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Valentina Cortese, un ricordo

 

Musa di Victor De Sabata e di Giorgio Strehler, grande signora della scena, leggenda del Piccolo Teatro, la Nina di El nost Milan, Lulù, Ljuba nel Giardino dei Ciliegi; quanti palcoscenici, quanti film, quanti registi genuflessi, in adorazione! Quante immagini di sé, facce di un prisma scintillante che il mondo ammira; eppure, creatura della scena prima che della vita, con esse non si riuscirebbe a ricomporne il ritratto neanche riunendole tutte. La sua storia personale così improbabile da sembrare inventata per la favola.

Una pianista, ragazza madre di diciannove anni, che sta inseguendo chissà quale gloria, la abbandona appena nata tra le braccia della balia, nella campagna lombarda. Valentina cresce come figlia di contadini, che le vogliono bene e ne comprendono istintivamente la natura particolare; il padre adottivo, falegname, costruisce un piccolo palco di legno su cui la bambina possa mettersi in scena, dare sfogo alla voglia di recitare: il suo destino. E quel vezzo di Valentina, da adulta, di avvolgersi intorno al capo un foulard, altro non è che il ricordo del fazzoletto delle donne di casa, riparo dal sole e dal freddo, simbolo di pudore e di orgoglio femminile.

Poi la sorte cambia, la nonna materna va a prenderla, la porta con sé a Torino, diventa per lei la vera madre, il riferimento di tutta l’esistenza. La futura attrice non se ne separerà mai, la porta con sé a Hollywood quando inizia l’avventura americana nel cinema; contratti capestro, la macchina produttiva che esalta e stritola, crea i miti e li distrugge; le feste sontuose e perverse, gli uomini con la cravatta annodata per sfida intorno ai genitali ben esposti; e Darryl Zanuck, il potentissimo produttore della Fox, che vuole convincerla a fare l’amore in tre e le preme il viso fra le tette ubertose della moglie Virginia a cui ha strappato la camicetta.

Se ne apprendono di belle leggendo la biografia di Alfredo Baldi, il quale intitola la sua opera “Le nove vite di Valentina Cortese”, scandendo la narrazione appunto in nove decenni che arrivano fino ai nostri giorni. La convulsa esistenza dell’attrice viene ripercorsa con passo lieve e pacato, riuscendo nel compito non facile di lasciar parlare la protagonista con i suoi toni più personali, gli accenti, le parole sognanti, le velature e gli acuti.

Poi c’è Federico; e il riferimento ha radici lontane. Richard Basehart; l’attore americano, che aveva scelto l’Italia come sua seconda patria, convolò con lei a nozze, nel ’52, e mise al mondo un figlio con l’indiscussa star di teatro, buona amica dei coniugi Fellini. Due anni dopo, nel film La Strada, Basehart ricopriva il ruolo del Matto, l’estroso funambolo e violinista che fa innamorare segretamente Gelsomina, legata al brutale Zampanò. Una trama che dallo schermo, a dire dei bene informati, era tracimata nella vita reale con una liaison tra Richard e Giulietta. Gli interessati smentivano: Federico aveva persino indetto una conferenza stampa al Festival di Venezia in cui a sorpresa si erano presentati tutti e quattro d’amore e d’accordo, davanti a fotografi e giornalisti, per smentire ogni infondata malignità.

Ma poi? Dieci anni più tardi, al tempo di Giulietta degli Spiriti, Fellini chiama nel cast proprio Valentina Cortese, evocata in carne e ossa come amica intellettuale della tormentata protagonista del film, tradita dal marito e assediata da una ridda di angosciose fantasie a sfondo sessuale. In puro stile felliniano lei recita la parte (sempre cinema nel cinema, vita nella vita) di una giovane attrice bella e svampita, molto new age, che si sdilinquisce con la rugiada del mattino e parla ai fiori, accarezzandoli con dolcezza; flessuosa come un giunco, amorosa con Giulietta, anzi zuccherina, quasi complice, con una punta di torbida sensualità.

Si disse che c’era del tenero tra lei e Federico; eppure Valentina stava vivendo la sua stagione rovente accanto a Giorgio Strehler. E inoltre i due registi non erano amici?

Che Babilonia questo mondo dello spettacolo!

Ma poi, sarà proprio tutto come appare?

Mi ricordo gli ultimi giorni di vita del regista riminese ricoverato, privo di coscienza, nel reparto neurologico del Policlinico Universitario di Roma, dove fu colpito da un secondo ictus cerebrale che gli sarà fatale.

Nel ‘romanzo verità’ che avevo scritto intorno alla sua scomparsa, vissuta da tanti di noi davvero come l’estinguersi di una ‘nova’, mi ero soffermato anche sull’apparizione della diva:

« All’ Umberto I, sulla panca di formica del corridoio, si alternavano variopinte figure dell’universo felliniano, celebri e meno celebri; alcune mitiche, come Valentina Cortese, afflitta ed elegante al pari di una zarina, con colbacco di pelliccia ed ampia mantella di cashmere color panna, panneggiata sulla persona con un effetto scenico impareggiabile. Nei suoi pressi, ma discosto per riservatezza, c’è un signore alto, in blazer, viso morbido, capelli biondi molto stempiati, gentilissimo con tutti: “E’ Jackie, il figlio di Basehart”, mi sussurrano. Difficile rintracciare nelle espressioni del volto, nelle misure del corpo, la mercuriale vibratilità del Matto de La strada. “Eppure se lo guardi bene gli somiglia”, commenta a mezza voce Liliana Betti.

Presento a Valentina Gianfranco Turchetti, il medico curante di Fellini, perché le renda omaggio, come a una regnante. La diva si alza velata d’angoscia, gli stringe la mano: “Ci conforti, – lo invoca – ci dica qualcosa”. Turchetti, malioso, ripete le formule di rito ma con diversa partecipazione, un po’ più di solennità, come richiede la parte. Valentina è straordinaria, di una bellezza insospettabile alla sua età, con quel viso coperto da un fard gessato che la rende ancora più irraggiungibile e lunare. Sussurro le mie parole di ammirazione all’orecchio di Milena Vukotic e lei le riporta alla sua amica che sta per andarsene. Allora Valentina mi abbraccia, appoggiandomi addosso il suo bel corpo accogliente e ormai pesante: “Caro… Caro…” Sussurra baciandomi, lasciandosi baciare, mentre le bisbiglio: “Sei bella da turbare, un’apparizione”. Mi accarezza il volto, indugia con le dita sulle mie labbra quasi volesse trattenere in un segreto le mie parole, mi avvolge della sua sensualità di donna tutt’altro che spenta, si avvia con un saluto a braccio alzato, uscendo leggiadramente di scena con la promessa di vederci, oh sì, appena ritornerà di nuovo a Roma: “Te ne occuperai tu, vero Milena, dobbiamo rimanere uniti, come vuole lui, tutti insieme”. Adesso sta correndo a Milano, da suo marito che “è malato, sapete, debbo stargli accanto”. L’ultimo dei fortunati, il più devoto, il più ricco, un celebre farmaceutico di ottantasette anni. L’amore non ha età, specialmente l’ardore per le dive.

Con raffinato talento, Valentina ha saputo sinceramente recitare la sincerità del dolore. Svaporata in un volo, rimaniamo noi, pesantemente opachi, nel corridoio dalle luci fievoli».

La Cortese negli ultimi tempi non calcava più le scene, ma ancora continuava a regalare al pubblico magnetici recital, ricamando le poesie d’amore di Testori o il Magnificat di Alda Merini. Attrice misteriosa e sublime, a cui saremo grati per sempre per aver reso meno ordinaria la nostra vita.

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