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Alex Langer, il ricordo tra ecologia e profezia

 

Tratto da Repubblica, 3 luglio 2020

È possibile, pur con tutto il peso della frustrazione e dello sconforto, battersi e ottenere conquiste, piangere e proseguire il proprio cammino, fare passi avanti e raggiungere mete, magari con il cuore spezzato
DI LUIGI MANCONI

A un quarto di secolo dalla sua morte, avvenuta per suicidio il 3 luglio del 1995, trasmettere, a chi non lo ha conosciuto, il senso della vita e del pensiero di Alexander Langer è assai difficile, tanto più ricorrendo alle categorie politiche e culturali attuali. La più immediata tra le definizioni, quella di “europeista”, suona terribilmente povera. In primo luogo perché, come è noto, tutti i termini composti dal suffisso -ista tradiscono una rigidità, quasi una fissità, in genere di origine ideologica, che nulla ha a che vedere con l’esperienza umana di Alex Langer.

Certo, egli è stato “homo europaeus” come pochi altri, in ragione della capacità davvero rara di far convivere, anche drammaticamente, le diverse “radici” che hanno dato vita a quel sentimento di comunità, prima ispirazione di una possibile identità europea. Alcuni elementi della sua biografia risultano davvero rivelatori. Negli anni giovanili fondò una rivista, il cui titolo Die Brücke (ovvero Il Ponte), anticipava il connotato essenziale della sua vocazione e, allo stesso tempo, la bozza di una categoria politica – il ponte, appunto – che avrebbe contribuito a elaborare e ad adottare come essenziale modello di azione pubblica; e come paradigma di una concezione matura delle relazioni individuali e collettive. Nato a Vitipeno, in provincia di Bolzano, il 22 febbraio del 1946, Langer vive, nel 1981, una importantissima esperienza politica che avrà un significato – simbolico e materiale – assai rilevante in quella parte d’Italia. E che funzionerà come modello di azione ad altissimo contenuto pedagogico e valoriale. Quell’anno, si aprì una fase di tensione particolarmente acuta a causa delle rivendicazioni della Volkspartei (il partito di raccolta della minoranza del Sudtirolo). Venne indetto un censimento etnico che chiedeva a ogni cittadino di dichiarare obbligatoriamente la propria appartenenza a uno dei tre gruppi (tedesco, italiano o ladino), pena la privazione di alcuni fondamentali diritti politici. Nella convinzione che le identità e le diversità potessero essere tutelate senza meccanismi di irregimentazione e selezione, Alex non solo rifiutò di registrarsi, ma fu tra quanti promossero una forma di disobbedienza che infine coinvolse moltissimi cittadini. Come si vede, l’immagine del ponte (a Bolzano tra italiani, ladini e tedeschi, e, poi, in mille altre esperienze), non ha l’evanescenza di una metafora letteraria, bensì la potenza di un’azione pratica che prevede l’abbattimento dei muri, quelli fisici e quelli mentali, come premessa di una maggiore libertà e condivisione e – parola frequentata da Langer – convivialità.

È lo stesso tentativo disperato ma non inutile che impegnò, e affaticò e sfibrò, Langer nel corso degli ultimi anni della sua vita, intorno al dramma di Sarajevo: e all’instancabile attività per ottenere che un intervento internazionale potesse fermare la violenza. Dicevo: disperato ma non inutile, perché penso che sia solo la nostra pigrizia intellettuale a far coincidere parole come disperazione e inutilità. E invece è possibile, pur con tutto il peso della frustrazione e dello sconforto, battersi e ottenere conquiste, piangere e proseguire il proprio cammino, fare passi avanti e raggiungere mete, magari con il cuore spezzato. Chi ha un senso tragico della vita, e Langer era tra questi, non misura il valore dei risultati conseguiti sul metro della propria felicità personale. Langer ha visto una Sarajevo divisa ferocemente tra quartiere musulmani, cristiani e ortodossi, quando fino a qualche anno prima era una città dove convivevano etnie e culture diverse. Questo era l’Alex Langer militante politico che, come solo pochi hanno saputo fare in questo dopoguerra europeo, combinò profezia e azione politica. Una profezia concreta, concretissima, costituita dal tentativo ininterrotto di avvicinare giorno dopo giorno, e centimetro dopo centimetro, la realtà materiale, quella sporca e dolorosa, alle aspettative e ai progetti ideali. Qui, la profezia non ha nulla di visionario, ma esprime la volontà di andare oltre l’angustia del presente attraversandolo con tutta la sofferenza che reca con sé, per emanciparsene.

Dunque, a suo modo, la profezia è anch’essa una lotta. Questo è stato, a mio avviso, il senso più profondo della testimonianza politica di Langer, tra i fondatori del movimento ecologista, consigliere della Provincia autonoma di Bolzano, consigliere regionale del Trentino-Alto Adige, per due volte parlamentare europeo, e primo presidente del gruppo europeo dei Verdi. E tuttavia, è solo una delle dimensioni di una personalità estremamente ricca. Ricordo, in particolare, il suo costante richiamo alla coscienza del limite, in rapporto ad alcune questioni cruciali della politica e della vita. La coscienza del limite non solo come fondamento costitutivo del pensiero ecologista, ma anche come approccio a essenziali temi antropologici. Temi controversi, che arrivano a interferire con i confini tradizionalmente tracciati intorno alla definizione di ciò che è naturale. Alex si accostò con una curiosità che lo rendeva audace a questioni inedite, indagandole in profondità, ma sempre con grande delicatezza; e sempre cercando di raggiungere posizioni comuni, punti condivisi, e l’unità possibile nelle condizioni date. Pur essendo favorevole non solo alla depenalizzazione, ma anche alla destatalizzazione dell’aborto, credeva fosse un dovere morale quello di «prevenire ed evitare» una simile scelta. E ciò, proprio nell’ottica di una più ampia attenzione all’esistente in generale, come se la mancata sensibilità sull’aborto, così diffusa, rivelasse una mancata sensibilità per la vita stessa. S’interrogò su ciò che l’aborto rappresentava rispetto a categorie come maternità e paternità, e criticò una concezione dell’interruzione volontaria della gravidanza che potesse non tanto determinare un ricorso consumistico a essa, quanto piuttosto una sua banalizzazione. Anche qui, come si vede, il richiamo è a un limite da osservare, a una consapevolezza da assumere, a un senso di precauzione da rispettare. In questa riflessione è forte il rapporto con il pensiero religioso, su argomenti come la manipolazione genetica e il superamento del pacifismo tradizionale.

La sua lettura di tali questioni risente di una riflessione che ha sempre l’etica come priorità. Di fronte al grande problema della «brevettabilità dell’umano», ovvero dell’interferenza dei poteri biotecnologici ed economico-giuridici nella catena della trasmissione della vita, egli si pone con la consapevolezza di chi sa che l’idea dell’homunculus – l’uomo fatto su misura e costruito in provetta – rappresenta la più oscena bestemmia in tutte le mitologie e in tutti i testi sacri. Insomma, la sua preoccupazione era che, una volta aperta la strada al trattamento genetico, e quindi a una concezione di fruibilità, scambio e vendita della vita umana (e animale), sarebbe stato sempre più difficile fissare un limite al potere di violare gli equilibri naturali e biologici.

L’enormità di tali questioni, sotto il profilo intellettuale, e allo stesso tempo, una vita passata a costruire ponti, unire, fare da tramite e mettere in corrispondenza e in rapporto le persone di buona volontà, hanno costituito il segno di questa grande fatica che è stata la vita di Alex. Il suo tormento derivava dalla tensione a portare alle estreme conseguenze la contraddizione che connotava questioni così dirimenti e che attraversava fino alla sofferenza la sua sensibilità e la sua intelligenza, senza cercare a tutti i costi una via d’uscita o una composizione mediocre. Forse sta in questo – ed è l’unica cosa che mi permetto di dire – una delle possibili ragioni del suo suicidio. Segnato da queste parole di commiato: “non siate tristi, continuate in ciò che era giusto”.

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