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Due sovranismi di sinistra, tentano Fassina e Fusaro

 

Sovranismo di sinistra, una nuova rivoluzione fino a poco tempo fa impensabile. Ora ci puntano, con due ricette diverse, Fassina e Fusaro, due nomi poco noti a gran parte dell’opinione pubblica. La disperazione sociale anti globalizzazione aspetta sempre una risposta, così a sorpresa spunta il sovranismo di sinistra per cercare di tutelare lavoratori, precari, disoccupati e pensionati travolti dalla crisi e sotto il ricatto dello sfruttamento capitalista.

Stefano Fassina e Diego Fusaro, con due differenti iniziative scommettono su una nuova politica per il  riscatto delle classi popolari impoverite dalla recessione economica e impaurite dall’immigrazione. Si candidano nella difficilissima impresa nella quale ha fallito la sinistra tradizionale (sia riformista sia radicale) e il populismo sovranista anti sistema leghista e cinquestelle.

Fassina e Fusaro si sono mossi quasi in parallelo. Fassina, 53 anni, economista, deputato di Liberi e uguali lo scorso 8 settembre ha dato vita a Patria e Costituzione in una assemblea costituente tenuta alla Città dell’altra economia di Roma. Fusaro, 36 anni, filosofo, opinionista, il 14 settembre ha fondato Vox Italia in una affollata assemblea all’Hotel Quirinale di Roma.

Tra i due teorici del sovranismo di sinistra ci sono consonanze e dissonanze. La premessa comune è la difesa della sovranità nazionale e la critica a quella internazionale in chiave egualitaria. Fassina ha sdoganato i termini patria e sovranismo dicendo al ‘manifesto’: «Patria non è una parola della destra» e così pure  «sovranità». Sovranismo è la risposta alla domanda di comunità  «che non vuol dire necessariamente regressione nazionalista, xenofobia, autarchia. È una domanda di protezione sociale, identitaria, a cui si può rispondere in modo progressivo a partire dalla Costituzione». L’ex vice ministro dell’Economia ha sferzato l’euro e smontato l’Unione europea come federazione unitaria: «Va costruita un’Unione come confederazione di stati nazionali che limitano le quattro libertà di movimento: capitali, servizi, merci e persone. Il mercato unico e l’euro hanno umiliato il lavoro».

Lo spazio politico da occupare è ampio.  Fusaro, soprattutto dopo la sconfitta del governo populista M5S-Lega, vede grandi possibilità di manovra perché ha vinto l’élite liberista. Su La7  ha indicato la strada da percorrere: «Abbiamo una sinistra liberista e cosmopolita e una destra liberista sovranista, manca un sovranismo-populista di sinistra». Più esattamente punta a «un movimento sovranista, populista e socialista» perché c’è da fare i conti con «un conflitto tra l’élite cosmopolitica e finanziaria e le classi lavoratrici precarizzate». Propone una singolare miscela tra  «valori di destra» (religione, trascendenza, patria,  identità) e «idee di sinistra» (lavoro, diritti sociali, emancipazione, solidarietà).

Beppe Grillo e Luigi Di Maio in più occasioni hanno ripetuto: non esistono più destra e sinistra, ma solo lo scontro tra classi dominanti e subalterne. Fassina e Fusaro puntano, invece,  sulla “contaminazione” tra principi e scelte di sinistra e di destra, un tempo considerati inconciliabili,  per far vincere i ceti oppressi nazionali contro le élite globalizzate.

I due dioscuri del sovranismo di sinistra sono a caccia degli elettori delusi da Salvini e da Di Maio, di quelli astenuti dalle urne. Conciliare gli opposti, però, è una impresa difficilissima, a rischio flop. I partiti di sinistra, di centro e di destra dovrebbero fare il loro mestiere senza confusione di ruoli.  Forse sarebbe meglio puntare sullo sviluppo, sulla giustizia sociale nella chiarezza e nella coerenza riformista.

Il Portogallo quattro anni fa era il fanalino di coda dell’Europa, era un paese sull’orlo del fallimento. Oggi, grazie al governo socialista di Antonio Costa, è un paese in forte crescita, con l’occupazione che tira, con un welfare e servizi pubblici efficienti. Qui i partiti tradizionali sono autorevoli e rispettati, il populismo non ha attecchito. Certo, la coerenza è fondamentale soprattutto a sinistra. Un partito progressista non può né deve fare una politica di destra in modo palese o occulto dietro i consigli interessati dei grandi gruppi economici. Se questo accade c’è la cancellazione della sinistra e la messa in discussione della stessi equilibri democratici.

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