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Nel doppio gioco degli specchi

 

Dopo il successo al Quirino di Roma, lo spettacolo con Veronica Pivetti sta per arrivare a Genova e Bologna

Scivola lieve e frizzantino-ammiccante e moderatamente birbante, il “Viktor und Viktoria” che Veronica Pivetti affronta con generosa disinvoltura sui praticabili del Quirino (e, di lì in poi, in tournée nazionale), indugiando, con debita temperanza, sugli elementi di ambiguità e relatività del ‘gender’, cui la pièce si offre pur senza osare  o strabiliare fra le orbite del relativismo ‘en travesti’, sia esso di natura ormonale o alimentare (sopravvivenza  della performer nei tempi bui dell’anteguerra pre-nazista).
Va comunque gustato, e a prescindere, questo doppio gioco intellettivo e speculare cui ammicca lo spettacolo di Emanuele Gamba, laddove al (duplice) rimando cinematografico (senza alcuna pretesa di entrare in competizione con il “sublime lieve-sarcastico” di Julie Andrews e Blake Edwards), si aggiunge il non irrilevante particolare che, sia in origine, sia nell’odierno adattamento ….“era pur sempre a teatro che si andava e si  va parare” (doppio salto dell’immaginario) nella minimale umanità dei suoi protagonisti e dei loro urgenti bisogni di “stare al mondo”.
Opportunità che, se non erro, è stata resa in palcoscenico solo in quattro occasioni: da “Ciao Rudy” (con Marcello Mastroianni, standing ovation al Sistina anni settanta) a “Luci della ribalta” (nel corpo a corpo meta-chapliniano di Antonio Salines e Marianella Bargilli di tra anni fa), da “Nel bel mezzo di un gelido inverno” (edizione misconosciuta di Antonia di Francesco al Teatro Manfredi di Roma) al memorabile, mai più replicabile “Servo di scena” che fu cavallo di battaglia (anni novanta) di Turi Ferro e Piero Sammataro (per lo Stabile di Catania).
Diciamo subito (e quindi) che, nel caso di “Viktor und Viktoria” ci si muove in ambiti meno ambiziosi, rutilanti ma palesemente divulgativi, semplificativi, a dignitoso fervore di incassi, trattenimento e ‘nessun scherzo’ al botteghino. Ovvero: nessun presagio di gay pride e,  men che mai, sconquassamento di ruoli sessuali, cenni di trasgressione che non “rientrino” nelle prerogative di madre natura e lieto fine assicurato in sintonia con l’eterogenesi di accadimenti e intrecci.
Va semmai sottolineato il totale affrancamento dal film di Edwards del 1982, e la maggiore attenzione (non filologica ma scrupolosa)  rivolta alla semisconosciuta pellicola tedesca del 1934 scritta da Hans Hömsburg e diretta da Reinhold Schunzel, che a sua volta aveva ispirato un terzo film alemanno, irreperibile sul mercato italiano.  Inalterato il restante quoziente, ambientandosi il tutto (privilegiando canti e balletto allo sfoggio scenografico) nella Berlino della Repubblica di Weimar alla vigilia dell’irruzione  nazista.
Susanne, come sappiamo,  è una soubrette senza scritture, affamata e randagia “che si imbatte in un affamato quanto lei”, tal  Vito Esposito emigrato da Napoli e ottimista bohémien,  che le offre un tetto e, dopo tante inutili audizioni, le propone ‘quel  lavoro lì’  (per lui inaccessibile) che ravviverà la narrazione. Nel travolgente successo prima, e apoteosi dopo, della pimpante (denutrita)  figliola, accudita da una  ‘baronessa badessa’ (sua spregiudicata impresaria), verso la quale il pubblico “macho” si dimostra bramoso e sensibile (vietate le morbosità): specie nella persona del conte  von Stein,  incallito donnaiolo stramazzato  al cospetto del  fascino androgino sia di Viktor sia di Viktoria,  varcante la (tiepida) crisi identitaria. Sino allo scioglimento dell’amabile nodo (non scorsoio)  di un epilogo intuibile sin dal prologo, o quasi.
Dando comunque alla  Pivetti l’opportunità di ben figurare nella sua consueta “maschera della donna buffa, incasinata e casinista”, dai tuguri ai grandi hotel.  Entrante poi nella  duplice, fatidica double- face  con autodisciplina e sorvegliata eleganza,  rivelando le sue doti di ugola  cantante quando affronta “con il dovuto mood espressionista” le canzoni d’epoca arrangiate da Maurizio Abeni.
Comprimari di variegato livello sono, come da cartellone,  Yari Gugliucci “che porta il vento ruvido della farsa e del teatro  di tradizione”, Giorgio Borghetti  azzimato e bel tenebroso  in finto combattimento (ma vera combutta) con se stesso. E inoltre, Roberta Carocci che è ‘ballerina di gambe e di cuore’ (come ruolo impone) e Pia Engleberth autoironica e persuasiva nel ruolo della aristocratica maitresse.
Complimenti a parte per Nicola Sorrenti che, nella parte   dello scaltro attrezzista Gerhardt,   assolve al compito del giovane disincantato e raisonneur di un’epoca fascinosa, orrenda e dai Lunghi Coltelli (storicamente non passibili di revisione, ma di recrudescenze).

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VIKTOR UND VIKTORIA
commedia con musiche liberamente ispirata all’omonimo film di Reinhold Schunzel
versione originale Giovanna Gra
con Veronica Pivetti, Giorgio Borghetti, Yari, Pia Engleberth, Roberta Cartocci,    Nicola Sorrenti
scene Alessandro Chiti costumi Valter Azzini luci Alessandro Verazzi
musiche originali e arrangiamenti Maurizio Abeni
regia Emanuele Gamba Teatro Quirino di Roma
5 e 6 marzo al Politeama di Genova- 8, 9, 10 marzo al Teatro Duse di Bologna

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