Abolire il canone Rai vuol dire privatizzare il servizio pubblico

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Cosa pensereste se un parlamentare presentasse una proposta di legge che prevede l’abolizione dei finanziamenti alla sanità pubblica, o alla scuola pubblica, oppure alla cultura e ai musei spiegando che, in cambio si potranno aumentare i finanziamenti privati ma anche i costi dei servizi prestati, che si potranno affittare gli spazi dei musei per le feste di laurea e matrimoni e casomai per diventare case vacanza di super lusso e che chi più pagherà potrà fare prima le analisi del sangue e potrà scegliersi i medici più bravi? Che le scuole e i professori più graditi alle maggioranze di governo potranno avere congrui premi economici e che quelli meno apprezzati vedranno diminuiti o annullati i finanziamenti?

Il parlamentare in questione potrebbe motivare la sua proposta spiegandoci che così sanità, scuola e musei pubblici sarebbero equiparati alle imprese private che si occupano degli stessi settori. Poi, lo stesso parlamentare, aggiungerebbe che ci sarà una nuova forma di finanziamento grazie alla quale ciascuna scuola, ospedale e museo potrà sopravvivere e ciò grazie a tasse specifiche: una tassa sulla vendita dei quaderni e libri, o delle medicine o delle opere d’arte e dei biglietti di cinema e teatro; e un’altra tassa che graverà su scuole, musei e ospedali privati.
Una cosa molto simile è stata proposta a proposito del servizio pubblico radio televisivo. Togliere il canone, abolire gli attuali limiti di affollamento pubblicitario e prevedere una serie tasse dalle quali si potrà finanziare la Rai: tassa sui servizi digitali, tassa sui ricavi delle emittenti radiofoniche e televisive diverse dalla concessionaria del servizio pubblico generale radiotelevisivo e tassa sui ricavi delle emittenti a pagamento, anche analogiche.

Fermo restando che, alla fine dei giochi, quelle tasse saranno in gran parte riversate sugli “utilizzatori finali”; fermo restando che con l’abolizione del limite sull’affollamento pubblicitario molte emittenti radio televisive non saranno in grado di reggere la concorrenza della Rai che si andrebbe a inserire in un mercato limitato e già in crisi a causa della competizione con gli OTT, con il risultato di vedere diminuire i ricavi delle emittenti – e in breve anche le emittenti stesse – (e di conseguenza anche la portata della tassa); fermo restando che, non va dimenticato, gli spazi pubblicitari prendono spazio e tempo alla programmazione (esattamente come l’affitto delle sale di un museo per una festa privata, sottraggono al pubblico la fruizione di quel luogo): meno film, meno informazione, meno cartoni per i bambini: meno televisione e più pubblicità. E, rimanendo in tema, fermo restando che, come ho già scritto, se è gratis, la merce sei tu.
Potrei dirvi che il canone in Italia è il più basso tra i grandi paesi europei e che l’orizzonte è quello della eliminazione della pubblicità (o almeno la sua ulteriore limitazione) dal servizio pubblico, come è già stato fatto per i canali culturali e quelli per bambini. Potrei anche ribadire che la certezza delle fonti e della consistenza delle entrate è la maggiore e più salda premessa di indipendenza e di capacità di cambiare e sperimentare, che si tratti di cambiare case e fare un mutuo o di creare nuovi programmi e cimentarsi con nuovi linguaggi e nuovi formati. E che invece quel parlamentare pensa a un finanziamento del servizio pubblico la cui consistenza viene decisa anno per anno in sede politica. Non ci vuole un super esperto per capire che se da un anno all’altro, per qualsiasi ragione (antipatia nei confronti di qualche programma, scarsità di fondi o disattenzione, nella migliore delle ipotesi) il governo decidesse di diminuire l’entità del finanziamento al servizio pubblico, questo rischierebbe di non sopravvivere.

E invece vi domando: un servizio pubblico più debole, incerto sul proprio futuro, delegittimato rispetto all’opinione pubblica, a chi serve?


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