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Ferlinghetti e Kerouac, sognando un’altra America

 

Non sappiamo, fra Jack Kerouac, di cui ricorre il cinquantesimo anniversario della scomparsa, e Lawrence Ferlinghetti, che quest’anno ha raggiunto il considerevole traguardo del secolo di vita, chi due abbia narrato mglio l’epopea dell’America contestatrice. Possiamo, tuttavia, asserire con certezza che senza il loro impegno, le loro opere e la loro passione civile, unita a quella di Allen Ginsberg e di altri visionari che, a cavallo fra i Cinquanta e i Sessanta, hanno contribuito in maniera decisiva a mostrarci l’altro volto del sogno americano, probablmente di quel grande Paese intriso di contraddizioni ne sapremmo poco o nulla. O meglio: sapremmo solo ciò che le verità ufficiali e le narrazioni di comodo si sforzano, con indefessa costanza, di farci sapere.

Ferlinghetti e Kerouac appartengono, infatti, all’altra America, l’opposto del mito disneyano e dell'”American dream”, rivelatosi nel corso del tempo un inganno e, il più delle volte, una colossale presa in giro, cominciando a mostrare le prime crepe già negli anni della Guerra del Vietnam e delle feroci repressioni all’indirizzo della generzione ribelle, intenta a ripudiare le vetrine luccicanti di una nazione che vedeva tornare indietro bare su bare, con all’interno, per lo più, i figli dei sobborghi rurali e delle aree povere che riteneva sacrificabili in nome di una causa sbagliata.

Ferlinghetti e Kerouac, nel loro grido di rivolta espresso in forma d’arte, hanno descritto un Paese al bivio fra la modernità kennediana e il passato segregazionista e gretto che aveva caratterizzato almeno un secolo della vicenda statunitense, diciamo da Lincoln in poi, ammantando di perbenismo e sentimenti fasulli una discriminazione palese e un’ingiustizia di cui solo le lotte di quegli anni ci hanno consentito di comprendere la portata.

Non è un caso che l'”On the road” kerouachiano abbia coinciso con la protesta di Rosa Parks a Montgomery, con il boicottaggio dei mezzi pubblici promosso, sempre in Alabama, dal reverendo King, con il discorso dello stesso King al Lincoln Memorial Hospital di Washington, con la Marcia per i diritti civili da Selma a Montgomery, con le canzoni dei giovanissimi Joan Baez e Bob Dylan, con i proclami guerreschi di Malcom X, con la Nuova frontiera di John Fitzgerald Kennedy e con le tragedie, personali e collettive, di buona parte dei protagonisti di un decennio irripetibile.

Allo stesso modo, non è un caso che Lawrence Ferlinghetti, l’ideologo e l’ispiratore del movimento “Beat”, sia invece sopravvissuto così a lungo, continuando a testimoniare la propria insoddisfazione per un modello economico, sociale e di sviluppo di cui non ha mai smesso di denunciare l’iniquità e contro il quale ancora oggi, a cento anni, continua a battersi.

Non è un caso che l’altra America, quella che amiamo e di cui non possiamo fare a meno, parli ancora ai cuori e alle coscienze di milioni di persone in tutto il mondo, ispirando comportamenti, azioni e un movimento collettivo che nella contronarrazione e nella distruzione degli idoli di cartone dell’America profonda ha trovato la propria eterna ragione di esistere.

Il sogno di un’altra America, benché quasi anarchico e magnificamente utopistico, continua e si è già trasformato in politica attiva. A novembre sapremo se avrà accesso o meno alla Casa Bianca.

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