SNÀPORAZ (Marcello Mastroianni) Atto 2° (trentasettesimo capitolo del “Glossario Felliniano”). Verso il Centenario della nascita di Federico Fellini

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Chi è Snàporaz? Marcello Mastroianni lo definisce così:

«Snàporaz è un nome così, assolutamente inventato, che può voler dire tutto o niente, è un richiamo tra due amici. Per me Fellini poteva essere che so Callaghan, un personaggio tipico degli americani quando eravamo ragazzi, c’è sempre un ispettore Callaghan, o Donovan. Anche per esempio nella Città delle Donne abbiamo messo un momento in cui io cammino inseguendo quella signora e faccio smìk smàk, smìk smàk, smìk smàk; sono cose di Topolino poi alla fine è sempre quell’aspetto goliardico, infantile, che funziona però, perché noi ci ridiamo.»

Marcello, duttile fino alla plasticità e alla con/fusione, era il perfetto alter ego del regista. Diceva di lui Fellini:

«Prima di un film chiacchieriamo un pochino, quel tanto che basta a intenderci sul fatto che stiamo partendo insieme per un altro viaggio. Io gli dico quello che so, e a volte non ne so molto. Marcello non fa domande imbarazzanti: arriva sul set con la curiosità di uno che viene a vedere cosa sta succedendo, dà all’autore la sensazione stimolante che il personaggio non sappia cosa gli succederà nella scena successiva, è di una verginità continua, aurorale. Ha per istinto la capacità di riproporzionare, di ridurre; è più bravo di quanto lui stesso immagini, e la sua modestia lo protegge da tutti i pericoli che minacciano un attore, vanità, eccesso di estroversione, compiacimento pavonesco, autoesaltazione».

A controcanto, Mastroianni:

«Sul set io aspetto, con lui io aspetto con più gioia perché quando vado a lavorare è come andare a teatro, io divento non attore ma spettatore di Fellini. E quindi perché passo delle giornate belle, e poi perché c’è una profonda amicizia, che è molto importante. Amicizia che io ho anche con altri registi, poi però la prima importante l’ho avuta con lui. E di fatti dura ancora dopo tanti anni. Ma non è perché sia più gentile, più buono, più generoso, io credo profondamente nell’amicizia, e allora se posso stare con un amichetto mio, io sono già stato ripagato.»

Fellini:

“Marcello è l’unico attore americano che abbiamo in Italia, dotato di quella tipica qualità hollywoodiana di simpatia, di fotogenia, di animalità magnetica, grazie alle quali qualsiasi ruolo gli si attagliava addosso come non ci fosse altra faccia che la sua”.

Quando decide di girare 8 ½, per dipanare e mettere in scena “la bella confusione”, Federico decide di appropriarsi in parte anche dell’esistenza del suo attore preferito, il più complice.

Mastroianni conduce un’esistenza analoga e parallela alla sua; sposato da sempre con Flora Clarabella, alla quale resta legato da un patto indissolubile, non fa che ‘evadere’ dalla prigione matrimoniale che si infligge da solo, anzi nella quale si mantiene tenacemente recluso di propria volontà.

Rossella Falk, molto amica di Flora e Marcello, condivideva con la coppia vacanze e tempo libero. Così Fellini la recluta nel ruolo di esperta consigliera, di ‘suggeritrice’. Il regista vuol conoscere tramite lei ogni particolare del ménage matrimoniale di Marcello e di sua moglie: gli scontri, gli equilibrismi, gli assetti, le tregue, le ferite, le rese.

L’attrice ha il compito di riferire per filo e per segno ciò che vede e che sa, al pari di un’agente del controspionaggio infiltrato nelle retrovie ‘amiche’. Sennonché il ruolo che Rossella svolge è talmente calzante, che alla fine – come quasi sempre accadeva sui set di Federico – il personaggio reale trasloca armi e bagagli nel film, diventa uno dei caratteri della trama conservando addirittura il proprio nome.

La Falk si trovò così a interpretare la parte del grillo parlante, con la funzione di interporsi nella vicenda immaginaria tra il protagonista e la moglie, cioè tra Guido e Luisa  (Marcello e Anouk Aimée), ammonendo l’uno e consolando l’altra. Ma nel gioco delle parti aveva sfoderato uno spirito, una naturalezza, una malizia, una spregiudicatezza, da diventare lei medesima oggetto di capriccio, di desiderio, nell’erotismo ecumenico del regista (di quello rappresentato nel film o quello reale?). Ancella e musa, la Falk incarna un modello femminile di seduzione così imprevisto e convincente, da venire fatalmente catapultata tra le donne dell’harem, felice sotto la sferza del despota con frusta, occhiali e Borsalino in testa.

Marcello, per precisa scelta e filosofia di vita, non pretendeva nulla da Fellini, neppure di conoscere in anticipo il personaggio scritto sulla carta, tanto sapeva benissimo che inquadratura dopo inquadratura il regista gliel’avrebbe calzato addosso, qualunque esso fosse, credibile in ogni dettaglio: fisionomia, portamento, caratteriste espressive e persino i tic privati dell’autore.

Al primo incontro per La dolce vita, convocato nella villa di Fregene, Mastroianni aveva chiesto educatamente se esisteva un soggetto, anche solo una paginetta del film misterioso per cui intendevano scritturarlo.  Federico si era rivolto a Flaiano, che era seduto accanto a lui, dicendo: “Come no! Ennio mostraglielo tu.” Lo sceneggiatore aveva aperto una cartellina che conteneva dei fogli e ne aveva tratto una caricatura dell’attore nudo, immerso nell’acqua di mare fino al petto, con un membro a periscopio che si ergeva oltre la superficie scrutando l’orizzonte. Marcello apprezzò lo scherzo, ridendo di gusto. Ora se è possibile immaginare una sintesi fulminante del film che non ha bisogno di parole, credo che nulla sia più eloquente e fedele di quel disegno bellissimo, conservato alla cineteca di Rimini: un uomo immerso nell’elemento primigenio e dotato del più raffinato strumento di osservazione. Il cazzo a periscopio è una invenzione impareggiabile.

Trascorrono esattamente venti anni. Marcello e Federico si ritrovano per un nuovo progetto. Scrive il regista:

«Una sera gli parlai di un film. E’ la storia – dicevo – di un uomo che gira attorno alla donna guardandola da tutte le parti, e ne rimane affascinato e sbigottito. Sembra che la guardi senza neanche tanta voglia di capirla, ma piuttosto per il piacere di rimanerne sbalordito, ammirato, di provare entusiasmo, sconcerto, e un po’ di tenerezza. Forse ha paura, perché pensa che trovare la donna, ottenerla, vuol dire soccombere, sparire, morire. E allora preferisce continuare a cercarla senza mai raggiungerla.

Mi ero leggermente turbato raccontando il film in quel modo, quasi commosso; continuai a guidare in silenzio, anche Marcello taceva. Evitammo di guardarci in faccia per un bel pezzo. In quel momento, quasi a nostra insaputa, si era deciso che avremmo lavorato insieme nella Città delle donne»

Nell’intervista che girai con Mastroianni per il film I PROTAGONISTI DI FELLINI prodotto da Achille Manzotti della FASO FILM, Marcello risultò più amabile di sempre, dotato di un’ironia, di un’affabilità, di una intelligenza che incantarono l’intera troupe.

Riporto alcune sue risposte, di straordinaria incisività, improvvisate in un pomeriggio di riprese sul palcoscenico del Teatro Montparnasse. Gentile, sorridente, mai stanco, l’attore fu disponibile per ore, con l’unica necessità di inumidirsi ogni tanto la gola da un bicchierone di tè che nascondeva fuori dell’inquadratura, sotto la sedia, dal colore molto simile al whisky.

Quanto conta la fortuna nella carriera di un attore?

«Secondo me molto, molto perché io ho degli amici che sono molto bravi, anche molto più bravi di me, che non hanno fatto la mia carriera, e allora vuol dire che conta l’incontro determinante, importante, quel film, quella parte, quel personaggio, quel regista, che ti capisce e che ti dà udienza più di un altro, e se non lo fai questo incontro, insomma, è più difficile, c’è poco da fare. Certo, poi devi avere le qualità per sostenerla l’occasione che ti è stata offerta, e lì devi saperti amministrare, che se no ripiombi nel digiuno, ecco».

Cos’è stata La dolce vita?

«Io non avevo pratica di questa dolce vita di cui si parlava a Roma, non lo so, perché ho fatto sempre una vita da piccolo borghese, non ero introdotto in certi mondi. Se ci fosse veramente non lo so neanche, io non gliel’ho mai chiesto a Federico, secondo la mia tecnica: non bisogna mai chiedere niente. Però io l’ho vissuta “la dolce vita”, l’ho vissuta durante la lavorazione del film questo sì, perché non credevo di stare a lavorare, io ho vissuto proprio circa sei mesi di totale abbandono, di felicità completa… in questo baraccone di qua e di là, la                                                    zatterona come dicevamo noi, una notte da una parte, una notte dall’altra, tutte queste immagini, queste figure, questi tipi, questi caratteri, c’era un calderone proprio, bello,  era piena di cose La dolce vita, io c’ho sguazzato dentro come se fossi realmente stato uno di quegli eroi immaginati da Fellini o osservati da Fellini e quindi riportati sullo schermo.

E’ stata la mia vacanza più bella, più bella ancora di quando andavamo a fare i campeggi dei balilla; (ride) no, senza nessuna nostalgia, anzi di qual periodo ho nostalgia ma di me bambino al campeggio, anche perché erano le uniche vacanze che si potevano fare, mi pareva chissà che andare a fare il campeggio. Dopo è venuta La dolce vita; emozioni come la dolce vita non ne ho provate mai più. Quando ti dicono: qual è il tuo giorno più bello? Il giorno della Prima comunione.  No, no, fu la lavorazione de La dolce vita».


Cosa significa fare l’attore
?

«Ho sempre pensato che l’attore è una creatura, una persona che forse non sta bene nei propri panni, nella propria pelle, nelle proprie scarpe come si dice, quindi è qualcuno che ha sentito la necessità, l’urgenza di camuffarsi, di assumere carattere, psicologie, sembianze di qualchedun altro, che di volta in volta appare il suo ideale. Credo che sia così, almeno forse per quanto mi riguarda; ma non vorrei apparire originale, per carità, o speciale, o diverso, o stravagante. Credo che all’origine del mestiere dell’attore, ci sia esattamente l’urgenza di aggiungere dei colori a una personalità un po’ pallida».


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