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Corleone, il bambino che ha visto troppo

 

di Silvia Bortoletto

pericolosoGiuseppe Letizia ha appena 12 anni quando viene ucciso dalla mafia. La notte precedente era stato testimone di un omicidio. È il 10 marzo del 1948.
Il secondo conflitto mondiale si è concluso qualche anno prima. L’Italia, con un agile dietrofront, si è allontanata dalla Germania nazista e dal suo più prossimo passato fascista, per rifugiarsi dietro le uniformi degli eserciti dei vincitori. È proprio l’“autorità” siciliana, conosciuta col nome di mafia – quella combriccola di don locali che esercitano il potere reale, dirigendo la vita delle povere comunità per lo più dedite ad agricoltura e pastorizia, – a facilitare lo sbarco degli Alleati americani in Sicilia. Dall’isola gli yankees dalla casacca verde militare, marciano verso Nord portando libertà, jeans e gomme da masticare, facendo piazza pulita dei tedeschi e dell’integralismo fascista, e tenendo a bada il pericolo comunista che minacciava di germogliare in seno ai movimenti di resistenza partigiana.
Mentre le potenze vincitrici cercano di tener testa agli sconfitti e spartirsi il mondo, si delinea un chiaro e diverso approccio tra americani (e gli amici inglesi) e sovietici. Gli uni e gli altri cercano interlocutori interessati e favorevoli nei paesi europei sfigurati dalle bombe. Il modello socio-economico propugnato dai sovietici, basato sull’accentramento delle risorse e l’equa ridistribuzione delle stesse all’interno della società, non è razionale, non è profittevole, e dunque intacca pericolosamente l’idea del “sogno americano” da attuarsi tramite l’impresa personale capitalista.
L’etica protestante che funge da motore di propulsione nel mondo anglosassone –  oltreoceano prima ancora che oltremanica, –  del capitalismo, premia i più scaltri, quelli che si impadroniscono dei mezzi di produzione e delle risorse e, così facendo, intascano la maggior parte dei profitti.
Ecco, questa è la classe industriale vincente che sfrutta braccianti e operai e che mal vede coloro i quali invocano i diritti dei lavoratori, chiedendo condizioni di lavoro migliori, paghe più alte, e un maggior assistenzialismo statale. Questi sono i sindacalisti con pericolose idee rivoluzionarie da cui ben guardarsi. Tra questi c’è un giovanotto siciliano cui è difficile tener testa, il socialista ed ex partigiano Placido Rizzotto. Nel 1948, a soli 24 anni, è il trentacinquesimo sindacalista ad essere eliminato dalla mafia.
Rizzotto presiedeva ai comizi, incitando alla rivolta contro il baronato dei campi e a quella cronica mancanza di controllo da parte delle autorità che avrebbe presto portato i mafiosi dal ruolo di vassalli a quello di cavalieri e signori feudali, i quali amministravano a piacimento, tra nepotismi e favoritismi, la riarsa terra siciliana.
Rizzotto era riuscito a far breccia tra la popolazione e, alle elezioni regionali dell’aprile 1947, si era registrato un sostanziale trionfo dei partiti di sinistra, PSI e PCI: in Sicilia la Democrazia Cristiana aveva ottenuto 9 seggi in meno della coalizione di sinistra.
Classe 1914, nato e cresciuto a Corleone, Rizzotto si rende dunque presto inviso alla maggioranza centrista vicina agli americani e, particolarmente, ad un personaggio emblematico del luogo, il dottor Michele Navarra, u dutturi, il capomafia di Corleone. A questi, Rizzotto, che era al tempo segretario della Camera del Lavoro, rifiuterà l’iscrizione alla sezione “Combattenti e reduci di guerra”, perché con un tipo come u dutturi Rizzotto non voleva avere nulla a che fare. Né, il rifiuto dell’iscrizione lo dimostrava, si sarebbe mai piegato ad illegittime richieste da parte del Navarra.
Così, nella notte del 10 marzo 1948 il sindacalista viene sequestrato e ucciso. Il suo cadavere, gettato in pasto agli animali, verrà ritrovato quasi due anni dopo nel poco distante bosco della Ficuzza. Il padre Carmelo lo riconoscerà solo dagli scarponi.
I suoi aguzzini erano dei giovani virgulti della mafia corleonese i quali avevano iniziato la carriera criminale sotto l’ala protettrice del dottor Michele Navarra, capomafia del paese: erano il claudicante Luciano Liggio, il campiere di Strasatto, prediletto di Navarra, e un compagno sindacalista dello stesso Rizzotto, Pasquale Criscione, che di notte frequentava la banda di picciotti del dottor Navarra. Con loro anche Vincenzo Collura.
Lucianeddu Liggio, assieme ai più giovani Salvatore Totò Riina, che ucciderà il suo primo uomo il 13 marzo di quello stesso 1948, e Bernardo Zu Binnu Provenzano, entrambi figli di contadini, formerà il futuro, potente, triumvirato corleonese di Cosa Nostra.
L’11 marzo 1948 Giuseppe Letizia viene trovato in stato delirante dal padre nella campagna siciliana, dove Giuseppe stava accudendo il gregge. Ricoverato con febbre alta all’ospedale Dei Bianchi di Corleone – di cui il dottor Navarra era il direttore – racconterà di aver assistito all’omicidio di un contadino. Gli viene somministrata un’iniezione ma per Giovanni non c’è più nulla da fare. Tossicosi la causa ufficiale della morte.
Cresce il sospetto che quella siringa contenesse in realtà veleno e che il suo omicidio fosse stato ordinato dal capomafia di Corleone. In fin dei conti Giuseppe era un testimone scomodo.
Le indagini effettuate dall’allora comandante dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, non troveranno un chiaro nesso tra la sua morte e quella di Placido Rizzotto. Nel 1964 i tre principali sospettati per l’omicidio del sindacalista, nonostante le ammissioni di colpevolezza dello stesso Criscione, saranno assolti per insufficienza di prove.
Entrambe le morti dei giovani corleonesi dunque non avranno un colpevole.
Il debito di giustizia che il paese di Corleone ha nei confronti dei suoi cittadini onesti è iniziato lì tra le zolle di terra arse dal sole, le bianche rocche, la povertà, la polvere e la voglia di rivalsa.

Da mafie

 

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