1975, sequestrano a Roma il giudice Giuseppe Di Gennaro, direttore generale degli Istituti di prevenzione e pena del Ministero della Giustizia, e la gestione del sequestro si intreccia con l’azione di tre detenuti NAP del carcere di Viterbo che fallita l’evasione (9 maggio) sequestrano alcuni agenti di custodia e rivendicano il rapimento di Di Gennaro. La vicenda si conclude in pochi giorni, l’11 maggio, con il rilascio del magistrato, mentre i detenuti ottengono la diffusione per radio di un loro comunicato e il trasferimento in altri istituti di pena.

Nel periodo a cavallo tra il 1975 e il 1976 i NAP intensificheranno le azioni contro personale e sedi del Ministero di Grazia e Giustizia come “campagna contro le carceri”, e nella notte del 2 marzo 1976 in contemporanea in varie città (Firenze, Genova, Milano, Napoli, Pisa, Roma, Torino), vengono compiuti una serie di attentati contro caserme e incendiati mezzi militari dei carabinieri, rivendicati l’indomani con un volantino firmato congiuntamente con le Brigate rosse: “Per l’unità della guerriglia”.

Per la prima volta le due formazioni «nel rispetto della propria autonomia» dichiarano che «non esistono sostanziali divergenze strategiche» e si impegnano a praticare «comuni scadenze di lotta e realizzare una unità di azione in un unico fronte di combattimento», auspicando una riunificazione di tutto il movimento rivoluzionario, e in quest’ottica si colloca la prima significativa azione della neo-colonna romana delle BR che il 7 dicembre del 1976 compie un attentato incendiario alla autovettura di Vittorio Ferrari.

I NAP avranno vita breve anche a seguito della morte di alcuni militanti tra cui Luca Mantini e Giuseppe Romeo (Firenze, 29 ottobre 1974), Vitaliano Principe (Napoli, 11 marzo 1975), Giovanni Taras (Aversa, 22 maggio 1975), Anna Maria Mantini (Roma, 8 luglio 1975) e Antonio Lo Muscio (Roma, 1° luglio 1977), e quelli detenuti in carcere aderiranno successivamente alle Brigate rosse.

Chi era Zichittella?

Martino Zichittella (Marsala, 26 aprile 1936), trasferitosi a Torino dopo un passato nella legione straniera, appassionato di culturismo e dal fisico imponente, viene arrestato per rapina nel 1966. In carcere entra in contatto con alcuni militanti di Lotta Continua, tra cui Bobbio, Viale, Bosio e Mochi Sismondi e dopo il massacro newyorkese nel penitenziario di Attica, il 20 settembre 1971 scrive una lettera dove si legge: ” La civiltà capitalistica, la civiltà reclamizzata, la civiltà ove il clero fa sfoggio di teorie che inducono al perdono e alla carità, altro non è che una civiltà ove le barbarie si alternano e si susseguono con un ritmo ed una spietatezza impressionanti. Quale essere più vile di colui che uccide un inerme? Ad Attica c’erano degli uomini esasperati, degli uomini che col loro bagaglio di sofferenza, volevano ritornare ad essere uomini liberi, per poter essere utili ad una nuova forma di comunità, per essere d’aiuto ad altri compagni che combattono e si dibattono. Sono stati trucidati perché reclamavano i loro diritti, perché si rifiutavano di accettare il sistema con il quale erano barbaramente trattati, frustrati nel loro io, ridotti a dei numeri, spogliati della loro dignità di uomini, privati dei loro affetti più cari. (…) Ho vissuto i momenti terribili che hanno vissuto i compagni di Attica, perché potevo comprendere il loro dramma, alle Nuove di Torino ho evitato per miracolo le raffiche di mitra, l’odore dei gas è ancora nelle mie narici, la visione di alcuni compagni feriti. Solo feriti per fortuna, a Torino. Ad Attica invece si muore e tutto è finito in un lago di sangue, una strage assurda, degna di un dittatore pazzo. Non potremo mai dimenticare dunque il gesto di quegli uomini così coraggiosi, così uniti nella loro protesta, così degni di essere definiti dei veri compagni, dei veri rivoluzionari, dei veri eroi. La maggior parte erano negri, affiliati al movimento delle Pantere Nere. Ora sono stati trucidati, non sono più certo ciò che loro hanno lasciato è cosa immensa, è parte di una immensa costruzione, i pilastri di una nuova comunità, dove l’eguaglianza e i diritti dei compagni saranno sullo stesso piano, senza distinzioni di sorta, di ceto, di sesso, tutti insieme verso un unico solo obiettivo, verso l’abolizione del carcere, della segregazione, dell’isolamento di un uomo da un altro uomo, Fatti come quelli di Attica ci dimostrano che il sistema carcerario vigente è barbarie e non deve esistere. (…) Addio, compagni di Attica!

Successivamente entra nei NAP con i quali, nel maggio del 1975, rivendica dal carcere di Viterbo insieme a Giorgio Panizzari e Pietro Sofia, il sequestro del giudice Di Gennaro e il 20 agosto del 1976 evade dal carcere di Lecce unitamente al bandito sardo Graziano Mesina.

Dopo la sua morte, Giorgio Panizzari dirà: «Ci arrivò notizia dei violenti trattamenti carcerari che subiva, gli scrissi una lettera nella quale gli chiedevo perdono per averlo tirato dentro ai NAP, e mi rispose che nella vita aveva costruito molto ma la cosa più bella era quella che stavamo facendo. Stai tranquillo, mi scrisse, anche se quelli mi torturano io mi sento bene, allora non mi espropriano delle mie decisioni».

Sempre Panizzari a distanza di tanti anni lo ricorderà nuovamente nel recente libro “Figli delle catastrofi” (ed. Mileu, 2019) scritto a due mani con Tino Stefanini: “Martino non era uomo da situazioni ordinarie. Coloro che l’hanno conosciuto bene, sanno bene che Martino non avrebbe voluto una morte diversa e io l’ho conosciuto bene!”.

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