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Il caso Battisti tra giustizia e vendetta

 

Che il condannato Cesare Battisti sia colpevole è un fatto accertato da una sentenza passata in giudicato e in uno Stato di diritto, le sentenze si rispettano e si eseguono. Ovviamente, il nostro ordinamento penale tra gli strumenti di ulteriore garanzia del condannato prevede la revisione che è un mezzo d’impugnazione straordinario esperibile avverso i provvedimenti di condanna passati in giudicato. L’unico che può proporre una domanda di revisione è il condannato o chi agisce nel suo interesse, come i congiunti o il Procuratore generale.

Il punto di queste brevi riflessioni tuttavia è un altro. La nostra Costituzione (sulla quale i ministri giurano) stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Affermare, quando si ricopre una carica pubblica, che un condannato debba “marcire in galera” è un’affermazione che ci riporta a un’idea di un diritto penale del nemico e a concezione medievale di giustizia. Gravissimo errore istituzionale anche quello di qualificare più e più volte Cesare Battisti come un “assassino comunista” connotando politicamente quel desiderio di vendetta e mistificando la realtà, poiché anche il sottoscritto è stato ed è comunista ma non ha mai condiviso la scelta armata di quei gruppi che con il vero comunismo nulla avevano da spartire. Un delinquente è un delinquente a prescindere se sia di destra o di sinistra, nero o bianco. La sua qualificazione nulla dovrebbe avere a che fare con il corretto corso della giustizia e con le pene per i reati gravissimi per cui Battisti è stato condannato.

La pena in uno Stato democratico di matrice solidaristico sociale è il percorso legale per evitare i rischi di vendetta. Per decenni ciò era considerato assodato nella vita politica e culturale italiana. Oggi s’intende spettacolarizzare un’idea di pena come ai tempi dei processi medioevali che terminavano con la decapitazione sulla pubblica piazza. Chi è colpevole paghi, ma nel rispetto della legge e dei principi costituzionali che penso sia anche quello che chiedono le vittime dei reati. Questo scritto non vuol essere né polemico né tantomeno diplomatico ma vuole semplicemente contribuire a rimarcare con forza il senso di umanità del diritto penale moderno, i diritti umani a esso connessi e i valori dei nostri Padri costituenti che nelle prigioni sono morti. Per il lavoro che svolgo conosco la realtà dei nostri penitenziari, per cui dissento totalmente quando ascolto un ministro della Repubblica (ministro di tutti gli italiani quindi anche mio) affermare soddisfatto che qualcuno “marcirà in galera”. Non si marcisce in galera ma si sconta la pena per il reato commesso. Non è questo il senso dello Stato e della giustizia che mi appartiene, quindi, mi dissocio totalmente dalla spettacolarizzazione dell’arrivo in Italia del condannato Battisti. A volte è lo spirito della legge e non la forma che mantiene viva la giustizia. Come affermava Calamandrei: “Non si confonda la giustizia in senso giuridico, che vuol dire conformità delle leggi, con la giustizia in senso morale che dovrebbe essere tesoro comune di tutti gli uomini civili, qualunque sia la professione che essi esercitano nella vita pratica.

Vincenzo Musacchio, giurista e già docente di diritto penale presso l’Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio in Roma

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