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Giornalisti puniti perché violano le regole, però non si può sapere

 

Non ha nascosto l’emozione, Gianni Faustini, nel presentare la sua relazione al Consiglio nazionale dell’Ordine. Lui che in passato aveva trascorso una ventina d’anni al vertice del massimo organismo del giornalismo e che ora si trova alla guida del Consiglio di disciplina. Ha scritto e illustrato i risultati ottenuti dalla giuria che assolve o punisce i giornalisti accusati di aver violato le regole deontologiche. Lo ha fatto con stile un po’ formale, come il ruolo gli imponeva, ma anche con qualche osservazione personale.
Funziona il nuovo sistema discipinare introdotto dalla legge, che ha imposto che i giudici non fossero colleghi eletti (influenzati nel loro lavoro), ma colleghi esterni al Consiglio, sia nazionale (secondo grado di giudizio) sia territoriale (primo grado)?
I numeri vanno interpretati, da soli dicono poco. Nel 2018, in secondo grado ci sono state 37 delibere, 29 finali e 8 di sospensiva. Fra le 29 concluse, 3 sospensioni, 8 censure, 4 avvertimenti, 7 riduzioni delle sanzioni di primo grado, 5 annullamenti delle delibere teritoriali, una irricevibile, una inammissibile. Il presidente Faustini ha indicato anche alcune regioni dalle quali provenivano i ricorsi: 4 dal Lazio e dal Trentino Alto Adige, 2 dall’Abruzzo, dall’Umbria e dal Veneto, 1 dalla Liguria. Ma non è dato sapere in quanti casi il verdetto territoriale di primo grado Tre sospensioni,sia stato accettato e perché.
Gli Ordini delle regioni piccole hanno fatto fatica ad adeguarsi. In questi primi anni di applicazione della legge ci sono state incomprensioni, incertezze e difficoltà nei rapporti fra Consiglio e giudici disciplinari. Nel 2018 è intervenuto anche il codice della privacy e il Garante ha ostacolato in alcuni casi la pubblicazione delle sentenze. A che serve un procedimento disciplinare se poi gli iscritti non ne hanno notizia e quindi non capiscono in che modo è stata applicata la norma? “Noi abbiamo chiesto un parere al Ministero della Giustizia – dice Paola Spadari, presidente del Lazio – ma non ci rispondono. In queste condizioni l’effetto delle sanzioni è minimo”.

Non un lavoro inutile, ma quasi. Sui siti on line degli Ordini comunicati risicati che non spiegano nulla. I giornali non pubblicano mai le decisioni prese dai Consigli di disciplina. Corporativismo? Protezione della privacy? E’ evidente che in questo modo il lavoro dell’Ordine non produce l’effetto di deterrenza che ogni sentenza dovrebbe portare con sé. Il Consiglio nazionale aveva 12 membri, poi ridotti a 5: troppo pochi, se si pensa -ad esempio- che il presidente non partecipa all’istruzione dei provvedimenti. Parecchi membri di quelle che un tempo si chiamavano commissioni ricorsi non ci sono più e fra i nuovi c’è evidente inesperienza. Per questo il presidente nazionale, Carlo Verna, ha fatto preparare alla dottoressa Alessandra Torchia una serie di riferimenti normativi e procedurali, che sono stati sottoposti ai consigli di disciplina, in un incontro tenuto a Roma il 13 giugno. Una guida per l’analisi e l’apprendimento delle procedure. L’applicazione delle norme etiche, in relazione alla libertà e al diritto di cronaca, non è questione facile. Le esperienze precedenti in qualche caso sono state buttate via. Non si dimentichi che quello disciplinare è in tutto e per tutto un procedimento regolato da norme amministrative (tempi, interrogatori, avvocati) rigorose. Un sistema garantista. Ci sono leggi, regolamenti, disposizioni, sentenze che non possono essere trascurate se non si vuole fare fare un lavoro che finirebbe per screditare lo stesso Ordine. Dopo la riforma legislativa del 2012 il Ministero ha emesso diverse procedure regolamentari. Ma lo stesso rapporto fra il Consiglio e il collegio disciplinare è rimasto non chiaro. Il primo non può neanche esaminare un esposto, magari per metterlo nel cestino? E poi ci sono trappole, incidenti di percorso, questioni in cui sguazzano i legulei che rendono tutto molto complicato. In un mondo che chiede ogni giorno più velocità e limpidezza.
Una grossa complicazione si è aggiiunta con l’obbligo per legge della formazione continua. Infatti, chi non è in regola è passibile di procedimento disciplinare. Claudio Santini, presidente del Consiglio di disciplina dell’Emilia e Romagna si dice abbastanza soddisfatto del lavoro svolto, ma ricorda che se 4.657 colleghi (1344 pofessionisti e 3313 pubblicisti) sono stati trovati in regola, altri 965 erano “zeristi”, cioè totalmente privi di crediti. Mettere sotto procedimento centinaia di colleghi non è cosa semplice.
Quanto al dualismo fra Consiglio e organo di disciplina, Faustini si dice favorevole ad una accentuazione, anche perché il secondo dipende dal primo (elezione, finanziamento). Sulla lentezza c’è poco da fare e cinque gradi giudizio sono “ridondanti, con la conseguenza che anche la nostra azione conosce i limiti della giustizia ordinaria”. Due i consigli espressi dal presidente: troppi avvocati nei collegi, che assumono un linguaggio burocratico e poco giornalistico; e poi sarebbe bene scrivere una norma deontologica secondo cui “i politici dovrebbero autospendersi dall’Ordine quando sono in carica, per evitare confusioni fra i diritti del giornalista e i diritti delle cariche elettive”.

Il nuovo sistema di giustizia domestica, come si chiama -con un brutto aggettivo- quello dei componenti degi organismi professionali aumenta la debolezza dell’Ordine rispetto ai suoi detrattori. La buona volontà esiste. Un esempio: ha cercato di lavorare con il buon senso il Consiglio dell’Ordine della Lombardia. Prescindendo del tutto dall’eventuale opera del Consiglio di disciplina ha chiamato a una audizione informale Pietro Senaldi, il direttore di Libero, considerato un po’ “sbarazzino”. Senaldi è stato invitato ad un colloquio “che non ha natura disciplinare – ha scritto il sito dell’Ordine – in quanto competenza esclusiva del Consiglio di disciplina territoriale) a seguito delle ripetute segnalazioni pervenute al Consiglio da ogni parte d’Italia ad opera di cittadini, associazioni ed enti, tutte relative a titoli di apertura del quotidiano e concentrate su espressioni forti ed ambigue”. Il presidente Alessandro Galimberti ha spiegato al direttore di Libero che lo scopo del colloquio era ricordare e riaffermare i principi deontologici a cui ogni giornalista deve attenersi, anche e soprattutto nell’utilizzo del linguaggio. Ha detto Galimberti: “L’impressione è che i titoli vengano spesso formulati con l’obiettivo di provocare una forte reazione emotiva del lettore, suscitando compiacimento o profonda avversione secondo la sensibilità e l’orientamento dei destinatari”, mentre in ogni caso, ha aggiunto, nessuno può ritenersi “svincolato dal dovere di rispettare le persone oggetto dell’informazione e, allo stesso tempo, l’etica e la sensibilità di chi recepisce il messaggio”.
Senaldi ha dichiarato di non essere mai stato condannato in sede civile e penale per il contenuto dei suoi articoli (mentre in sede disciplinare ha ricevuto 2 censure e due avvertimenti, e ha altri procedimenti in corso), di non aver mai falsificato notizie né di aver mai segnalato all’Odg macroscopiche violazioni commesse da insigni colleghi e testate e neppure di aver mai risposto sui social o in sede giudiziaria a chi lo “offende, diffama, minaccia quotidianamente”.
Un dialogo a viso aperto, onesto, in cui ciascuno ha svolto la propria parte, che ha rimarcato la titolarità del tema deontologico da parte dell’Ordine, ma che non dato certo forza al Consiglio di disciplina.
C’è ancora molto da fare nel campo della deontologia del giornalismo. Qualcuno ci sta lavorando ma è significativo constatare quanto siano rari i temi deontologici fra quelli proposti per i corsi di formazione continua e approvati dal Consiglio nazionale.
Sembra l’ultimo dei problemi, ma è così?

(dal sito Professione Reporter)

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