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L’Europa finisce a Lesbo

 

di Maurizio Ambrosini. Professore di Sociologia delle migrazioni – Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche, Università di Milano

Distratti dal Coronavirus e dalle nostre privazioni, stentiamo in questo periodo ad alzare lo sguardo e a prestare attenzione a quanto è avvenuto e avviene ai confini dell’Unione europea. Eppure lì, tra il fiume Evros e l’isola di Lesbo, si è prodotto uno strappo esiziale per i valori fondativi della costruzione europea. A fine febbraio il presidente turco Erdogan ha annunciato di aver autorizzato il passaggio verso l’Europa delle persone in cerca di asilo trattenute in Turchia, come ritorsione per l’insufficiente appoggio dei governi europei alla sua avventura militare nella regione siriana di Idlib. Come è noto il governo greco di Kyriakos Mitsotakis ha reagito schierando l’esercito e ricorrendo a gas lacrimogeni, granate stordenti e manganelli, appoggiato da militanti di estrema destra accorsi anche dall’estero e da abitanti del luogo, in un recente passato protagonisti di un’accoglienza generosa. Operatori umanitari e giornalisti sono stati aggrediti e scacciati. Gommoni carichi di donne e bambini sono stati respinti a forza, chi è riuscito a sbarcare è stato lasciato all’addiaccio. Si contano almeno quattro vittime, feriti e arresti.

Oltre al destino delle persone rimaste intrappolate tra Turchia e Grecia, sono gravi le implicazioni politiche della vicenda. La Grecia ha infranto platealmente le convenzioni internazionali sui rifugiati: ha attuato respingimenti collettivi, esplicitamente vietati, e ha sospeso l’esame delle domande di asilo. I vertici dell’Ue sono prontamente accorsi in sostegno di Atene, non per predisporre misure di soccorso e ricollocazione dei profughi, ma definendo la Grecia, con Ursula von der Leyen, “lo scudo dell’Europa”, promettendo 700 milioni di Euro e il rafforzamento del ruolo dell’agenzia Frontex, preposta al controllo delle frontiere: navi di pattuglia, elicotteri, un aereo, sistemi di monitoraggio notturno, 100 uomini in più, che si aggiungono agli oltre 500 già schierati. Il 9 marzo Erdogan è stato ricevuto a Bruxelles.Non è chiaro che cosa abbia ottenuto, ma difficilmente riprenderà il ruolo di gendarme delle frontiere dell’Ue senza costose contropartite, economiche e politiche. Soltanto qualche migliaio di minori, ammalati o non accompagnati, verrà accolto da un gruppo di Paesi “volontari”, capeggiato da Germania e Francia, senza l’Italia.

Non si può parlare di una svolta, perché l’accordo con la Turchia risale al 2015 e la chiusura delle frontiere verso migranti poveri e persone in cerca di asilo non è un fatto nuovo. Ma di sicuro la vicenda segna un’accelerazione della securitizzazione dello spazio europeo. Tre osservazioni s’impongono.
In primo luogo, la strategia dell’esternalizzazione delle frontiere, foraggiando i governi dei Paesi di transito, ha implicazioni inquietanti nel medio e lungo periodo: come minimo rende i governi democratici dell’Ue ricattabili da parte di contraenti dagli standard democratici assai dubbi e dagli interessi politici divergenti da quelli dell’Ue. Come Erdogan, possono usare il potere acquisito per ottenere appoggio per le loro politiche e una tacita tolleranza della repressione del dissenso interno. La Turchia, intervenendo in Libia, sta diventando arbitra dei due principali corridoi d’ingresso dell’immigrazione non desiderata verso l’Europa.

In secondo luogo, si parla molto del business dell’immigrazione non autorizzata, ma troppo poco dell’industria del controllo delle frontiere. Accogliere i rifugiati costa, ma dispiegare un apparato di controllo come quello di Frontex non è a buon mercato. Rilancia investimenti nell’industria bellica e favorisce il rilancio dell’apparato militare nella nuova funzione di controllo delle frontiere… Continua su confronti

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