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“Quando mio marito Carlo Urbani fermò il virus”

 

“Oggi più che mai vorrei che il mondo avesse fatto tesoro dell’esperienza di mio marito. Forse si sarebbe potuta contenere o quantomeno affrontare diversamente questa pandemia”. Parla con voce pacata e commossa Giuliana Chiorrini, presidentessa del comitato locale della Croce Rossa di Castelplanio, piccolo centro marchigiano nei pressi di Jesi, vedova del microbiologo Carlo Urbani. Per molti versi, ripensando alla vicenda umana e professionale di questo medico, l’epidemia che ha colpito con tanta violenza la Cina, l’Italia e il resto del mondo sembra un dejà vu. Carlo Urbani, originario della provincia di Ancona, che dal 1999 ha presieduto la sezione italiana dell’Ong Medici Senza Frontiere (Msf), ritirando nello stesso anno il Nobel per la Pace, è stato il primo a identificare e classificare la Sars (Sindrome Respiratoria Acuta Grave), conosciuta anche come polmonite atipica, rimanendone lui stesso colpito mortalmente. Era un medico di grande esperienza e per anni è stato consulente per le malattie parassitarie dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità (Oms).

“Mentre eravamo in Vietnam, Carlo è stato chiamato ad Hanoi per il caso di una malattia sospetta e sconosciuta che aveva colpito un uomo d’affari occidentale” racconta la presidentessa Chiorrini. Era il 28 febbraio 2003, e sin da subito mio marito aveva capito la gravità della situazione, riscontrando che le infermiere che erano state a contatto con quel paziente erano state contagiate”. A quel punto il dottor Urbani cercò di prendere contatti con le autorità locali, chiedendo di chiudere subito le frontiere per contenere il diffondersi del virus, che intanto era riuscito a isolare. “Non fu facile farsi ascoltare, Carlo si trovava di fronte a uno scenario inedito, ma gradualmente le autorità cominciarono a seguire le sue indicazioni”, aggiunge. Il 18 marzo Carlo Urbani fu chiamato a Bangkok, ma durante il volo cominciò a sentirsi male e così avvertì subito i colleghi dell’Organizzazione Mondiale dalla Sanità, invitandoli a prendere le dovute precauzioni, ma anche a prelevare tessuti dai suoi polmoni per analizzarli e usarli per la ricerca. “Fu lui stesso a dare l’indicazione di essere messo in isolamento. Parlavamo con lui al telefono, ma lo sentivo sempre più affannato, stanco, così ho deciso di rimandare i bambini dai nonni in Italia e raggiungerlo. Potevo fargli visita per pochi minuti, solo due volte al giorno. Mi faceva impressione entrare da lui tutta bardata, con la mascherina in gomma e poi doverlo lasciare solo e trovarmi io stessa completamente sola in albergo” racconta con composta emozione.

Carlo e Giuliana hanno tre figli, Tommaso, Luca e Maddalena, che all’epoca erano ancora molto piccoli. “Mio marito non aveva paura di morire, non aveva rimpianti, ma non nascondeva il rammarico di non poter più vedere i bambini. Fino all’ultimo si era confrontato con i colleghi medici, trasmettendo tutta la sua esperienza. La situazione è precipitata il 26 marzo e i medici lo hanno dovuto intubare. Il 29 Carlo è spirato. Al sacerdote disse che non aveva rimpianti, che dalla vita aveva avuto tutto, ma che lo addolorava dover lasciare i figli”.

Le misure che Urbani aveva chiesto di mettere in atto furono effettivamente applicate e la malattia che inizialmente si era diffusa solo in Cina, tra il 2002 e il 2003 ha provocato in estremo oriente 775 vittime. Un numero contenuto se si pensa ai decessi che si registrano oggi a causa del Coronavirus. Grazie alla prontezza di Carlo Urbani, all’epoca si è potuto scongiurare il diffondersi dell’epidemia. Negli stessi mesi, tra gennaio e marzo, diciassette anni dopo, è scoppiato in Cina il Covid 19. “Mi sembra di tornare indietro nel tempo, la situazione è identica, come si è sviluppato il contagio, come si è evoluto, e questo mi provoca angoscia e rabbia. All’epoca Carlo era riuscito, con non pochi sforzi, a far circoscrivere tutto. Mi domando perché oggi, nonostante quella drammatica e al tempo stesso preziosa esperienza, non sia stato fatto. Sarebbero state risparmiate molte vite; l’impressione è che si sia sottovalutato il rischio sin dall’inizio”.

Giuliana è una donna mite, ma ha una grande motivazione e una straordinaria forza d’animo; è proprio nell’amore per il marito Carlo e per i loro te figli che ha trovato il coraggio di continuare il suo impegno. Urbani, ribattezzato “Medico del mondo” era noto per la sua lotta per il diritto alla salute anche nei Paesi più poveri del pianeta. “Quando Carlo ci ha lasciati, il mondo mi è crollato addosso; sono rientrata in Italia con i miei figli. Poi ho deciso, pensando ai grandi insegnamenti e valori che ci aveva lasciato, di riprendere il mio impegno per gli altri, prima con l’Unitalsi e l’Avulss, poi come volontaria di Croce Rossa, riconoscendomi nei principi di questa grande organizzazione. Mio figlio Tommaso oggi presiede l’Associazione Italiana Carlo Urbani, Aicu, che, tra le altre cose, raccoglie fondi per l’acquisizione di farmaci essenziali destinati a enti e associazioni impegnati nella cura e prevenzione delle malattie infettive parassitarie che colpiscono le popolazioni di Paesi in via di sviluppo”.In questo contesto di grande preoccupazione Chiorrini, che da diversi anni ricopre l’incarico di presidentessa del Comitato locale di Croce Rossa a Castelplanio, in provincia di Ancona, è in prima linea con i volontari per far fronte alle esigenze dei malati cronici del territorio, che non vengono trascurati durante l’emergenza Covid 19. “Il nostro è un comitato piccolo, con una forte richiesta di aiuto che arriva soprattutto per le dimissioni ospedaliere e il trasporto di pazienti dializzati. Abbiamo deciso di concentrarci su di loro in questo momento, perché abbiamo l’esperienza adeguata per accompagnare pazienti così fragili e immunodepressi”.

Intorno alla presidentessa sono molti gli esempi di altruismo che stanno emergendo oggi. Ci sono giovani volontari in divisa che portano farmaci a domicilio e distribuiscono pacchi alimentari donati dalla Caritas, in collaborazione con la Protezione Civile e il Comune di Moie, destinati a famiglie indigenti. C’è poi un imprenditore straniero di Castelplanio, venuto a conoscenza del fatto che il comitato di Croce Rossa era a corto di mascherine, che ha deciso di fornire gratuitamente questi importanti dispositivi a tutti i volontari. Vuole restare anonimo, ma ci tiene a spronare gli altri imprenditori a donare: “è un nostro dovere, l’Italia è la nostra seconda casa, gli italiani sono la nostra nuova famiglia. Tutti dobbiamo fare qualcosa, è un momento di emergenza ed è necessario il contributo di ognuno di noi. Voglio rifornire gratuitamente anche la Casa di riposo di Cingoli, dove purtroppo sono avvenuti diversi contagi. È il momento di dimostrare la nostra gratitudine e il nostro affetto all’Italia”.

nella foto Giuliana Chiorrini

(dal magazine Vita)

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