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76. Mostra del Cinema di Venezia | Leone d’Oro alla carriera a Julie Andrews, simbolo della rivoluzione educata

 

Tra i suoi tanti imperdibili appuntamenti, la 76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, in programma dal 28 agosto al 7 settembre 2019, ha come momento culminante la consegna del Leone d’Oro alla carriera a Julie Andrews. La decisione è stata presa dal CdA della Biennale di Venezia, presieduto da Paolo Baratta, che ha fatto propria la proposta avanzata da Alberto Barbera, Direttore della Mostra. La grande attrice inglese, nell’accettare il premio, ha dichiarato: «Sono molto onorata di essere stata scelta per il Leone d’Oro alla carriera. La Mostra del Cinema di Venezia è da lungo tempo considerata uno dei più stimati festival internazionali. Ringrazio la Biennale per questo riconoscimento del mio lavoro, e sono impaziente di arrivare in quella meravigliosa città a settembre per un’occasione così speciale».

Julie Andrews (nata il 1° ottobre del 1935 a Walton – on – Thames, nella contea del Surrey, in Inghilterra) è da oltre mezzo secolo una leggenda del teatro, del cinema e della televisione. La sua lunga e straordinaria carriera inizia da giovanissima, quando praticamente bambina, i suoi genitori, Barbara Ward Morris e Ted Andrews (in realtà suo patrigno, del quale Julie prende legalmente il cognome all’età di cinque anni) scoprono il suo eccezionale talento vocale: a soli sette anni ha un’estensione di quattro ottave ed è in grado di compiere strabilianti virtuosismi da soprano leggero. È così che Julie comincia a studiare canto sotto la guida del celebre soprano inglese Lilian Stiles-Allen e, a otto anni, fa la sua prima apparizione negli spettacoli dei genitori (un duo musicale abbastanza noto nell’ambito del vaudeville britannico). All’età di dodici anni si esibisce già come solista e diviene «la più piccola primadonna della Gran Bretagna». Nel 1948 incide il suo primo disco e si esibisce alla presenza della futura regina Elisabetta II e di sua madre Elisabeth Bowes-Lyon. Seguono anni di gavetta nel circuito del music hall britannico e alla radio. Nel 1954, a soli diciotto anni, Julie arriva a Broadway, dove interpreta la protagonista della versione americana del musical inglese The boy friend, di Sandy Wilson, il cui successo fa di lei la stella emergente del teatro statunitense. Nel 1955 le viene pertanto affidato il ruolo principale in uno dei musical più famosi della storia: My Fair Lady, con Rex Harrison, grazie al quale ottiene la sua prima nomination al Tony Award. Pochi anni dopo arriva la seconda nomination per l’interpretazione della regina Ginevra in Camelot accanto a Richard Burton. In questo periodo appare anche nel primo film tv della storia, High Tor (1956), nel quale recita con Bing Crosby, e poi, l’anno successivo, appare in Cindarella, musical televisivo scritto appositamente per lei da Richard Rodgers e Oscar Hammerstein II, per il quale la Andrews riceve la sua prima nomination al premio Emmy.

Il 1959 è l’anno del suo matrimonio con lo scenografo e costumista Tony Walton, unione dalla quale nascerà nel 1962 la sua unica figlia, Emma Walton Hamilton (oggi autrice per l’infanzia, spesso in coppia con la madre). I due divorzieranno nel 1967.

Nei primi anni Sessanta Julie Andrews è un’affermata stella del teatro, ma non ha ancora mai recitato per il cinema, per questo motivo il produttore della versione cinematografica di My Fair Lady, Jack Warner (uno dei Warner Brothers) affida il ruolo che a teatro è della Andrews ad una già famosa stella del cinema: Audrey Hepburn, facendola doppiare nelle parti cantate dal soprano Marni Nixon. Il fatto, considerato come una delle più eclatanti ingiustizie della storia di Hollywood, non manca di suscitare vivaci polemiche. Pochi mesi dopo Walt Disney propone alla Andrews il ruolo di Mary Poppins, assicurandole che avrebbe ottenuto un successo e una popolarità di gran lunga maggiori a quelli che le avrebbe regalato il film dei Warner Brothers.

Nel 1964 il suo debutto cinematografico nei panni della mitica governante le fa ottenere diversi riconoscimenti, fra i quali l’Oscar come miglior attrice protagonista, ma anche un Golden Globe e un Premio BAFTA. Da notare che nello stesso anno, per My Fair Lady, Audrey Hepburn non ottiene nemmeno la nomination. Questo straordinario successo proietta Julie Andrews nell’Olimpo delle dive, mentre la colonna sonora del film risulta il disco più venduto del 1965, superando finanche i Beatles e i Rolling Stones. Nel 2013 Mary Poppins viene scelto per la preservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

La Andrews è anche la prima libera professionista della storia del cinema, infatti è la prima diva di Hollywood a non avere un contratto pluriennale con una major: durante la metà degli anni Sessanta lo studio system entra in crisi, perciò i vecchi contratti per più film consecutivi diventano proibitivi, così la Andrews passa da studio a studio con ingaggi per ogni singolo film.

La sua definitiva consacrazione cinematografica arriva con il ruolo di Maria in Tutti insieme appassionatamente, musical prodotto dalla 20th Century Fox e diretto da Robert Wise nel 1965. Il film vince cinque Oscar, tra cui quello come miglior film, mentre Julie Andrews guadagna la sua seconda nomination all’Oscar e il suo secondo Golden Globe. Anche questo film è stato scelto per essere preservato nel National Film Registry. Straordinario e duraturo successo ha pure la colonna sonora che colleziona non pochi record. Ma alla Andrews l’immagine sdolcinata che le sue due interpretazioni cinematografiche le cuciono addosso va stretta, così già nel 1964 gira un film di taglio diverso: la commedia antimilitarista Tempo di guerra, tempo d’amore, che la vede impegnata in un’appassionata scena d’amore con James Garner, mentre in Hawaii, campione d’incassi del 1966, rivela notevoli doti di attrice drammatica nel ruolo della moglie vittima di Max Von Sydow, missionario di fine Ottocento.

Nel ’66 è lei l’attrice più pagata di Hollywood, il suo nome in locandina è garanzia di successo al botteghino, pertanto la casa di produzione Universal Pictures convince Alfred Hitchcock a scritturarla, insieme a Paul Newman, per il thriller Il sipario strappato. Il film, pur non essendo uno dei capolavori del maestro del brivido, si rivela uno dei suoi maggiori successi d’incassi.

L’anno seguente esce Millie, che segna il ritorno della Andrews alla commedia musicale. La pellicola batte il record di guadagni della Universal Pictures. Fino a quel momento tutti i suoi lavori sono degli eccezionali successi, ma nel 1968 il film Un giorno… di prima mattina, sontuosa biografia musicale della diva degli anni Trenta Gertrude Lawrence, fa registrare un clamoroso fiasco al botteghino. Il motivo è forse da ricercare nel fatto che la Andrews interpreta una figura di donna alcolizzata, promiscua e opportunista, ben lontana dalle ragazze acqua e sapone interpretate nella maggior parte dei suoi film precedenti, e questo deve aver spiazzato i suoi ammiratori che si aspettavano un’altra commedia per famiglie. Tuttavia è questa la direzione che la Andrews vuole dare alla propria carriera, motivo per cui rifiuta numerosi ruoli da protagonista in film musicali per bambini.

Intanto proseguono i suoi successi televisivi, con programmi che sono passati alla storia della tv americana, come Julie & Carol at Carnagie Hall (1962) accanto all’attrice comica Carol Burnett ­– programma che vince un Emmy e una Rosa d’Oro al Festival di Montreux – , The Julie Andrews show (1965) con Gene Kelly e Una sera con Julie Andrews e Harry Belafonte (1969) nel quale i due divi si scambiano il primo bacio interrazziale della storia della televisione.

Il 1969 è anche l’anno in cui Julie sposa, in seconde nozze, il regista Blake Edwards, già autore di successi quali Operazione sottovesteColazione da Tiffany e Hollywood party. Da questo momento e fino alla metà degli anni Novanta, quando Edwards si ritira a vita privata, Julia lavora, in ambito cinematografico, pressoché esclusivamente con il marito, tranne che in due occasioni: nel 1980 in E io mi gioco la bambina di Walter Bernstein, con Walter Matthau e Tony Curtis, e nel 1986, quando recita accanto a Liam Neeson e Rupert Everett in Deut for One di Andrej Končalovskij.

La prima collaborazione tra Edwards e Andrews è il film Operazione crêpe Suzette (1970), che è anche il primo di una serie di esperimenti che il regista mette in atto per fornire una diversa immagine cinematografica della moglie: si tratta di una pellicola dai toni di commedia, in cui la Andrews seduce Rock Hudson. La Paramount Pictures, volendo replicare il successo di Tutti insieme appassionatamente, investe una grossa somma nel progetto e pretende un musical tradizionale. Le pressioni dei produttori sono tali da portare alla rottura con Edwards. Il risultato finale è un film che non convince nessuno, a metà strada fra commedia musicale e altri generi: i critici restano tiepidi, al botteghino è un flop.

Nel frattempo, col mutare della società mutano anche i gusti del pubblico. Nel 1969 escono Easy Rider e Un uomo da marciapiede, film che segnano il nuovo trend generazionale, a cui anche il mondo del cinema si adegua, mandando in crisi il vecchio musical. Edwards inizia un lungo braccio di ferro con le majors che interferiscono nella lavorazione dei suoi film, arrivando a intentare anche delle vere e proprie battaglie legali. La Andrews intanto rifiuta la parte di protagonista in Pomi d’ottone e manici di scopa, ruolo che andrà ad Angela Lansbury. Ormai la rottura con Hollywood è totale, i coniugi si trasferiscono in Europa con figli al seguito (che fra naturali e adottati sono cinque). Julie si dedica ai concerti dal vivo (con tanto di tournée in Giappone), a un varietà televisivo, The Julie Andrews Hour, che le fa vincere il suo primo Emmy, e trova anche il tempo di dedicarsi alla scrittura, portando a termine i suoi primi due romanzi. Il marito realizza i seguiti della sua fortunata Pantera rosacon Peter Sellers. In questo periodo la coppia gira un solo film insieme, nel 1974, Il seme del tamarindo, una produzione inglese che vede anche la presenza di Omar Sharif, ma non riesce a replicare i grandiosi successi del passato. Trionfa invece la serie de La Pantera rosa, grazie a cui i coniugi Edwards fanno ritorno ad Hollywood e Blake si dedica alla realizzazione di 10 (1979) di cui è regista e sceneggiatore. Si tratta di una commedia sexy in cui la moglie recita accanto a Dudley Moore e Bo Derek: il successo è travolgente e per la prima volta da quando è iniziato il loro sodalizio artistico, Julie Andrews e Blake Edwards sono sulla cresta dell’onda.

Victor Victoria

 

Nel 1981 esce S.O.B., anch’esso scritto e diretto da Edwards. È l’ultimo film in cui appare William Holden (che morirà il 12 novembre dello stesso anno). La pellicola è una graffiante commedia sulla Hollywood dei primi anni Ottanta: Felix Farmer, produttore di successo, deve fronteggiare il suo primo flop al botteghino: un musical per bambini interpretato da sua moglie, la diva Sally Miles. Resta famosa la scena in cui una imbarazzata e spassosissima Julie Andrews viene indotta dal regista a denudarsi il seno in maniera “artistica” (in realtà per motivi di cassetta), fra le ovazioni dei presenti nello studio. Nel personaggio di Farmer si riscontrano molti elementi riconducibili alla figura di Edwards, mentre il personaggio di Sally somiglia deliberatamente molto alla Andrews: questo infatti è uno dei film più autobiografici del regista e si ispira alle vicissitudini che, un decennio prima, avevano portato al fiasco di Operazione crêpes Suzette. Alla sua uscita il film fa scalpore non solo per il topless della Andrews ma anche perché il suo personaggio fa uso di droghe e adotta un linguaggio sboccato. Tuttavia il vero capolavoro nato dal sodalizio artistico tra i due coniugi è il successivo Victor Victoria (1982), in cui Edwards dirige la moglie nel complicato ruolo di un soprano che pur di lavorare finge di essere un gay che si esibisce come drag queen nella Parigi degli anni Trenta. L’interpretazione le vale numerosi riconoscimenti fra cui un Golden Globe e la terza nomination agli Oscar. La Andrews vince anche un David di Donatello come miglior attrice straniera. Proprio Victor Victoria è il film scelto dalla 76. Mostra del Cinema di Venezia per essere proiettato in occasione della consegna del Leone d’Oro alla carriera all’attrice.

Del 1983 è I miei problemi con le donne, con Burt Reynolds, e nel 1986 esce Così è la vita in cui la Andrews recita accanto a Jack Lemmon. Nel cast sono presenti anche Jennifer Edwards, figlia del regista, e Chris Lemmon, figlio dell’attore.

L’ultima collaborazione fra marito e moglie risale al 1995 e si tratta dell’adattamento teatrale di Victor Victoria. Lo spettacolo rappresenta l’esordio in teatro di Edwards e segna il ritorno sul palcoscenico di Broadway dell’attrice dopo un periodo di assenza durato trentacinque anni. In realtà Julie Andrews era tornata poco tempo prima a calcare le scene teatrali, recitando in Putting It Together di Stephen Sondheim, ma su un palcoscenico dell’Off-Broadway. Lo spettacolo fa registrare un grande successo di pubblico, mentre la critica si mantiene più fredda: pur esprimendo un unanime ed entusiastico consenso nei confronti dell’attrice, infatti, i critici giudicano con riserva la regia, che molti ritengono troppo cinematografica. Così, quando vengono annunciate le nomination ai Tony Awards, solo la Andrews riceve la candidatura come miglior attrice protagonista. L’intera compagnia considera questo fatto come un attacco personale che il mondo teatrale newyorkese sferra ai danni dell’Edwards regista di Hollywood, la conseguenza è una clamorosa presa di posizione da parte di Julie Andrews, la quale decide di compiere un gesto che rimane fino ad oggi unico nella storia del premio. Durante una speciale conferenza stampa, indetta alla fine di una replica dello spettacolo, l’attrice rifiuta la nomination (sarebbe stata la sua terza): la notizia fa il giro delle prime pagine di mezzo mondo e procura allo show una pubblicità supplementare che lo renderà tutto esaurito per lunghissimo tempo.

Purtroppo nel 1997 la Andrews viene ricoverata in ospedale per quella che avrebbe dovuto essere una semplice operazione chirurgica alla gola. Nel frattempo Liza Minnelli la sostituisce amichevolmente nelle repliche di Victor Victoria. Ma durante l’intervento qualcosa non va per il verso giusto, e un errore del chirurgo le provoca un danno permanente alle corde vocali privandola per sempre della sua celebre voce di soprano. La causa contro il chirurgo Scott Kessler porta l’attrice ad ottenere un risarcimento di venti milioni di dollari.

Nel corso degli anni Novanta la Andrews gira due film per la televisione: L’ultimo abbraccio (1991), con Hugh Grant e Tutta colpa della neve (1999) con James Garner. Al cinema gira invece Cin cin, con la regia di Gene Saks, accanto a Marcello Mastroianni, il film però non convince né la critica né il botteghino. Nel ’98 e nel ’99 è presentatrice di due grandi show televisivi, Hey Mr Producer e My Favourite Broadway. Nel 1992 viene nominata ambasciatrice dell’Unifem, il fondo delle Nazioni Unite che si batte per i diritti civili delle donne.

Con l’arrivo degli anni Duemila Julie Andrews è protagonista di un revival cinematografico che la porta a partecipare ad una serie di commedie di successo quali Pretty Princess (2001) con Anne Hathaway e L’acchiappadenti (2010) con Dwayne Johnson. Inoltre lavora come doppiatrice in film d’animazione e fantasy quali le saghe di Shrek (2004, 2007, 2010), Cattivissimo me (2010, 2017) e il campione d’incassi Aquaman (2018). Nel 2004, nel film Principe azzurro cercasi, per la prima volta dopo l’operazione alle corde vocali del 1997, canta un’intera canzone. Il risultato è ben lontano dal raggiungere le quattro ottave che l’hanno reso celebre, ma nel complesso è abbastanza gradevole da permetterle di esibirsi dal vivo in concerti all’Hollywood Bowl nel 2008 e alla O2 Arena di Londra nel 2010.

In tv recita nei due film che la Disney trae dalla collana di libri per l’infanzia Eloise (2003), mentre per la PBS presenta una serie di documentari sul teatro musicale americano, che nel 2005 le fanno ottenere il suo secondo Emmy, inoltre presenta otto edizioni (dal 2009 al 2017) del concerto di Capodanno, trasmesso da Vienna. Del 2017 è il suo debutto su Netflix con Julie ‘s Greenroom, una serie per bambini scritta, prodotta e interpretata dalla Andrews. Altro debutto è quello nella regia teatrale, che avviene nel 2005 con la direzione di commedie musicali per la Goodspeed Opera House, nel Connecticut e con tournée negli Stati Uniti. Un’altra regia la vede impegnata nel 2016, alla Sydney Opera House, nel revival per il sessantottesimo anniversario di My Fair Lady, che batte i record d’incassi del teatro, ottiene critiche lusinghiere e nel corso della tournée del 2017 raccoglie successi in giro per l’Australia.

Nel 2000, con la figlia Emma, crea per la casa editrice Harper Collins la Julie Andrews Collection, pubblicando, negli anni a seguire, i libri per l’infanzia da lei scritti (una passione che coltiva dagli anni Settanta e che le ha permesso di avere all’attivo numerosi best seller), ma anche opere di nuovi autori a sua scelta, oltre alle ristampe dei suoi classici preferiti.

Agli anni Duemila risalgono anche degli importanti riconoscimenti: nel 2000, a Buckingham Palace, riceve l’investitura di Donna di Commenda dell’Ordine dell’Impero Britannico dalla Regina Elisabetta II; nel 2001 il Presidente degli Stati Uniti le conferisce il Premio Kennedy. Nel 2011 vince due Grammy, di cui uno alla carriera. Nello stesso anno riceve dalle mani della first lady Michelle Obama la Lincoln Medal per le arti.

Nel 2008 viene pubblicata la sua prima autobiografia, Home: a memoir of my early years, la cui seconda parte, intitolata Home work: a memoir of my Hollywood years, dovrebbe uscire ad ottobre di quest’anno.

Purtroppo nel 2010 la Andrews perde il marito, la sua unione con Blake Edwards è durata quarantuno anni.

Il 2015 è l’anno in cui l’attrice spegne ottanta candeline e il suo compleanno è sui social un evento di tendenza. La prima pagina facebook di Julie Andrews viene creata nel 2017 e da questa finestra web l’attrice attacca l’amministrazione Trump per il taglio dei fondi all’arte e alla cultura.

Il 2018 vede l’uscita nelle sale di tutto il mondo di due film che, sebbene diversi l’uno dall’altro, sono entrambi legati alla figura di Julie Andrews: Il ritorno di Mary Poppins e Aquaman. Nel primo le viene offerto, per un milione di dollari, di apparire in un cameo, ma lei rifiuta. Nel secondo accetta di dare la propria voce come doppiatrice ad una creatura marina. La stampa internazionale mette in competizione le due pellicole: nello scontro è Aquaman ad uscire trionfatore, con uno straordinario successo al botteghino, mentre il nuovo Mary Poppins fa registrare risultati di gran lunga inferiori alle aspettative.

Riguardo all’immagine pubblica dell’attrice è interessante notare come la Andrews venga considerata sia un personaggio per famiglie sia un’icona gay, specie nel mondo anglosassone. La stessa attrice ha commentato questa sua curiosa ambivalenza: «Sono uno strano miscuglio: da un lato sono un’icona gay e, dall’altro, ricevo l’approvazione di nonne e genitori […]. Non ho mai capito cosa renda qualcuno un’icona gay perché ce ne sono di tipi talmente diversi […], ad ogni modo è una cosa che mi lusinga molto. Sono sempre stata un’alleata dei movimenti LGBT».

È anche rilevante il fatto che l’apprezzamento della comunità gay nei confronti dell’attrice non è limitato a un film quale Victor Victoria in cui l’elemento omosessuale è dichiaratamente presente, ma si allarga anche a pellicole che hanno contribuito a cementare un’immagine per così dire “zuccherosa” dell’attrice.

In anni recenti eminenti studiosi che hanno indagato la sessualità nell’ambito dell’arte e della cultura, quali Stacy Wolf e Peter Kemp, hanno fornito una differente chiave di lettura dell’immagine di Julie Andrews in Mary Poppins e in Tutti insieme appassionatamente, secondo la quale da questi ruoli emergerebbe un’energia trasgressiva, una forza sovversiva e rivoluzionaria, ben lontana dalla consueta idea della governante sdolcinata dedita al mantenimento dello status quo tradizionale. In base a questa nuova prospettiva, gli spettatori gay si identificherebbero con una Mary Poppins dai tratti indipendenti e anarchici, fuori dall’ordine prestabilito. Stacy Wolf in un suo studio dedica un intero capitolo all’analisi di Tutti insieme appassionatamente, esaminandolo da un’angolazione “queer” e femminista, mettendo in risalto la sua importanza per le spettatrici lesbiche.

A conclusione di questa lunga nota biografica, ci sembra opportuno riportare la motivazione che il Direttore della Mostra del Cinema di Venezia, Alberto Barbera, ha fornito a proposito del conferimento del Leone d’Oro alla carriera alla grande attrice inglese, in quanto a nostro avviso, racchiude in modo paradigmatico la cifra umana e professionale di questa straordinaria artista:

«Affermatasi sin da giovanissima sulle scene del music hall londinese e, in seguito, a Broadway grazie alle sue doti canore e interpretative fuori dal comune, Julie Andrews deve allo straordinario successo del suo primo film hollywoodiano, Mary Poppins, il conferimento dello status di star di prima grandezza, immediatamente bissato da un altro memorabile film, Tutti insieme appassionatamente, per lungo tempo ai primi posti dei film più visti della storia del cinema. I due ruoli la proiettano nell’empireo delle dive internazionali, facendone il personaggio iconico adorato da intere generazioni di spettatori, senza tuttavia esaurire l’ampiezza e la portata della sua carriera artistica. Al di là del fatto che sia possibile una diversa lettura dell’immagine generata dai suoi due film più famosi – sottolineando la valenza trasgressiva dei personaggi della governante piuttosto che il loro apparente conservatorismo – va ricordato come la stessa Andrews abbia significativamente contribuito ad evitare il rischio di rimanere imprigionata nel ruolo di icona del cinema familiare, scegliendo di cimentarsi in ruoli di volta in volta drammatici, apertamente provocatori o intrisi di graffiante ironia. È il caso, per esempio, di Tempo di guerra, tempo d’amore, di Arthur Hiller, e dei numerosi film diretti dal marito Blake Edwards, con il quale diede vita a un sodalizio artistico tra i più profondi e duraturi, che ricordiamo come uno stupendo esempio di fedeltà umana e professionale a un affascinante progetto estetico capace di prevalere sull’esito commerciale dei singoli film. Il Leone d’Oro è il riconoscimento doveroso di una carriera straordinaria che ha saputo ammirevolmente conciliare il successo popolare e le ambizioni artistiche senza mai scendere a facili compromessi».

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