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Ucciso a 18 anni a Crotone, ergastolo confermato in Appello. Il dolore e la forza di una mamma 

 

CROTONE «Chi si sporca le mani con il sangue di vittime innocenti non può e non deve godere di sconti di pena». Parlava così un anno fa Katia Villirillo, la mamma di Giuseppe Parretta il ragazzo di appena diciotto anni ucciso il 16 gennaio del 2018 a Crotone nella sua abitazione mentre si trovava assieme alla mamma, al fratellino, alla sorella adolescente e alla sua fidanzata. Perché la mamma di Giuseppe da allora si è battuta affinché venisse fatta giustizia non solo per suo figlio ma per tutte le vittime innocenti.

Così  a quasi due anni da quel terribile omicidio la Corte di Assise di Appello di Catanzaro ha pronunciato quel fine pena mai nei confronti di Salvatore Gerace, un uomo con diversi precedenti penali, che ha poi confessato l’omicidio motivandolo con il fatto che si sentiva spiato da Giuseppe e dalla sua famiglia. Perché in quella palazzina, dove è avvenuto il tragico delitto, ha sede l’associazione “Libere donne”, che si occupa di assistenza alle donne vittime di violenza e di cui la mamma di Giuseppe è presidente. Caterina non può dimenticare quel giorno in cui il figlio di appena 18 anni è morto davanti ai suoi occhi e a quelli dei suoi figli più piccoli. Il dolore non l’ha mai abbandonata ma ha trovato la forza di andare avanti nel nome di Giuseppe e di lottare per la verità e la giustizia.

Giovedì pomeriggio si è stretta ai suoi figli e ai suoi avvocati quando ha sentito pronunciare quella sentenza di appello che ha confermato l’ergastolo per Gerace. In questi giorni la sua pagina Facebook era piena di post e foto di una mamma felice abbracciata a suo figlio. Che proprio in questi giorni avrebbe compito 20 anni. “Giustizia è fatta. È una giusta sentenza anche per gli altri miei due figli – è stato il commento a caldo della giovane mamma subito dopo la sentenza. Adesso dormirò e la mia missione andrà avanti”. Nel 2018, dopo quel brutale omicidio, Katia disse di essere stata “lasciata sola a combattere il malaffare perché mio figlio è morto soltanto perché uno spacciatore si era messo in testa che la mia famiglia spiasse i suoi loschi affari”. Ora Katia – che si era fatta anche promotrice di una raccolta firme contro il rito abbreviato per efferati delitti – sa che nessuno le potrà ridare suo figlio e che la sua mancanza è per lei “quel fine pena mai”. Ma sa anche che la giustizia ha fatto il suo “dovere”.

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