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I giudici non fanno le leggi. Né i politici le sentenze

 

La magistratura non passa un bel momento, a causa di singole vicende che riguardano l’eccessiva “disponibilità” di alcuni suoi esponenti nei confronti della politica, che fa da pendant con i meno sorprendenti, ma altrettanto gravi, tentativi della politica di condizionare la magistratura.

Si tratta di episodi molto preoccupanti, capaci disovvertire i principi di autonomia e indipendenza della magistratura sanciti dalla Costituzione, che, nonostante i tentativi di modifica volti a indebolirne la capacità di limitare il potere politico, rimane un indispensabile argine rispetto a quest’ultimo, a tutela anzitutto di chi poteri non ha. Di fronte a questi episodi, nessun tentativo di “normalizzazione”, effettuato sostenendo che, in fondo, è sempre andata così, è accettabile, perché distrugge le basi dell’ordinamento e forse prima ancora la fiducia pubblica nelle istituzioni che pure non è – comprensibilmente – ad alti livelli.

In questo contesto, in cui la magistratura risulta indebolita, il ministro dell’Interno la attacca su altro fronte, intervenendo contro alcuni magistrati che hanno assunto, in materia di immigrazione e questioni connesse, decisioni a lui sgradite e che ritiene in contrasto con la legge, tanto da rivolgere a una magistrata un invito, in realtà non nuovo: «si candidi per cambiare le leggi che non condivide». Più in generale, sembra che il ministro intenda chiedere all’Avvocatura dello Stato se, in relazione ad alcuni casi in cui le decisioni assunte in materia di immigrazione non sono state di suo gradimento, ciò sia collegabile a un “pregiudizio” dei magistrati in questione, ricavabile da loro interventi pubblici o dalla loro attività pubblicistica.

In proposito, deve ricordarsi che il nostro ordinamento già prevede ipotesi di incompatibilità, volte ad assicurare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, e cause di astensione e ricusazione, che mirano a garantire l’imparzialità di giudizio. Queste sono disciplinate dai codici di procedura e chi vi abbia interesse può agire in giudizio perché siano rispettate. Se il ministro ritiene che siano insufficienti o inadeguate, certamente può presentare, lui che è già eletto, una proposta di legge al riguardo. Naturalmente, nei limiti che la Costituzione pone a garanzia dell’indipendenza e dell’imparzialità, anche e soprattutto rispetto all’Esecutivo.

I magistrati oggetto di critica da parte del ministro non vogliono fare nuove leggi, ma semplicemente applicanoquelle che ci sono, anche facendo ricorso ai criteri di interpretazione che sempre la legge prevede. Decidono, in sostanza, in base alla legge, potendo, come tutti, commettere errori, che possono essere corretti, secondo il sistema, nei successivi gradi di giudizio. Il sistema non sempre funziona alla perfezione, ma tra le ipotesi per migliorarlo certamente non c’è quello di rimettere al ministro dell’Interno o al governo una valutazione sull’operato dei magistrati.

Capita, naturalmente, che le decisioni dei magistrati non piacciano ai politici. Ma questo è – fortunatamente –irrilevante per il sistema giudiziario. Come irrilevante è la parte politica che si dispiace, fermo restando che a volte può dispiacere a più d’una, anche di orientamento tendenzialmente contrapposto. In effetti, la decisione del T.a.r. Toscana, che ha annullato l’ordinanza prefettizia sulle cosiddette “zone rosse” non sarà piaciuta non solo a Salvini ma anche a Nardella, sindaco del Pd, che a quell’ordinanza era stato favorevole.

In definitiva, in un ordinamento caratterizzato dalla separazione e dall’equilibrio dei poteri, ciascuno deve svolgere le funzioni che gli competono senza interferenze.Se, quindi, una magistrata volesse fare le leggi, effettivamente, dovrebbe candidarsi, ma se si limita a farne applicazione, certamente no. Viceversa, se un ministro volesse emettere una sentenza, però, dovrebbe superare un concorso in magistratura. E potrebbe risultargli più difficile che a una magistrata candidarsi.

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