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Pavese: verrà la morte e avrà i tuoi occhi 

 
Cesare Pavese aveva una colpa non emendabile per i tempi bui in cui è vissuto: non era un combattente. Non possiamo definirlo nemmeno un artista impegnato, un partigiano, uno che si occupasse attivamente di politica o un lottatore perché non era niente di tutto questo. Certo, non sopportava le ingiustizie ed era un grandissimo intellettuale ma non possedeva l’aura eroica di Fenoglio, non era stato sui monti della Resistenza, non poteva essere considerato propriamente un intellettuale d’area.
Pavese apparteneva a tutti in una stagione del mondo in cui fortissime erano le divisioni e non s’era ancora diffusa, per fortuna, l’ipocrisia della memoria condivisa, ossia dell’oblio mascherato da coesione nazionale.
Pavese aveva il merito, che allora non era tale, di dividere poco e anche questa era per lui una ragione di sofferenza, un tormento che lo scavava dentro, al pari di molti altri, fino a indurlo al suicidio, a soli quarantun anni, il 27 agosto di settant’anni fa.
Nato a Santo Stefano Belbo nel 1908, Pavese è stato un talento precoce e straordinario, come testimonia la sua opera, con tutte le asprezze, la grandezza e i limiti di una personalità complessa, difficile da incasellare e persino da ricondurre a un’epoca precisa.
A differenza di altri geni del suo tempo, possiamo affermare, senza pena di essere smentiti, che Pavese sia stato il più universale fra i grandi scrittori della prima metà del Novecento, tanto che parla anche a noi e i suoi messaggi sono forti, limpidi, attualissimi.
C’era, nella sua opera e nella sua poetica, il lirismo disperato di un sognatore sconfitto, di un utopista arreso, di un intimista che sognava di astrarsi dalle brutture del mondo per confinarsi in un universo tutto suo, e in quell’universo ha finito con l’imprigionarsi, salvo poi non resistere allo straziante confronto con la realtà.
Non era un cuor di leone, un uomo risoluto o un personaggio d’azione: la sua battaglia era unicamente letteraria, benché intensa, e il suo punto di forza era quello di conoscere meglio di chiunque altro i suoi pregi e i suoi limiti.
Se n’è andato travolto dallo “spleen” di Baudelaire, dal male di vivere che lo tormentava e gli rendeva impossibile immaginare un futuro per sé ma soprattutto, per la sua arte. Aveva deciso, infatti, di smettere di scrivere, il che, per uno come lui, equivaleva a morire.
Settant’anni dopo gli diciamo grazie e gli rendiamo l’omaggio che merita, anche se non potremo mai comprendere fino in fondo le ragioni di una scelta che tuttora, amandolo, fatichiamo ad accettare.

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