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Europa, Grecia, Lesbos, Turchia: quel “cattivo affare”

 

A breve si “celebreranno” i quattro anni dell’intesa che per l’Europa non verrà ricordata solo come un tradimento dei propri principi ma anche come un pessimo affare e un “cattivo accordo” (cattivo per noi e per i migranti).
L’accordo tra Bruxelles e Ankara può essere tradotto così: noi vi paghiamo, voi vi tenete i migranti.
Tra le righe: noi vi paghiamo nonostante mettiate in carcere giornalisti, giudici e oppositori di varia natura compresi quelli che accusano il vostro governo di aiutare il nostro nemico, l’ISIS in Siria e in Iraq.

Perchè è stato un pessimo affare per l’Europa? Per una Bruxelles desiderosa solo di archiviare problemi in campagna elettorale per i partiti al potere nei vari Paesi dell’Unione?
Perchè abbiamo consentito ad Erdogan di accumulare nel suo arsenale politico un’enorme “bomba umana” (chiedo scusa per la semplificazione). Quell’ordigno, pieno di disperazione e di dolore, l’aspirante restauratore dell’impero ottomano ha deciso di farlo esplodere in questi giorni. Un’esplosione controllata, un avvertimento all’Europa, un modo per alzare il prezzo.
Cosa accade dall’altro versante: alla frontiera greca, decine di migliaia di profughi premono e vengono respinti con i lacrimogeni, gli sbarchi a Lesbos e nelle isole dell’Egeo nord-orientale continuano e vengono accolti da ronde di picchiatori che colpiscono anche operatori delle ong e giornalisti.

L’aggressione che ho subito a Lesbos ad opera di alcuni residenti mentre cercavo di documentare le cariche della polizia contro i migranti, ha in qualche modo “inaugurato” la stagione delle violenze che oggi sta toccando il culmine (per ora?). Colleghi nell’isola mi riferiscono che è pericoloso persino uscire dagli alberghi, figurarsi provare a riprendere le violenze agli sbarchi o quelle in mare.
Come ho avuto modo di scrivere tornando dall’isola, le ciniche politiche del governo greco (eletto grazie ad un travaso di voti da Alba Dorata, favorito invocando la svolta anti-migranti) hanno scoperchiato il vaso di Pandora del rancore che ora nessuno è in grado di richiudere né sulle isole greche e né al confine.
Su quel rancore soffia Erdogan ma non lo fa usando solo la “bomba umana” puntando a stremare il “nemico” greco (ma poi alleato nella Nato) e ad alzare il prezzo di un nuovo accordo con l’Europa.

Erdogan sta facendo salire la tensione con la Grecia (sollecitandone indirettamente le fasce più nazionaliste) pretendendo che una parte di Mediterraneo (di Egeo) sia esclusiva turca grazie al recente accordo tra Ankara e Tripoli, un accordo che rischia di scatenare con la Grecia e intorno Cipro nuove tensioni ma non quelle legate alle costanti violazioni dello spazio aereo greco ad opera di jet turchi, bensì connesse allo sfruttamento degli idrocarburi e alla complessa partita di pace sull’isola cipriota.

In sintesi, per l’Europa l’accordo con la Turchia è stato, letteralmente, un “cattivo affare”. Meglio sarebbe stata la resa dei conti con quegli stati dell’est che grazie all’Unione hanno ricostruito le loro cadenti infrastrutture post-sovietiche ma che, poi, si sono opposti ad ogni redistribuzione degli arrivi.
Il tema delle migrazioni è una questione enorme, epocale, molto più grande di tutti noi. L’unica certezza è che le soluzioni semplicistiche, felpate quanto urlate, servono magari a vincere le elezioni o a rinviare la resa dei conti ma il problema non lo risolvono, lo aggravano.

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