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La Rai finanziata dalla pubblicità al tempo del telespettatore-merce       

 

La proposta, avanzata da Di Maio, di abolire il canone Rai si è tradotta in un disegno di legge presentato dal M5S. Mai un partito di governo era arrivato a tanto! Nel programma del primo Governo Prodi si parlava di privatizzare RaiUno e RaiDue; nel 2013 il Viceministro Catricalà propose di aprire una gara europea per il rinnovo della Concessione; poi fu la volta di Confalonieri e Cairo che prospettarono l’assegnazione di quote del canone alle emittenti private: una tesi accolta con favore dall’allora ministro Calenda. Ma nessuno si era spinto al punto di chiedere lo smantellamento del servizio pubblico snaturandolo nella sua ragion d’essere: la garanzia del pluralismo e dell’autonomia assicurate, oltre che dal Parlamento, dall’indipendenza economica.

Come si può pensare che una televisione commerciale, cioè a scopo di lucro, possa assicurare obiettività, completezza, accessibilità e pari opportunità se a finanziarla sono gli uffici marketing delle grandi imprese e le agenzie di pubblicità? Tv commerciale e servizio pubblico sono “ontologicamente” contrapposti. Si può addirittura sostenere che l’esistenza di un forte servizio pubblico televisivo e multimediale trovi la sua legittimazione non più, com’era in passato, nella rarità di frequenze, ma nel temperare e contrastare gli inevitabili “effetti indesiderati” prodotti da un modello di televisione fondato su una presunta gratuità dell’offerta.

Perché questo tipo di Tv si definisce “commerciale”? In che cosa consiste il commercio? che cosa è in vendita, visto che tutto è gratis? che cosa produce valore? Nella Tv che si finanzia con la pubblicità, il commercio non avviene tra l’emittente televisiva e il telespettatore bensì tra l’emittente e l’inserzionista il quale acquista, per conto delle aziende, piccoli spazi del palinsesto il cui valore è in proporzione all’audience abituale in quel lasso di tempo. Pertanto, la finalità della Tv commerciale consiste nel produrre telespettatori da vendere alle concessionarie di pubblicità dopo averli contati e profilati – grazie all’Auditel – minuto per minuto. In questo commercio l’oggetto della contrattazione è il telespettatore e i programmi sono soltanto un mezzo per produrne il maggior numero possibile, esattamente come l’esca è, per il pescatore: a prescindere dalla qualità (mollica di pane o verme), la migliore è solo quella che consente di prendere più pesci. Il telespettatore, dunque, prima ancora di essere l’utente è la merce.

Qualità e quantità per la TV commerciale, sono la stessa cosa; la qualità di un programma è data esclusivamente dal numero di spettatori che produce; ed è giusto che sia così da un punto di vista imprenditoriale. Non vi è alcuna ragione che spinga la Tv commerciale a porsi un passo avanti rispetto al telespettatore perché arricchisca le sue conoscenze o affini il suo gusto o il senso dell’ironia. La sua tendenza alla conservazione, all’iterazione, alla banalità, al conformismo ha un fondamento nel modello di business basato sulla mercificazione del telespettatore, che non è il telespettatore medio, bensì l’ultimo, perché non bisogna perderne neanche uno. Ma poiché, da un punto di vista culturale e sociale, i programmi televisivi, anche a prescindere dall’intenzionalità dell’editore, influenzano con i loro contenuti lo stile di vita, i comportamenti, le opinioni e la facoltà di giudizio di decine di milioni di cittadini, il problema della loro qualità intrinseca non può non essere preso in debita considerazione, soprattutto in un paese dove si leggono sempre meno giornali e circa il 90% della popolazione si informa e si “forma” prevalentemente per mezzo della televisione.

Il tempo che il telespettatore-merce trascorre davanti allo schermo televisivo, merita una considerazione. Poiché il suo sguardo genera valore per l’emittente, stando ai classici dell’economia, quello che lui svolge è, a tutti gli effetti, lavoro, magari anche piacevole ma, comunque, non remunerato. Pertanto, smentendo le apparenze, lo spettatore non è il beneficiario di un’offerta gratuita, ma piuttosto un consumatore consumato, una persona che sta concedendo (gratis!) la sua attenzione e parte del suo tempo, a cui sottrae in spirito ciò che gli si promette in materia (telefonini, merendine, auto, ecc.).

Questa “economia del gratis” che riduce i cittadini a merce ha trovato la sua miniera d’oro su internet e, in particolare sui social network. Qui, la mercificazione assume un aspetto prodigioso. Infatti, il navigatore che posta un contenuto autoprodotto su una delle piattaforme di condivisione esonera queste ultime dal sobbarcarsi il costo dell’esca necessaria per catturare gli utenti-merce. Quindi, l’utente-merce produce gratuitamente contenuti che, a loro volta, produrranno altri utenti-merce. Prendendo scherzosamente a prestito la famosa formula di Sraffa, potremmo dire che il modello di business dominante su Internet è basato sulla produzione di merci a mezzo di merci, un meccanismo che genera profitti a ritmo esponenziale soprattutto ai grandi marchi, detentori di hardware e software proprietari, ma anche di raffinati algoritmi di profilazione degli utenti.

L’intero sistema dei media – ma prima ancora il diritto alla conoscenza e alla libertà d’informazione – sta subendo colpi durissimi, per alcuni versi irreversibili, dalla economia del gratis fondata sulla pubblicità. La proposta di legge dell’onorevole Maria Laura Paxia, magari inconsapevolmente, è un originale contributo a questo trend ultraliberista.

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