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Pd. Quel pasticciaccio brutto delle assenze alla Camera al voto sul Decreto crescita nasconde un segnale per Zingaretti dai renziani?

 

Di Beppe Pisa

Passa alla Camera il decreto Crescita fortemente voluto dalla maggioranza e il Pd conta gli assenti al momento del voto finale. Forse troppi per Nicola Zingaretti che, registrando la presenza di soli 29 deputati su 111, ci va giù duro: “E’ chiaro che qualcuno dovrà spiegare che cosa è accaduto ieri”, attacca il segretario, parlando da Reggio Calabria. Nel voto finale al Dl crescita i sì sono stati 270, 49 astenuti e poi 33 no. Di questi 33, 29 sono Pd e 4 Leu. Secondo il resoconto d’aula, questi i dem presenti: Lucia Annibali, Michele Anzaldi, Alfredo Bazoli, Enrico Borghi, Elena Carnevali, Gianni Dal Moro, Camillo D’Alessandro, Marco Di Maio, Emanuele Fiano, Silvia Fregolent, Maria Chiara Gadda, Davide Gariglio, Stefano Lepri, Luciano Nobili, Matteo Orfini, Stefania Pezzopane, Patrizia Prestipino, Flavia Piccoli Nardelli, Luca Rizzo Nervo, Gea Schirò, Filippo Sensi, Paolo Siani, Raffaele Topo, Massimo Ungaro oltre alle due vicepresidenti del gruppo, Chiara Gribaudo e Alessia Rotta, a Luigi Marattin che ha fatto la dichiarazione di voto in aula e Cosimo Ferri, finito nell’occhio del ciclone per il caso Csm.

Un rimprovero estemporaneo o il primo step di una strategia per rivedere i rapporti di forza in Parlamento, dove i gruppi sono a trazione renziana? Domanda che in molti si sono posti nel partito: c’è chi sospetta sia il primo passo per mettere in discussione la guida di Graziano Delrio alla Camera (e di rimando anche quella di Andrea Marcucci al Senato). Ma tra i Dem si reagisce al rimbrotto di Zingaretti con il silenzio assoluto. Almeno formalmente. Perché tra i parlamentari c’è chi derubrica la sfuriata del segretario ad un’uscita isolata: non avrebbe senso aprire la partita interna ai gruppi, in un momento in cui neanche si sa se la legislatura proseguirà o se si tornerà al voto. Per alcuni, anzi, si tratta di un errore che in questa fase potrebbe alimentare ulteriori sospetti dei quali all’interno del partito non si sente il bisogno.

Anzi alcuni, nell’anonimato, sottolineano come l’uscita del segretario sia sbagliata perché il provvedimento sarebbe passato comunque, grazie all’astensione di Forza Italia e Fratelli d’Italia. Ciò detto, in casa Dem non si può che registrare la reprimenda di Zingaretti come il segnale di una persistente tensione tra la nuova segreteria ed i gruppi parlamentari, espressione dell’era renziana. Tra le stesse fila renziane più d’uno ammette che la gestione d’Aula, da parte della presidenza guidata da Delrio, è stata sbagliata: bastava non prendere parte al voto e farne oggetto di una battaglia politica l’uscita dall’Aula, per “celare” le assenze. Segnali di un partito in forte agitazione, con spinte da più fronti. Anche oggi Carlo Calenda è tornato a smentire ogni ipotesi di scissione ma non ha rinunciato ad una stoccata: “Continuo a ritenere che manchi un progetto preciso e che lo dobbiamo tirare fuori presto”.

L’autodifesa di Graziano Delrio, capogruppo pd alla Camera

“I deputati del Pd da un anno sono impegnati in un’opposizione durissima e senza compromessi a questo governo che fa male al paese. Un lavoro di cui ringrazio i deputati democratici. Va ricordato che solo in questa settimana abbiamo spaccato la maggioranza prima su radio radicale e poi sulle dimissioni di Foa come pure è emerso, grazie all’iniziativa dei deputati Pd, il pasticcio dei fondi della ministra Lezzi” ha dichiarato il capogruppo democratico alla Camera, Graziano Delrio, commentando le vistose assenze dei deputati Pd alla Camera nel corso del voto finale sul dl Crescita. “E’ giusto chiarire che la sottovalutazione delle presenze, che c’è sicuramente stata,è totalmente mia esclusiva responsabilità. Non sarebbe stato comunque possibile sconfiggere la maggioranza visto che solo il Pd e Leu votavano contro. Vista la fibrillazione della maggioranza con ripetuti cambi del calendario votazioni, il provvedimento è arrivato alla fiducia solo giovedì sera (era prevista martedì…) e molti deputati avevano già iniziative fissate venerdì pomeriggio”. “Ma soprattutto la fiducia posta (l’undicesima su 15 decreti) ha ucciso la discussione e umiliato per l’ennesima volta il parlamento. Il presidente della Camera ha scritto a Conte per evidenziare che questo modo di lavorare umilia e demotiva. Come abbiamo concordato, chiarendoci con il segretario, l’episodio di questa ultima votazione dopo 5 giorni di opposizione al decreto ci spinge ad essere ancora più determinati e attenti nel nostro lavoro contro questo governo”, conclude Delrio.

Da jobsnews

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